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Corna e cornuti

- di Giuseppe Cavarra -

 

Sono molti i detti siciliani in cui la realtà viene, per così dire, ribaltata. Per cui il ladro diventa il boia del derubato; chi il danno ha subìto, invece di essere risarcito, finisce sulla forca. Il pensiero corre a certi spettacoli del passato in cui i padroni servivano a tavola i loro servi. Solo che quegli spettacoli facevano parte dei copioni che si rappresentavano nelle piazze nei giorni del Carnevale, mentre nella vita reale non è raro che il reato rimanga impunito e in galera vada a finire chi il danno ha subito. Si pensi alle strategie messe in campo da certi politici del nostro tempo per continuare a trarre dai loro “uffici” tutti i vantaggi possibili.


Tra i detti in cui la verità viene sfacciatamente ribaltata il più noto è questo: U bboi cci dici ô sceccu curnutu… [Il bue dice all’asino cornuto…]. Come se, tra le prerogative che il bue possiede, le corna non fossero l’attributo più vistoso. Troviamo il nostro detto in un canto popolare dove la misura dell’assurdità che il detto vorrebbe sancire è ribadita in primo luogo dalla successione serrata degli adùnata:


Canciàru tempi, canciàru staciuni,
 la gatta abbaja e fa meu lu cani,
 camina drittu lu granciu-fudduni,
li sperti divintàru tabbarani;
la pecora va ‘n facci a lu liuni,
canta lu pisci e tàcinu li rani 


[Sono cambiati tempi, sono cambiate stagioni, / la gatta abbaia e miagola il cane, / cammina dritto il granchio, / i furbi sono diventati minchioni; / la pecora va incontro al leone, / canta il pesce e tacciono le rane]

Ultima modifica il Sabato, 08 Ottobre 2016 18:21
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