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L’infinito compie duecento anni

- di Giuseppe RANDO -

Cade quest’anno il bicentenario dell’Infinito di Giacomo Leopardi, l’idillio più famoso della letteratura italiana nonché uno dei vertici della poesia mondiale, composto dal genio di Recanati a ventuno anni nel 1819, per l’appunto.

L’evento è stato opportunamente ricordato in molte sedi accademiche, presso le riviste più prestigiose dell’italianistica e in numerosi centri culturali. In Sicilia e in Calabria si sono, finora, fatti carico di tale incombenza due studiosi con due loro interventi autonomi.

Chi scrive –siciliano di Messina – ha redatto, recentemente, un corposo saggio, “L’infinito” di Giacomo Leopardi: dalla «siepe» all’«immensità» dell’essere (senza paraocchi), in corso di stampa in una rinomata rivista, in cui ha seguito due distinti e, alla fine, concomitanti filoni di ricerca. Nel primo, ha dimostrato, sulla base di una dettagliata analisi degli scritti composti dal poeta nei mesi e nei giorni che precedettero l’elaborazione dell’idillio, la grande, inattesa rivoluzione compiuta dal Recanatese in quel breve lasso di tempo: componendo, in effetti, poco prima dell’Infinito, le due canzoni non pubblicate nei Canti, perché «censurate» (dal padre), e in ispecie Nella morte di una donna, egli si affrancò inopinatamente dai ceppi della poetica classicistica e antiromantica, seguita fino a qualche mese prima, e con l’abbozzo coevo (mai completato) di Telesilla evidenziò la sua netta presa di distanza dai rigidi canoni dell’angusta etica del cattolicesimo papalino imperante nello stato pontifico e nel suo milieu familiare.

Letto, quindi, alla luce di questo innegabile, ricostruito contesto, l’Infinito è tornato ad essere, per la prima volta, dopo duecento anni, l’entusiastico «canto di liberazione» di un giovane poeta che ha scavalcato «di salto» le strettoie dell’asfittica cultura classicistica e papalina (metaforizzata nel «colle» e dalla «siepe» di Recanati) in cui era vissuto, giungendo, dopo un attimo di smarrimento («ove per poco // il cor non si spaura»), all’appercezione gioiosa dell’essere come «infinito» spazio-temporale, cioè – per dichiarazione del poeta stesso – «indefinito», non limitato, in altri termini, da steccati ideologici, estetici o religiosi («e il naufragar m’è dolce in questo mare»). E ciò, quasi cent’anni prima di Nietzsche.

Un calabrese di Lamezia, Raffaele Gaetano, ha parimenti onorato la ricorrenza con un saggio, pubblicato nel 2019 da Luigi Pellegrini Editore, Leopardi e l’infinito. Un breviario del sublime, che rappresenta, senza meno, uno snodo fondamentale nel mare magnum della critica leopardiana. L’autore consegue, infatti, risultati di innegabile valore critico ed ermeneutico, grazie al rigoroso metodo adottato che impedisce ogni possibile deviazione dall’assunto fondamentale: «l’appartenenza […] de L’infinito, del tessuto teorico che lo prepara e lo segue, […] a quell’estetica del sublime di cui egli [scil. Leopardi] esprime senz’altro le istanze più avanzate ricollegandole genialmente alla tradizione classica» (p. 55).

Esaminando, difatti, in successione, ciascuno dei tre nuclei tematici dell’idillio, il Gaetano ne illustra, con inconfutabili riferimenti testuali, le componenti peculiari, sottolineando, nel contempo, aspetti fondamentali della cultura e della poetica del genio recanatese. Che superò di fatto l’ottica classicistica e longiniana, optando per una visione «relativistica del mondo» (p. 48), fondata sul «depotenziamento dell’io» (p. 100) come avvertenza dell’infinito e sorgente del sublime.

Ne nasce un saggio estremamente compatto, ancorché mosso e variegato, che inanella e discute, con esemplare chiarezza, le fonti lessicali e stilistiche del componimento, svelandone i profondi legami intertestuali non solo e non tanto con la poetica classicistica del Περί ϓψους, ma anche e soprattutto con le opere di teorici e poeti della modernità ( tra Seicento e primo Ottocento) che del sublime – il natural sublime - hanno fatto uno stabile punto di riferimento: non c’è parola-chiave né immagine dell’idillio che non si riveli, invero, tributaria di testi che la mente onnivora del Recanatese assorbiva («Giacomino era una spugna» – mi diceva, con signorile orgoglio, la compianta contessa Anna Maria Leopardi, a Recanati, mentre curavo l’edizione critica dell’orazione Agl’Italiani), per rigenerarle nella nuova, miracolosa testura.

Sono così fissati, una volta per tutte, su questo asse del discorso, i «paradigmi del sublime», lungo i quali il poeta si mosse nel comporre l’idillio del 1819, mentre si fa viepiù nitido il «patrimonio semantico» dello stesso, al netto da interpretazioni magari suggestive ma arbitrarie.

Un libro bello, interessante e scritto bene. Non è poco, con questi chiari di luna.

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