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Prof.Giuseppe Rando Prof.Giuseppe Rando

Da luoghi di delizia pieni.

 

Chi mi conosce sa che sono, per natura prima che per cultura, del tutto estraneo, se non alternativo, all’esibizionismo narcisistico di molti professori ordinari dell’Università.
Sicché mi sono sempre attenuto all’antica massima, cara ai veri signori (ma anche ai rudi pescatori), secondo cui «chi si loda s’imbroda». E, contento dell’essere, non ho, forse, dato il giusto rilievo – nella società dello spettacolo! – all’apparire, come mi faceva notare, qualche mese fa, l’amico Nino Principato esortandomi a comunicare al vasto pubblico della città e dell’isola i risultati dei miei studi, anche attraverso stampa.
La mia signorile-marinaresca discrezione è, invero, tornata utile solo a chi di apparenze vive e ha preferito ignorare i miei successi, ma ha soprattutto privato i miei amici (non addetti ai lavori) d’informazioni che avrebbero sicuramente gradito.
Ora, però, non posso più tacere: sarebbe come nascondermi per viltà. Anche se temo che i miei colleghi “continentali”, inesperti del deserto, avranno difficoltà a capire la mia svolta. Si sappia, ad ogni modo, che tale mio (purtroppo tardivo) cambiamento di stile è dovuto alla pubblicazione recente, pressoché simultanea, di due monografie alfieriane, scritte da due insigni colleghi (Bartolo Anglani, ordinario di Letteratura Comparata a Bari, e Stefano De Luca, ordinario di Storia delle Dottrine Politiche a Napoli), i quali rendono giustamente onore al mio impegno di studioso – diciamolo – serio, innamorato del proprio lavoro, non protetto né asservito ad alcun maestro vero o presunto, immune dal tarlo dell’ideologia e addirittura innovatore nel suo settore di studi. Ai due illustri studiosi va, dunque, in primis, il mio cordiale, profondo, sentito ringraziamento.
Certo, qualcuno dei miei colleghi ucciderebbe anche il padre (se gli campasse), per avere solo un quarto di tali apprezzamenti. Non si tratta, invero, di un riconoscimento di poco conto, dacché nei due volumi suddetti s’insiste, con dovizia di particolari, sulla funzione «innovativa» dei miei studi e sul fatto che proprio io, Giuseppe Rando, «lo studioso siciliano» (De Luca), ho inaugurato, negli anni Ottanta del secolo scorso, in Italia e nel mondo intero delle Lettere, il discorso sul costituzionalismo alfieriano.
Per dirla in soldoni, è successo che, dopo duecento anni (duecento!) di letture e di interpretazioni fallaci del pensiero politico di Vittorio Alfieri (di volta in volta, definito astrattamente «libertario» – [Croce] – o, peggio, «anarchico» [Calosso] o, peggio ancora, «reazionario» e «sradicato» dal suo tempo [Sapegno]), è stato proprio un professorino dell’Università di Messina, da poco associato, a dimostrare (dimostrare, una volta per tutte, testi e storia alla mano) che Vittorio Alfieri fu il primo intellettuale (scrittore, poeta, tragediografo, commediografo) italiano ad avere codificato, sulla scorta dei costituzionalisti francesi del secondo Settecento (soprattutto Mably, Mounier De Lolme, Livingston, l’ultimo Diderot), e quindi introdotto in Italia il costituzionalismo, in alternativa al fatiscente (negli anni Ottanta del XVIII secolo) dispotismo illuminato, già caro agli illuministi, facendone, peraltro, l’asse portante di gran parte della sua produzione letteraria.
Era – devo dirlo – «una effettiva rivoluzione della critica alfieriana», come amava ripetere Giorgio Bárberi Squarotti. Evento, invero, straordinario non solo per l’Università di Messina ma per l'Università all over the world, e accostabile a pochi altri del Novecento sul terreno degli studi letterari (il superamento della critica crociana sulla Divina Commedia, su Leopardi, su Pirandello, su Pascoli, per esempio, o gli studi filologici di Contini su Dante o di Segre su Ariosto) e sul terreno scientifico (la scoperta del Moplen [il polipropilene isotattico] o la mappatura del genoma umano, per non farla troppo lunga). Talché un mio collega anarchico insiste, da anni, sul fatto che nemmeno uno dei più celebrati campioni delle Università di Messina, Catania e Palermo ha mai conseguito, nel proprio settore disciplinare, gli stessi innovativi risultati di Giuseppe (detto Pippo) Rando.
È facile, pertanto, arguire che ogni altra Università d’Italia e d’Europa avrebbe dato il giusto risalto all’evento e portato sugli scudi uno studioso siffatto, anche per il prestigio che ne sarebbe riverberato sulla città e sull’Università di provenienza, laddove Giuseppe Rando è vissuto e vive (toccando ferro), felice e appagato nella sua cerchia familiare e amicale, tra il plauso degli studenti e delle persone colte dello «scill’e cariddi», gratificato del lusinghiero consenso di pochi colleghi continentali, sempre impegnato, con successo, in tutte le attività promozionali del territorio, ma sempre «orgogliosamente estraneo» – afferma sardonicamente quel mio collega anarchico – «ai fasti e ai misfatti degli apparati di potere».
Devo pure dire, per la completezza dell’informazione, che i giudizi di De Luca e di Anglani si aggiungono a quelli, altrettanto positivi, che nel corso del tempo, a partire dai remoti anni Ottanta, erano stati formulati sui miei studi alfieriani da maestri effettivi del calibro di Giuseppe Petronio, di Raffaele Spongano, di Giorgio Bárberi Squarotti, di Arnaldo Di Benedetto e di tanti altri insigni studiosi di cui ho sempre informato gli addetti ai lavori, anche locali, nonché (inutilmente) le varie autorità accademiche messinesi: li ho sinteticamente raccolti in un mio profilo – leggibile da chi lo voglia – recentemente ristampato nel mio blog (www.giusepperando.it).
Per eccesso di scrupolo documentario, pubblico tuttavia, in coda a questo scritto, in fotocopia, alcune pagine del volume di Stefano De Luca (Alfieri politico, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2017) e qualche pagina del volume di Bartolo Anglani (La tragedia impossibile. Alfieri e la profanazione del tragico, Aracne, Roma 2018): faranno sicuramente inorgoglire i miei amici e i molti messinesi onesti che apprezzano chi onora la nostra bella città nonché tutti i professori universitari che credono nella meritocrazia e nella trasparenza; potrebbero però provocare – ma mi auguro vivamente di no – inopinati decessi, sotto micidiali attacchi di invidia biliosa, di certi colleghi.

Questo post, già pubblicato qualche giorno fa, è stato stranamente rimosso: lo ripubblico, anche se credo siano definitivamente persi i commenti lusinghieri degli amici. Invito tuttavia, ancora una volta, gli amici volenterosi a continuare la lettura dell'articolo e della relativa Appendice (contenente i testi illuminanti di Anglani e De Luca) sul mio blog (www.giusepperando.it)

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