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Un patologo e il Ponte: - NON E’ LA NOSTRA GUERRA

 

 

- di Cosimo Inferrera -

 

Ohibò, esclama qualche lettore ! Non gli basta mischiarsi ai problemi del Ponte, ora mette in mezzo anche la guerra. Ed infatti può apparire bislacco sezionare corpi umani, diagnosticare malattie al microscopio e poi spingersi a tanto, pubblicamente. Però fra qualche puntata, il pensiero compiuto potrebbe far riflettere.       

Con la Libia non è la nostra guerra. Non ci conviene per gli interessi vitali che abbiamo nell’area e perché gli “alleati” ci trattano a pesci in faccia, mentre fruiscono della nostra vicinanza geografica con quel paese, unico privilegio che non possono toglierci e di cui finora non abbiamo saputo rivalerci.

Non è la nostra guerra questa. Se l’invasione dei disperati continua subdola, imprevedibile, imprendibile come l’acqua attraverso cui si sviluppa … Se continua come continuerà, alimentata da un serbatoio umano di centinaia di milioni di persone diseredate … Se la Francia blocca i confini ed altri paesi sono in procinto di fare lo stesso … Se l’Europa burocratica nicchia e ci snobba perché i popoli nord-europei se ne infischiano e non vogliono saperne. Se, se, se, tutti eventi ipotetici, ma allo stesso tempo molto  minacciosi e possibili.

Non è questa la nostra guerra, una guerra fatta così. La perdiamo di sicuro: di bombe, in una notte, “gli alleati” ne sganciano quanto noi possiamo in dieci anni. I franco-britannici, con gli americani di conserva, prima o poi finiscono col mettere le mani sul mercato libico, fino a ieri nostro. In più se la guerra perdura, come pare probabile – dato che nessun territorio si conquista soltanto con il dominio dei cieli – noi di bombe non possiamo certo fare uso nell’altro scontro, indotto dai belligeranti, per noi ineluttabile contro i disperatiche continuano ad infiltrarci come un cancro. Né pare un mistero che con le sole bombe – impiegate sterilmente senza un avanzamento netto, rapido, risolutivo sul terreno - si attizzi solo odio da parte dei libici e dell’intero mondo arabo, tanto più se le ostilità si cronicizzano. 

Dunque non è la nostra guerra, e non lo dico da pacifista utopico. Siamo spinti all’angolo dalla protervia dei mai domi vincitori della seconda guerra mondiale, mentre noi rischiamo realmente di essere devastati dai contraccolpi della guerra odierna, che costano e costano tanto, e costeranno sempre più.

A seguito delle forti critiche riservate alla visita di Ghedaffi – amplificate dai media interni ed esteri - i c. d. “alleati” devono avere giudicato pericoloso il nostro disegno di politica neocoloniale, condotta sulle fonti energetiche, ed hanno perso la testa. Il Presidente Obama si è piegato alle pretese della Francia e del suo Presidente, che all’inizio del suo mandato – ricordate ? - aveva delineato con la chiarezza tipica dello spirito transalpino il suo progetto di proiezione a sud nel Mediterraneo. Non c’erano state buone scuse finora: finalmente le ha avute.  

Insomma”gli alleati” ci chiedono di partecipare a iniziative dispendiose nel mondo e, nel contempo, ci rendono quasi eunuchi con la macellazione del nostro testicolo energetico a sud ! Dobbiamo onorare la nostra partecipazione alle operazioni belliche in Libia e, nello stesso tempo, ci lasciano soli a fronteggiare una emergenza migratoria, che potrebbe divenire epocale ! E’ in vero sorprendente come azioni del genere, fortemente contraddittorie, non paiano impressionare affatto i neointerventisti nostrani, in altre occasioni pacifisti ad oltranza.  

Oggi la questione si presenta molto grave: il nostro forte debito pubblico, il sopraggiunto incremento dei costi energetici, la disoccupazione, i costi pesanti del welfare … Insomma di necessità dobbiamo fare virtù. Perbacco l’Europa ci può sempre richiamare per l’insano rapporto deficit/PIL, da cui siamo gravati, e noi adoriamo l’Europa, nostra unica sovrana ! Siamo alle strette e non disponiamo di risorse sufficienti per i tanti impegni internazionali, che tuttavia onoriamo.

Occorre sparigliare le carte all’improvviso, come a suo tempo fece Zapatero ritirandosi dall’Irak, dalla sera alla mattina. Dobbiamo farci bene i conti sulle attività militari nel mondo a cui conviene continuare a partecipare ed a quali no. Questo esclusivamente sulla base di fattori finanziari, economici, imprenditoriali, culturali che un certo teatro ci offre rispetto ad un altro in cui le controversie militari si sviluppano. Se intravediamo uno sviluppo sociale (cioè la formazione di nuovi posti di lavoro) utile e vantaggioso per l’Italia, partecipiamo; in caso contrario no. Non c’è più posto per le ipocrite affermazioni di principi, verità e giustizia tra i popoli, inalberate dai nostri potenti alleati e smentite in modo marchiano ogni giorno di più.

Uno Stato serio, fatte le sue analisi, decide il da farsi, pur sgradito che sia, con un secco colpo di reni per ristorare la sua dignità colpita. Indipendentemente da dichiarazioni ed altri ballon d’essai, sparati lì per irretirci … vedrei dunque necessario il nostro sgancio da uno o più teatri di guerra contemporaneamente, laddove non perdiamo affari. Insomma basta Italietta, ma risposte con i fatti, sempre, e mai più lamentazioni !

Anzitutto ci cercheranno, mentre ora ci snobbano perché credono di poter contare definitivamente sull’incerto carattere italico e sulle debolezze interne indotte da quelli che la sanno lunga. E’ sarà questa, forse, la definitiva inversione di tendenza che caratterizzerà una ripresa di autostima per la nuova Italia. Così finalmente spenderemo meno per bombe e avremo maggiori risorse disponibili. Ma per che farne ?

                                                                                  (seconda parte)

                                         Cosimo Inferrera  Nucleo strategico “Non solo Ponte”

Ultima modifica il Sabato, 08 Ottobre 2016 19:24
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