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Riflettendo sul Festival di Sanremo. Le profonde considerazioni del regista Lo Piero e di...

- di Maria Teresa Prestigiacomo -

Il Festival di Sanremo fa sempre parlare di se.In particolare, l' anno scorso con una discutibile partecipazione  di un cantante che chiese scusa, machiavellicamente, dei suoi testi  e  dei suoi video tutorials non proprio femministi, quest' anno, invece con il bacio omosessuale e piu' baci omosessuali che volevano dire tante cose "accettateci cosi ed è  giusto rivelarsi allo scoperto" volevano dire "non dobbiamo essere omofobi contro il terzo sesso"etc.etc. Premesso che non sono contro i gay, anzi penso che anziché  trincerarsi dietro una maschera che non ti appartiene, sia preferibile dichiararsi alla società  (o al mondo nel caso in cui se si è  una star o personaggio pubblico o noto). Il Festival ha espresso canzoni interessanti, interpretazioni intense e brillanti,  come quella di Fedez e Michielini, non comprendo il "siamo fuori di testa" vincente di un gruppo dal nome" Chiaro di luna "in  danese, mi pare, un gruppo che si presenta alternativo da terzi sesso, con tutto rispetto ma  un elemento si tocca l' organo genitale,  il testo della canzone si snoda con parolacce, i componenti mezzi nudi, non ci scandalizziamo,ricoperti di una tuta "vedo non vedo"...ma soprattutto un testo di parolacce che incrementa il "parco macchine" di frasi scurrili dei teens agers che saranno confortati e persino giustificati( se venissero rimproverati, chissa'  dai genitori) dall' uso televisivo delle parolacce, persino sul canale Tv di Stato ed in prima fascia oraria. A parte le parolacce, un trionfo del kitch e de trash per molti cantanti e persino nell' abbigliamento di Amadeus, salvo solo in ultime serate. La follia post lock down imperava nel look spettacolare. Intervistiamo il noto regista Alfredo Lo Piero sul fenomeno Achille Lauro :

"Sono cattolico praticante, vivo nella luce e per la luce di DIO. Umano Peccatore, nella costante ricerca e volonta' di riconoscere ciò che è buono per l uomo nel nome di Dio (Almeno ci provo). Non mi è sufficiente il giudizio dell uomo difronte al più osceno peccato che l uomo stesso possa protrarre al proprio simile,  perché confido nella giustizia divina.  

Fatta la premessa, voglio rispondere ad amici e conoscenti del social, con cui ho avuto modo di dibattere anche animatamente. Nel frattempo vi invito a visionare il musical LA DIVINA COMMEDIA, prodotta dal vaticano qualche hanno fa. Troverete immagini e scene molto più forti e " blasfeme",  rispetto a quelle che Lauro ha portato sul palco di Sanremo, ricordando inoltre, che nel 1300 la Divina Commedia fu accusata di eresia. 

L argomemto torna ad essere ancora  lui: ACHILLE LAURO, che comunque artisticamente, non rientra nei miei gusti.

Voglio pubblicare un articolo uscito sul giornale FAMIGLIA CRISTIANA, che possa aiutare a  dare un taglio diverso alle apparenze che hanno  infierito suscettibilità e indignazione al vostro credo.

Non lasciamoci "ingannare" dalle provocazioni dell'artista: dalle sue canzoni irrompe una domanda di senso. Suggestiva l'invocazione "Dio benedica chi gode", simile a quella di Rosmini (di Pino Lorizio).

Il festival di Sanremo di quest’ anno, è stato inaugurato con un segno di croce. Solo chi è in malafede può interpretare questo gesto in modo ideologico. Siamo “crocifissi” tutti: credenti, non credenti e diversamente credenti, in questa stagione tragica della nostra esistenza. Quando l’ evento era in forse, invocavo da queste pagine che venisse comunque celebrato, anche a distanza, e il titolista del mio pezzo fu profetico nello scrivere “Dio salvi in festival di Sanremo: parola di teologo”. Ero e sono convinto che anche in questi luoghi culturali di massa si ponga la domanda di senso e si cerchino risposte non convenzionali, ma autentiche, nelle quali emerge l’ umano in tutte le sue prismatiche sfaccettature.

La conferma di questa intuizione giunge sia nel momento in cui qualcuno ricorda, a prescindere dalle sue stesse intenzioni, il Crocifisso, ma anche nelle prime trasmissioni della kermesse, la cui valenza comunicativa lasciamo giudicare agli esperti. Quando da giovani assistevamo alle esibizioni di Renato Zero, coi suoi lustrini e la sua ambiguità di genere, percepivano qualcosa di autentico, che i testi delle sue canzoni ci hanno consentito di cogliere: “dietro questa maschera c’ è un uomo e tu lo sai…” (con quel che segue).

E ora? I tempi sono diversi, ma l’ anelito dell’ uomo all’ Infinito è lo stesso, mentre ai lustrini e agli atteggiamenti eccessivi e al limite del blasfemo (come le lacrime di sangue che alludono alla Madonna) subentrano altre forme eccentriche di mascheramento. La domanda di senso irrompe e si esprime in un linguaggio che, fuori dall’ accademia, è senz’ altro “metafisico”: «esistere è essere, essere è diritto di ognuno» - recita Achille Lauro, uno degli artisti il cui look trasgressivi hanno fatto più discutere - «Dio benedica chi è». Essere da custodire nell’ irrompere del nulla, come ne La storia infinita di Michael Ende. E non solo Dio, ma soprattutto l’ uomo, è chiamato a custodire l’ essere di sé, del mondo e degli altri, persino del Sé di Dio stesso, dalle minacce che lo assalgono e per questo invoca la “benedizione”. E questo anelito/appello ci sopraggiunge forse proprio perché stiamo dimenticando l’ essere, anche nella nostra teologia e prassi ecclesiale.

Ed è suggestiva l’ invocazione: “Dio benedica chi gode!”. Non può venirmi in mente a tal proposito il testamento spirituale di Antonio Rosmini, pronunciato dinanzi al suo caro amico Alessandro Manzoni, che gli chiedeva: cosa dunque faremo noi? (ora che ci sta lasciando): «Adorare, tacere, godere!».

La domanda/risposta di senso ci raggiunge attraverso il testo della canzone di Lauro: “Noi soli”. L’ esistente nella sua solitudine sa di essere e, solo come tale senza alcuna certificazione altra, è benedetto. Giacché esisto devo essere benedetto. L’ io abita i meandri più oscuri dell’ abisso: «Senza un'anima, senza umanità / Solo noi / Immoralità, bipolarità / Solo noi / Mezza manica, senza dignità / Solo noi / Senza identità, senza eredità».

Tuttavia, qui si percepisce che questa solitudine profonda e tragica non è il destino dell’ uomo, altrimenti perché dovrebbe invocare la salvezza? «Salvami te, salvami te / Salvami te, salvami te / Oh, no, salvami te, salvami te / Salvami te, salvami te / Oh, no, no, no». Il filosofo europeo più noto del Novecento direbbe che “ormai solo un dio ci può salvare!”. Ma quella salvezza che invochiamo dall’ alto, con la speranza che un segno di Croce possa farci superare momenti così drammatici, passa attraverso l’ incontro con l’ amore autentico anche nell’ al di qua dell’ esistenza. L’ immortalità senza un al di là, che si esprime nell’ amore senza gravità e nell’ autorità senza grammatica, invoca semi e segni nel qui ed ora, che aprano alla speranza, senza lasciare spazi all’ evasione." Questa profonda riflessione di Alfredo Lo Piero ci mostra un Lo Piero ancora piu' profondo e sensibile. La decodificazione di un personaggio come Lauro  e la ricerca di un suo senso, ci illumina, ungarettianamente...d' immenso.

Ci fa capire come il nostro approccio al prossimo debba essere piu' profondo e come  il nostro giudicare  debba passare da un' attenta analisi di mille sfaccettature che una maschera  di quel teatro pirandelliano mostri alla visione, spesso  superficiale,  dei nostri occhi.

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