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Un ulteriore, invidiabile, successo letterario del prof. Giuseppe Rando.

- LA REDAZIONE -

Alla Biblioteca comunale “P. De Nava”, il Centro Internazionale Scrittori della Calabria, nell’ambito del ciclo “Miti e suggestioni nelle voci del Sud… del mondo” ha organizzato la conferenza su due autori contemporanei: il siciliano Stefano D’Arrigo e il calabrese Giuseppe Occhiato.

Ha relazionato il prof. Giuseppe Rando, ordinario di Lingua e Letteratura Italiana dell’Università di Messina, responsabile di italianistica e componente del Comitato Scientifico del Cis.

Il relatore ha rilevato come il «romanzo mondo» di Stefano D’Arrigo, “Horcynus Orca”, e la trilogia di Giuseppe Occhiato (“Lo sdiregno”, “Oga Magoga”, “L’ultima erranza”) siano certamente opere degne di figurare ai piani alti della letteratura mondiale, non solo e non tanto per la lussureggiante mescidazione linguistica (rispettivamente, il siciliano italianizzato e il calabrese italianizzato) che li caratterizza, né solo per i fitti legami di intertestualità che li collegano agli altri «romanzi mondo» dell’Occidente (a partire dall’ immortale “Odissea”, per giungere a “Moby Dick”, a “Ulysses”, a “Cent’anni di solitudine”), ma soprattutto perché affrontano, con impareggiabile perizia strutturale e stilistica, due temi fondamentali della cultura contemporanea: quello del rapporto fra tradizione e modernità e quello, spinosissimo, del senso ultimo dell’esistenza.

I suddetti romanzi si potrebbero opportunamente definire, a parere di Rando, “romanzi dello Stretto”, dacché narrano, con estrema partecipazione emotiva, i tremendi eventi accaduti nell’estate del 1943 mentre crollava il regime fascista e venivano subissati dai bombardamenti degli americani i paesi limitrofi delle due sponde dello Stretto.

Secondo Giuseppe Rando, Stefano d’Arrigo, in “Horcynus Orca”, guarda ai quei tragici eventi secondo l’ottica antimetafisica e nichilistica di Nietzsche-Heidegger (l’Orca, definita dal narratore «Essere … per la morte», ne è l’emblema) evidenziando la dimensione materialistica e metamorfica della natura, dove tutto è nulla. Nel romanzo conclusivo della trilogia, “L’ultima erranza”, secondo il relatore, lo scrittore Occhiato individua, invece, una possibilità di salvezza nell’amore e nelle pratiche della religiosità popolare dei conturesi. Il recupero della tradizione salva, in altri termini, l’uomo moderno dall’«atterrosa espulsione nel nulla».

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