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PIER PAOLO PASOLINI A 43 ANNI DEL SUO ASSASSINIO. Cosa rimane del grande intellettuale?

i Giuseppe Messina

   Sembra ieri, eppure sono trascorsi 43 anni da quando è arrivata la sconvolgente notizia. È successo nella notte tra l’uno ed il due di novembre. Nei pressi di un campetto di calcio ad Ostia, zona balneare di Roma, fu ritrovato il corpo martoriato del grande intellettuale Pier Paolo Pasolini, Poeta, scrittore, opinionista, regista ed anche pittore, ma soprattutto era la voce della coscienza culturale del suo tempo. Tra tantissimi giornalisti e fotoreporters che si erano interessati di lui, quel giorno , il primo ad arrivare sul posto fu un mio carissimo amico, il barcellonese Melo Freni che conduceva un programma culturale su Rai uno.

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   Per me la notizia fu come un tremendo pugno nello stomaco che mi lasciò molto scosso, anche se, in verità,avendo seguito le sue attività, attraverso la lettura dei testi ed i suoi interventi sul “Corriere della Sera” e sul “Mondo”, spesso al vetriolo contro il potere politico economico e televisivo, avevo capito quanto stava rischiando nell’affermare ciò di cui era convinto.

   Con i suoi scritti, pubblicati poi in “Lettere luterane” aveva processato pubblicamente gli uomini più potenti della Democrazia Cristiana che avevano occupato posti di importanti ministeri nei vari governi italiani.

   A chiare lettere aveva accusato i governanti del tempo di essere, “se non complici, indifferenti alla proliferazione mafiosa, quindi comunque responsabili del grave male sociale”. Ancora, forse, avrebbe potuto salvarsi, ma poi, quando affermò che la mafia si era ben radicata anche a Roma, aveva firmato la sua condanna a morte e, certamente se ne rese conto altrimenti, l’uno di agosto del 1975, proprio tre mesi prima di essere assassinato, non avrebbe scritto e pubblicato sul Corriere della Sera: “Io sono qui, inerme, fettato in mezzo a questa folla (…) Niente mi ripara, niente mi difende. Io stesso ho scelto questa situazione esistenziale tanti anni fa (…) ed ora mi ci trovo per inerzia perché le passioni sono senza soluzioni e senza alternative. D’altra parte dove fisicamente vivere?”

   Come ho scritto nella “Nota dell’autore” del mio libro “Apologia di un profeta”, dedicato a Pier Paolo Pasolini, pubblicato nel 2015e presentato al pubblico il 31 di ottobre dello stesso anno, credo che “Molti tra i giovani non sanno neppure chi sia Pier Paolo Pasolini, quando la scuola fa poco o, addirittura, nulla per farlo conoscere. Eppure sono in tanti, le straniere scuole di pensiero, che ce lo invidiano. Cosciente di ciò, nel settembre del 2004, nell’approssimarsi del trentesimo anniversario dell’assassinio di quello che mi piace definire l’unico autentico profeta del XX secolo, ho cominciato a scrivere un poemetto dedicato proprio a lui (…)

Certamente, se si va a rileggere l’operato di Pasolini e si fa una riflessione, ci si renderà conto che la società civile ha proseguito tra una sconfitta e l’altra, ma uno dei più grandi fallimenti, da parte delle forze progressiste, è stato il non aver avuto la capacità di capire il senso del fenomeno del “68”. Eppure era chiaro: “Studenti e operai uniti nella lotta”. A questo proposito gli scontri tra intellettuali hanno permesso alle frange più estremiste e reazionarie di organizzare quella che poi si è rivelata essere la tremenda piaga del terrorismo che ha tenuto l’Italia in scacco per lunghi anni.

   Pasolini, da attento osservatore, aveva compreso quanto i governi, fino ad allora avessero operato soltanto a favore non delle classi meno abbienti, ma del potere economico-finanziario ed in quale direzione stavano spingendo le forze conservatrici e reazionarie e, queste, a loro volta, comprendevano l’impegno dell’intellettuale, tant’é che fecero di tutto per isolarlo e, in ciò, furono, tra altri, complici involontari e ingenui i conservatori, che pur c’erano, nel P. C. I.

   Una cosa è certa: oggi è facile per tutti indicare Pier Paolo Pasolini come profeta mentre allora era diverso e solo in pochi si riusciva a capire dalle sue parole, dette e scritte, il senso vero del suo intendere, forse perché era troppo esplicito, specialmente quando parlava del nuovo mezzo di comunicazione di massa che già s’insinuava in ogni abitazione.

Aveva ragione il profeta:

“Il fascismo poteva essere contrastato

poiché non gli era facile entrare in tutte le case;

a differenza delle teletrasmissioni

che s’insinuano nelle coscienze

e impongono atteggiamenti, costumi e consumi”.

La lotta è impari!

Non è facile battere i detentori di tali poteri!

Del tele-potere…

Da qui la sua lotta ideologica contro gli’ingannatori i quali, complice la televisione, avrebbero permesso il dilagare del consumismo che, come aveva previsto, sarebbe diventato sfrenato, tanto da condizionare le coscienze più indifese.

Mezzi di convinzione e corruzione,

creati per carpire l’intelletto,

continuamente sono in azione

perché il forte imponga il suo concetto.

Dunque, il mezzo di comunicazione,

ovvero il detentore, scientemente,

convince e realizza le intenzioni

di fare credere ai più, tra la gente,

che è ciascuno a scegliere il da fare,

quando, in realtà, viene inculcato

come parlare e la spesa da fare

compreso ogni atto intimo, privato.

   Credo che avesse previsto tutto, anche la sua fine. Ciò significa che il poeta era cosciente del proprio operato e di essere indifeso, era cosciente del suo essere estremamente scomodo e del pericolo in cui andava incontro con la complicità dell’indifferenza dei più”.

Ultima modifica il Venerdì, 02 Novembre 2018 18:05
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