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ADSET - Conferenza-dibattito del prof. Giuseppe Rando

- La redazione -

Si svolta, ieri pomeriggio, nell’ accogliente Aula Magna del “Liceo Ainis” di Messina, la conferenza del prof. Giuseppe Rando sul “Commissario Montalbano nei romanzi gialli di Camilleri”, fortemente voluta dal prof. Angelo Miceli, presidente dell’ADSET.

Si è trattato, a giudizio di molti degli intervenuti, di una vera e propria lectio magistralis sulla tecnica narrativa del giallista Camilleri, sulla sua «lingua mista» («pasticciata» secondo Borsellino), sul suo stile comico che ingloba il tragico, su una inedita, originale, estremamente persuasiva interpretazione del personaggio Montalbano: figura unica e irrepetibile, nella letteratura poliziesca antica e moderna. A ragion veduta, il prof. Rando pone alla base della sua attività di critico e storico della letteratura italiana la libertà di ricerca e l’autonomia di giudizio: non ha mai scritto un saggio che non fosse innovativo rispetto alle precedenti acquisizioni, né ha mai ripetuto con parole nuove  il già detto.

L’insigne studioso illustra dapprima, con una veloce rassegna dei testi, i tratti psicologici e caratteriali di Salvo Montalbano, che è un commissario incompatibile col potere, simpatico ai suoi colleghi e non altrettanto al «signori e quistori»; un poliziotto “di gruppo” che fa della collegialità il cardine delle sue indagini; un siciliano estroverso, non reticente, calato nella tradizione ma aperto alla modernità; un paladino del diritto impegnato contro tutte le mafie; un intellettuale non digiuno di psicanalisi e capace di scandagliare , senza moralismi, in quella «matassa ‘ntricata che è l’anima dell’omo in quanto omo» (La rete di protezione); un commissario «di sinistra» che ha fama di «comunista arraggiato», in questura; ma soprattutto un uomo legato ai valori profondi della famiglia d’origine, un uomo che rispetta le donne, ama Livia - non senza subire il fascino di altre belle donne - nonché la buona cucina siciliana di mare.

Quindi, il prof. Rando dimostra  come alla figura del commissario di Vigata sia sottesa la ideologia democratica “di sinistra” dell’ultimo decennio del secolo scorso (quella che ha portato alla rivoluzione di “Mani pulite” e al “maxiprocesso di Palermo” contro la mafia), ma sottolinea nel contempo che il ritratto di Montalbano risulta antitetico, specularmente opposto, al ritratto dell’uomo Pirandello, che Camilleri ha ‘dipinto’ nella Storia del figlio cambiato, il suo splendido racconto della vita infelice del genio agrigentino.

Nel racconto di Camilleri, l’uomo Pirandello appare come un alieno perennemente alla ricerca di una inafferrabile identità e condannato a far male a sé stesso e agli altri con cui viene a stretto contatto: sin da «picciliddro» non capisce e non è capito dal padre; non ha alcun rapporto con la madre; trova nella cameriera («criata») il polo affettivo che gli manca (da codesta  apprende la favola del figlio cambiato, cioè non amato dai genitori); è un adolescente inibito e represso che arrossisce di fronte a Giovanna e si prende una febbre di «quarantadue gradi» quando scopre che è l’istinto sessuale a spingerlo verso di lei; associa per tutta la vita l’amore alla morte (l’odore della morte all’odore del sesso); è un pessimo fidanzato della cugina Lina e della tedesca Jenny, che lo aveva accolto in casa a Bonn durante gli studi universitari; è un pessimo marito («la pazzia di mia moglie sono io» dichiara in una lettera a Ugo Ojetti) nonché un pessimo padre. L’opposto, insomma di Montalbano. Il quale è, dunque, per l’illustre relatore, il primo siciliano post-pirandelliano, è l’uomo nuovo del terzo millennio: ama il padre e la madre, ha un forte istinto paterno (benché non voglia avere figli), ama l’amore e le donne, sa mangiare, sa vivere in armonia con i valori veri e con gli amici, ha solide certezze politiche e non più dubbi metafisici e metastorici, crede nella ragione, crede nella giustizia, crede nel progresso senza attardanti relativismi, non si piange addosso, commette errori e attraversa momenti di crisi, invecchia come tutti gli uomini.  

Con Salvo Montalbano, a giudizio del prof. Rando, si chiude dunque il «secolo breve» e incomincia il «terzo millennio». La conclusione della bella relazione è davvero stimolante: il commissario di Vigata – nota lo studioso - appare perfettamente sintonico al New realism propugnato in Italia da Maurizio Ferraris e dall’ultimo Umberto Eco: la realtà non è sempre un prodotto dell’ideologia, né solo interpretazione soggettiva; la verità c’è, esiste. A dispetto degli sciali relativistici e delle ambiguità programmatiche del postmoderno, da cui siamo - se vuole dio - definitivamente usciti.

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