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- di Maria Teresa Prestigiacomo#

“L’arte cambia il mondo, ma una persona per volta” afferma in una massima Alfredo Jaar, uno dei più interessanti pittori cileni, sessantenne

Invece, nella Poesia “ Alle fronde dei salici” Il premio Nobel Salvatore Quasimodo, avvertiva, l’inadeguatezza della poesia, di fronte alla violenza, alle guerre, alla “non cultura imperante”

Lei afferma che la poesia può cambiare il mondo: ci spieghi meglio quanto la forza della poesia possa modificare atteggiamenti , modelli culturali, oggi, ed in che misura?

La comunicazione poetica è l’espressione del nostro sentire e della nostra umanità. Attraverso la vera parola poetica si muove energia positiva. Come autodidatta studio fisica quantistica da quasi 30 anni e sono convinta che le parole influiscano sui nostri atteggiamenti e siano proiezione degli eventi. La poesia è un input, alla riflessione umana del sentire il dono e il valore della vita. La poesia è un invito all’altruismo come forza per vivere meglio, la poesia è comprensione al rispetto dell’esistenza apre il circuito dell’entusiasmo e del fare positivo, la poesia è una leva per cambiare in meglio il mondo. Pensi al sommo Poeta, grazie ai suoi versi ha bucato lo spazio del tempo per 700 anni e grazie a lui nel 2021 si creano eventi per ricordarlo, si muovono il turismo, la cultura, il mondo dei libri.

Oggi, lei è una poetessa, quando nasce questo suo percorso( lei che proviene da studi in ambito tecnico-scientifico e non letterario) e da quale motivazione profonda? Il mio percorso nasce nel 1993 con la scomparsa prematura di mio padre e dei mie zii Ettore e Olga; da quel momento, ho trovato conforto nella lettura e nel leggere Emily Dickinson, Tagore, Pablo Neruda ( Quando ti bacio), Salvatore Quasimodo ( Ed è subito sera), Alda Merini ( Bacio). La motivazione profonda? Lasciare qualcosa dei miei cari nel mondo della cultura. La cultura è una grande motivazione al vivere e al non aver paura del dopo. La mia prima pubblicazione nasce da un concorso della casa editrice Libroitaliano , pubblicizzato sulla Repubblica, partecipai alla selezione e dedicai il volume al mio babbo e ai miei zii.

Una domanda che contiene anche una provocazione: alcuni poeti assumono la maschera del sentimento della sensibilità, nei loro libri ma, mi risulta che , nella vita, siano, al contrario, delle persone dagli atteggiamenti e comportamenti non conguenti ai messaggi espressi dalle loro poetica; Cosa ne pensa?

Purtroppo , concordo con quanto affermazione. Il mondo è ricco di pseudo poeti, di persone che scrivono versi poi i comportamenti sono ego centristi, di rivalsa, maligni, con amarezza ho incontrato sulla mia strada “poeti” di questo stampo, ma, mi sono ricordata di un verso di Dante:” Guarda e passa e non ti curar di loro

Le sue poesie sono un inno alla vita a ritrovare luce ed illuminarsi d’immenso attraverso un ritrovato rapporto con la natura ( a questo proposito un mio amico scultore di Godrano mi ha confidato che ha visto davvero abbracciarsi gli alberi, senza vento! Che ne pensa?); inoltre, questa tematica sarà una tematica dominante o caratterizza solo un periodo della sua poetica?

Le ricordo la proposta di cura “ albero terapia”, che suggerisce di abbracciare alberi per apportare benefici al benessere fisico. Che gli alberi comunichino sono oggetto di studi anche scientifici , che gli alberi si abbracciano senza vento è una bella metafora, rende l’idea della forza della natura, mi piace l’immagine. La natura, per l’influenza che detiene sulla nostra vita, è una tematica che porterò avanti, in tal senso è in lavorazione altra mia pubblicazione “ Spazi di parole 2021” su invito editoriale

Da cosa scaturisce questo profondo amore per la natura, i fiori, i papaveri ? C’è un episodio particolare

della sua infanzia che ha determinato queste sue scelte? Qual è il messaggio sotteso alle poesie della sua silloge, in particolare?

Il papavero è uno in particolare: quello blu che si trova in Himalaya, raro trovarlo, così come è raro trovare la vera poesia. Fin da piccola sono stata abituata ad amare la natura, lunghe passeggiate in pineta, mio padre coltivava rose nel suo giardino. Sono nata a Ravenna, tra la pineta e il mare sono una grande risorsa di benessere per la salute. Il messaggio delle mie poesie è quello di scoprire e valorizzare le nostre risorse attraverso la prosperità di ciò che ci circonda come i fiori, gli affetti veri, la cultura.

Cosa c’è dietro l’angolo , per lei poetessa?

Un accordo editoriale stabile, l’uscita di un altro mio libro di poesie e di un libro in omaggio ai 100 anni di mia nonna e alla parrocchia a lei cara: san Giovanni Battista.

Fernando Pessoa affermava “ E se tutti noi fossimo sogni che qualcuno sogna, pensieri che qualcuno pensa!”: Per lei, per lei poetessa, cosa sono i sogni ?e che sogni tiene ancora nel cassetto?

Per me, i sogni sono una speranza ad una vita facoltosa di rispetto, di affetti veri e progetti costruttivi che diano sale alla vita. Il mio sogno nel cassetto è vedere i frutti del mio lavoro di questi ultimi vent’anni, poter dimostrare che la poesia è cugina con la fisica quantistica, che non ho perso tempo, ma ho investito per un mondo migliore. Il mio sogno più grande è essere un divulgatore scientifico, l’arte dell’abitare è poesia.

La sua silloge “L La poesia cambierà il mondo “ come è nata?

Nasce da un concorso editoriale della casa editrice La Zisa, in omaggio a Padre Turoldo. Turoldo scriveva poesie e costruì a Milano una scuola per i giovani, si occupò di istruzione e cultura. Mi piacque questo impulso e decisi di scrivere per competere. La silloge è in vendita anche presso il mio Centro Servizi Culturali. (Per eventuale acquisto della silloge, che noi vi consigliamo vivamente per un recupero energetico straordinario, telefonare al numero 0544 1672153 www.facebook.com/Silloge-La-poesia-cambier%c3%AO-il-mondo-101022698046570 costo euro 9, 90 e 2, 10 spese di spedizione ( n.della scrivente)).# Maria Teresa Prestigiacomo già docente Istruzione Superiore e contrattista universitaria, Università di Messina, critico d’arte e giornalista, direttore rivista internazionale del Lusso, cartacea e on line, redazione a Lugano, Parigi, New York, per Arte e Cinema, collabora con www.messinaweb.eu per le pagine culturali; presidente accademia Euromediterranea delle Arti, organizza eventi internazionali in Europa Parigi, Berlino, Londra, Copenaghen, Bruxelles… pluripremiata per il giornalismo culturale, più vilte, ricordiamo il Premio Internazionale Cartagine a Hammamet Sousse Cartagena premio Calderoni Stampa a Roma, Premio a Fermo, con Renzo Pian0o, Premio giornalismo cultuale a Messina, Provincia Regionale, Sala degli Specchi, Premio per la critica a Ragusa Ibla, per l’Accademia di Roma….

kkkk

Ha presentato mostre d’arte e libri nelle più prestigiose location storicizzate: Giubbe Rosse a Firenze e il Cafè de Flore a Parigi, Villa mercadante, a Roma, Castello Duchi de Spuches a Taormina, Hotel Castello di Calatabiano, Resort ( ricordiamo le presentazioni della scrittrice tedesca Nicole Roesler, Maria Vittoria Spinoso, Antonio Micalizio…etc) Numerosissime le sue pubblicazioni d’arte e le prefazioni e recensioni letterarie.

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Il recupero energetico attraverso la poesia con Alessandra Maltoni

Con La Poesia che salverà il mondo

Maria Teresa Prestigiacomo#

Linee critiche

Quando si ha il piacere di conversare con la poetessa Alessandra Maltoni, si comprende meglio cosa significhi il gusto della parola che produce nutrimento terrestre, ma spirituale all’anima: quell’illuminarsi d’immenso di cui parlava Ungaretti che la poetessa indica quale percorso iniziatico della parola come input per una rigenerazione dello spirito, nelle sue vibrazioni, nelle sue esse dolci ad esempio e come Dante ( che la poetessa ammira) usa quella lingua italiana dove il sì’ suona, come affermava il sommo Poeta. Pertanto, laddove, nella vibrazione musicale della parola vi sia lo strumento “salvifico”, rigenerante di energia per chi ha fede nella poesia, nei miracoli della cultura, cosi come nell’abbracciare un albero, lì c’è Poesia. Alessandra Maltoni trae spunto dallo studio della fisica quantistica per approdare alla affermazione che la Poesia salverà il mondo, un assunto, forte, anche discutibile dagli agnostici; la sua tesi trae conforto dagli studi scientifici della scrittrice, dalla poetica ricca di significativi messaggi ed ulteriore spunto di riflessione per meglio comprendere il mondo e le sue dinamiche.

Il papavero Blu dell’Himalaya, cantato dalla brillante poetessa, assurge a dignità di metafora universale, allegoria dantesca per indicare quanto il miracolo della natura sia grande, nel regalarci sensazioni di meraviglia, di sorpresa, di stupore, di piacere di una bellezza insolita, mai vista, piacere, però, che solo chi attiva un atteggiamento di consapevolezza del piacere delle “piccole cose” e della loro bellezza,può trovare e provare la vera felicità , nel mondo. Questo il messaggio leit motiv dominante della poetica della scrittrice Alessandra Maltoni che invita, con la poesia, ad un rapporto più stretto ed intimo con la natura affinchè, attraverso la cura delle piante, il rispetto degli alberi, realmente possiamo, intanto, recuperare energie ed inoltre, comprendere quanto, nella vita di tutti i giorni, la cura delle persone, delle amicizie, nel rispetto dell’altro, come per una pianta, siano linfa vitale per la nostra vita, unitamente alla” Poesia che salverà il mondo”. Il volume reca la prefazione della Prof.ssa Roberta Accomando, docente di Comunicazione; sullo sfondo il contributo artistico del pittore Biagio Piccolo. Alla fine dell’intervista rivolta alla scrittrice, il lettore potrà trovare le indicazioni utili per l’acquisto della silloge poetica.# Maria Teresa Prestigiacomo già docente istruzione superiore, già contrattista universitaria Università degli Studi di Messina, critico, giornalista, direttore Arte Cinema Red Carpet magazine, on line e cartaceo, inglese italiano, collabora a www.messinaweb.eu; organizzatrice d’ eventi in Europa, presidente Accademia Euromediterranea delle Arti; pluripremiata con Premi internazionali e Nazionali per la critica e il giornalismo culturale;ricordiamo il Premio Internazionale Cartagine a Sousse, Hammamet, Cartagena, Premio giornalistico a Fermo, Premio Calderoni… numerosissime le pubblicazioni di cataloghi d’arte e prefazioni e presentazioni di Libri e di Mostre d’arte, in Italia ed all’estero.

 

 

- di Maria Teresa Prestigiacomo #

I messaggi dei suoi testi sono profondi messaggi che coinvolgono le tematiche della condizione femminile, la solitudine, le paure, le contraddizioni del mondo, il sofferto Mediterraneo, la condizione di coppia…

Quali tematiche sono maggiormente vicine alle sue corde?

Sicuramente la coppia che ritengo crogiuolo della storia. Sottovalutiamo molto la potenza della relazione della coppia coniugale nella formazione di ogni Homo Sapiens, maschio e femmina che sia; è lì che ognuno di noi, ancor prima di nascere, ha annusato che aria tira nel mondo dove abiterà. E purtroppo nella nostra cultura è troppo misera l’attenzione alla coppia che, come dico spesso nella mia professione, è come il primo figlio di un uomo e una donna, misconosciuto e abbandonato in un’incubatrice! Da questo, a mio avviso, discende tutto l’approccio dell’individuo col mondo: l’attitudine all’amore o alla guerra, l’accoglienza e l’emarginazione, sentirsi nella natura o al di sopra di essa, saper risolvere i conflitti… in nome di una relazione che supera l’individuo, ma che, contemporaneamente, vive grazie alla gioia dei suoi componenti.

Un suo libro è un invito ad andare “Controcorrente” (il titolo stesso lo dice), cioè invita ad infrangere le regole dello spirito del gregge, dell’illusione di parità con il possesso di oggetti firmati status symbol?

Il Contro Corrente non è una posizione a priori, polemica, ma un desiderio di Incontro. Se le regole sono ingiuste o ledono i Valori dell’Essere, penso sia giusto infrangerle, per denunciare un’ingiustizia ed innescare un cambiamento. E’ un atto di Amore. Come dice “Cosa sarà” di Lucio Dalla. Le mode? Le guardo: se mi si confanno bene, altrimenti niente! La mia moda la stabilisco io.

Il perché dell’adozione del titolo “Caleidoscopio” lo scopriamo nella sua stessa post-fazione: lei ha raccolto diversi componimenti creati nel corso di un ventennio, tema centrale le vicissitudini della coppia e i sentimenti espressi.

Le sue liriche sono declinate in rosso e nero, tra eros amore e morte, metaforicamente: l‘eros, la passione quanta parte secondo lei occupano nella condizione di una coppia, oggi?

Per provare dei sentimenti bisogna fermarsi, esserci: purtroppo essere sempre di corsa, distratti, non permette di costruire un’intesa dove nasce l’Eros ovvero dove esso apre alla profondità. Col risultato che a volte nelle coppie trovi una solitudine più cocente di quando si è soli. Bisogna avere il coraggio della presenza: essere nel momento per poter cogliere il divino che vive nell’incontro.

Sia in Caleidoscopio che in Vado Contro Corrente e Vivo, ci sono delle poesie in siciliano. Come mai? Che rapporto ha con la sua terra/lingua d’origine?

I miei genitori mi proibivano di parlare in siciliano ed ha stupito anche me che queste poesie mi siano nate in siciliano, praticamente perfette. Ho capito perché: la prima, ‘Attesa d’amore’ l’avevo scritta in italiano due mesi prima di fidanzarmi con quello che sarebbe diventato mio marito. Dopo la sua morte, parlando con un amico marchigiano che non apprezzava l’espressione ‘fiato del mio fiato’, ho capito che l’avevo pensata in siciliano: così mi sono data il permesso di scriverla in siciliano, acquistando un patos molto più adeguato. E poi sono venute le altre, nel momento in cui rinascevo nelle Marche, mia terra adottiva, il sentimento di appartenenza si esprimeva con la prima lingua che le mie orecchie avevano udito, come una certificazione e segno di gratitudine. Sono poesie nate con i brividi che mi attraversavano il corpo. L’ultima parla ‘Ad ogni figlio di questo tempo’, che possa nutrire il sogno della propria vita, senza il quale non si può realizzare un vero cambiamento.

C’è un verso, in “Cantiere” che mi ha particolarmente coinvolta emotivamente: nella poesia “A mia madre”, lei scrive: ”Ed ora con me/ vorrei portarti a volare”E’ un personale rimpianto cui vuole alludere? E’un invito rivolto agli adolescenti, a vivere un più profondo rapporto con la madre, oggigiorno trascurato?

Non un rimpianto, direi una complicità di liberazione. Ho avuto con mia madre un rapporto molto onesto e franco, ma l’ho anche ascoltata ed osservata, entrando in empatia con la sua stanchezza per una vita all’insegna del dovere e del sacrificio: prima lo accetto, poi mi ribello rivendicando anche per lei il diritto alla leggerezza e alla gioia.

Coltivare i sogni, la forza e la tenacia: la dedica a Santa Rita, Da quale input scaturisce?

Io mi chiamo anche Rita, per un voto che mia madre fece, poco prima del parto, perché sognò che avevo un viso mostruoso. Così già a tre anni l’obbligo della novena, con la divisa nera… me la rese ostica … e la spina e la croce in mano: pesante e quasi paurosa! Tuttavia mi attraeva sempre quella nomea di santa dei casi impossibili, quella tenacia e determinazione. In effetti anche nel mio lavoro le situazioni più difficili mi sembravano di obbligo. Pur tuttavia la passione della Santa per le rose mi lasciavano arguire una sensualità ed amore per la bellezza effimera che me la rendeva simpatica. Nei recenti mesi di isolamento, ritrovai una biografia e un filmato che mi rappacificarono con lei. Così ho commissionato alla mia amica e pittrice, Lucia Stefanetti, un ritratto sulla traccia dell’antica icona dipinta sulla cassa in cui fu deposta la Santa. L’ho posta a protezione del libro, insieme a don Milani e Franco Basaglia, altri controcorrentisti di razza, “che nel mio cuore santi lo sono da tempo”!

Mi piace concludere con questi versi che interpretano il profilo psicologico della scrittrice” Vado contro corrente/ per vedervi bene in faccia/quando marcio in fila indiana/ sono sola nel mio cuore/ e neanche di uno /incontro lo sguardo”; come pure, mi piace evocare “Nel monotono incedere”, una poesia che ci invita a vivere in un tempo slow e non quando sull’orlo del baratro, i tonfi del quotidiano travolgono la nostra esistenza. La scrittrice Daina, ci lascia un messaggio di profonda speranza: ci invita a “Pilotare mongolfiere dei miei (nostri) desideri” (in “Passano notti”).

Daina ci coinvolge emotivamente, con le sue tematiche di significativa attualità: la condizione femminile sofferta, il fanciullino pascoliano che ritorna, il Mediterraneo sofferto (“Ho visto”)…La religiosità traspare sempre e comunque: è latente in “ Terra di mezzo”, appare indiscussa ne “Il poeta”; è manifesta nella scelta della dedica di un libro a Santa Rita da Cascia.  Ritroviamo metafore ed allegorie, tra eros e thanatos, “senso corpo e morte” (evocando, inconsciamente, Jacques Lacan). Inoltre, sono presenti le allegorie delle illusioni perdute, come nella poesia “Da Bambina”, in cui i girasoli rappresentano quel mondo che muta, a nostra insaputa, cancellando i nostri sogni…E ritroviamo, inoltre, il compiacimento nostalgico del ricordo di epistole di carta/che odorino di inchiostro/ e di rosa (in “Nostalgia”. Infine, il piacere del respirare quel silenzio di echi infiniti perduti in “Voglio dolce silenzio per / vedere/ e buio per germinare rinascita” (in

“ Settimane si affastellano”), una poesia quanto mai attuale, considerato il momento storico che l’umanità tutta sta vivendo.

 

Biografia della scrittrice Anna Maria Rita DAINA

Siciliana di nascita, Sciacca 1958, vive nel fermano dal 1984; studi classici nella città natale e poi laurea in medicina e specializzazione in Psichiatria alla Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma dove incontra il futuro marito. Ha tre figli ed esercita la professione di medico e psicoterapeuta sistemico dal 1984. Considera le Marche sua terra adottiva ed è molto interessata alla cura del paesaggio, come fondamento per la salute ed armonia psicofisica. Ha partecipato a progetti di Riabilitazione Urbana Sostenibile ed ha messo a punto un progetto per la costruzione di salute mentale. Ha frequentato corsi di teatro con Vincenzo Di Bonaventura e recita volentieri le sue poesie. Ha pubblicato "Caleidoscopio" (Libroitaliano 2003), con presentazione di Sergio Soldani e Matilde Morrone Mozzi, e "Cantiere” (2006) con postfazione di Giovanni Zamponi (Medea Libri 2006), rieditate in”Incontro” (Pagine, 2014, presentazione Elio Pecora); ha partecipato a varie manifestazioni letterarie è stata finalista a molti concorsi internazionali. I suoi testi sono presenti in molte antologie (Aletti, Pagine, Poeti Kanten, I.V.A.N. Project)

La sua poetica esistenziale arriva al lettore come un confidente: esplora l'intimità per aprirsi al mondo centrando il dramma d’amore, dall’attesa al suo epilogo, la maternità, la condizione di donne e di uomini, oggi sospesi fra solitudine e paura dell’incontro. Questo ultimo lavoro, “Vado Contro Corrente e Vivo”, è un ampliamento del punto di vista, in cui propone un percorso attraverso le contraddizioni del mondo verso una rinascita che parte dalla forza del sogno. Hanno scritto di lei autorevoli critici letterari tra i quali la prof.ssa Maria Teresa Prestigiacomo, giornalista direttore rivista internazionale e presidente Accademia Euromediterranea delle Arti.

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Maria Teresa Prestigiacomo 

#Maria Teresa Prestigiacomo è docente di Istruzione Superiore; contrattista universitaria presso Università di Messina, rettore il Ch.mo Prof. Tomasello; è critico d’arte Letterario e giornalista iscritta all’Ordine dei Giornalisti ODG Nazionale Roma; ha collaborato e collabora con pù testate giornalistiche direttrice di rivista internazionale inglese italiano cartacea ed on line, presidente accademia euromediterranea delle arti; vincitrice di premi internazionali per il Giornalismo culturale e per la Cultura , per la critica d’arte; ricordiamo soltanto il Premio Internazionale Cartagine, Hammamet Sousse Africa; numerosissime le sue pubblicazioni cataloghi d’arte e letterari.

 - di Rosario FODALE, direttore e fondatore di messinaweb.eu -

-         Edoardo Giacomo Boner fu, tra la fine dell’Ottocento, e il primo Novecento, un poeta tardo-romantico e un novelliere rinomato. Quali sono le sue opere più importanti?

-         Edoardo Giacomo Boner, nato a Messina nel 1864 da padre svizzero e madre messinese (Larini), onorò la città, con la pubblicazione di prose (Leggende boreali, Sui miti delle acque, Saggi di letterature straniere, La poesia del cielo negli antichi), di poesie (Novilunio, Plenilunio, Versi, Musa crociata, Le siciliane) e di novelle (Racconti peloritani, nel 1890, e Sul Bosforo d’Italia, nel 1899), con cui la città dello Stretto entrava di fatto nei circuiti nazionali della letteratura moderna. Pirandello gli dedicò le sue Elegie renane, nel 1895, «con fraterno affetto». Fu inoltre stimato da vari intellettuali catanesi del tempo e in particolare da Mario Rapisardi e da Concetto Marchesi, suo collega al Liceo Ginnasio “F. Maurolico” di Messina nei primi anni del Novecento. Conobbe Verga, Capuana, Pitré, Ragusa Moleti, come lui collaboratori della rivista «Il Momento», uscita a Palermo dal 1883 al 1885. Anche Pascoli, professore di Letteratura Latina all’Università di Messina tra il 1898 e il 1902, lo stimò molto.

-         Quali sono, a suo avviso, le cause della sua repentina scomparsa dalla storia della letteratura italiana e dalla memoria storica dei messinesi?

-         Lui stesso lamentava lo scarso interesse dei messinesi per l’arte e la letteratura. Ma nocque, certamente, alla sua fama la morte improvvisa nel terremoto del 1908 (era ritornato in città da Roma, dove insegnava all’Università; per sposarsi), nonché il totale disinteresse della Scuola e dell’Università messinese, prima e dopo la seconda guerra mondiale. Devo dire, con una punta di orgoglio marinaresco, che solo io, per circostanze molto casuali, l’ho riproposto all’attenzione dei lettori ripubblicando, nel 2003, presso l’editore Intilla, le sue due principali raccolte di novelle.

-         Perché vale la pena di rileggerle?

-         Per nobili fini critici ed estetici (sono testi di frontiera: tra il Verismo di Verga, il classicismo risorgente di Carducci e il decadentismo dannunziano), ma anche perché presentano fatti e personaggi messinesi di fine secolo assai rilevanti: sono, peraltro, le prime opere nelle quali Messina, le sue strade, i quartieri, le chiese, i villaggi della Riviera del Faro, fanno da sfondo alle vicende narrate. Tanto che potrebbero efficacemente irrobustire il senso di appartenenza e le languenti radici culturali dei nostri giovani: ne hanno veramente bisogno.

Va pure detto che il Comune di Messina gli ha dedicato, nel dopoterremoto, il monumento che orna la sua tomba nel cimitero monumentale della città.

-         Boner perì, quindi, con migliaia di sventurati concittadini, nella tragica notte del 28 dicembre 1908?

-         Sì. Ed è opportuno ricordare che, tre mesi dopo il terremoto, la sera del 5 marzo 1909, il professore Concetto Marchesi, ritornò a Messina, mettendosi alla ricerca di Edoardo Giacomo Boner, che considerava «più che amico fratello», tra palazzi distrutti e cadaveri ancora insepolti (dopo più di novanta giorni!). Quella tragica, funerea visione della città dello Stretto, che amaramente «imputridiva», raccontò, quindi, a caldo, in un articolo poco conosciuto, apparso nell’ottobre dello stesso anno sulla «Rivista d’Italia. Lettere, Scienza ed Arte», che io stesso ho ripubblicato in Appendice al saggio, La narrativa di Edoardo Giacomo Boner, pp, 149-168, EDAS Messina 202, e che costituisce un documento di primaria – ma misconosciuta importanza – degli effetti disastrosi del più devastante terremoto della storia.

 

- di Rosario Fodale - 

   Per il ciclo “Le nostre interviste”, abbiamo pensato che non avremmo potuto non intervistare il Maestro Giuseppe Messina, un artista di Barcellona Pozzo di Gotto che, nel 1967, giovanissimo, lascia la Sicilia per trasferirsi a Roma dove riesce a superare le varie mode e correnti artistiche della capitale. Il Messina riesce ad imporsi nel mondo dell’arte grazie alla sua prorompente vitalità, alle doti artistiche e alla sua irrefrenabile creatività. Del suo straordinario operato è nostro desiderio informare quanti sono interessati al mondo della cultura in generale, ma a quella siciliana in particolare.

 

   Maestro Giuseppe Messina, noi della testata “MessinaWeb.eu” siamo convinti che ella non ha bisogno di presentazioni dal momento che, ci rendiamo conto, il pubblico interessato all’arte la conosca bene, ma desideriamo che anche il grande pubblico in generale sia informato a 360 gradi per quanto riguarda il suo impegno socio-culturale, non soltanto per la sfera esclusivamente artistica. Lei, come ci informa la professoressa Maria Torre, sua biografa, è scultore, pittore, poeta, autore teatrale, attore e regista, ma anche giornalista che si occupa spesso di critica d’arte e letteraria. Ma cominciamo dall’inizio: lei quando ha scoperto di essere interessato all’arte?

   Confesso che non ricordo quando ha cominciato a contagiarmi il piacevole morbo dell’arte: probabilmente da bambino, visto che il Professore Nino Bellinvia ha scritto in un articolo, credo in occasione del mio quarantesimo anniversario di attività artistica, che un giorno di tanti anni fa, venendo a casa mia con suo padre, non avevano trovato sedie per sedersi perché tutte occupate dai miei acquerelli messi ad asciugare, tanto che mio padre mi rimproverò e me li fece sgombrare. Comunque ricordo un particolare preciso di un fatto accaduto pochi anni dopo quando avevo già 13 anni: in assenza dei miei genitori mi sono messo a scolpire il viso di Garibaldi sul primo gradino in pietra arenaria della scala esterna della casa dove abitavamo, cosi che, al buio della sera inoltrata, quando mio padre era sul punto di salire per rincasare, scivolò sulla rotondità della faccia scolpita, perciò accese un fiammifero per vedere meglio e, resosi conto della metamorfosi della pietra, capì chi era stato l’autore colpevole, tanto che mi ripagò con quattro scappellotti. Solo il giorno dopo alla luce naturale si soffermò ad apprezzare la mia opera e disse che, tutto sommato, avevo del talento.

   Per quanto riguarda la sua attività di scultore, lei ha realizzato anche opere pubbliche?

   Certamente: il monumento al poeta e storico Nello Cassata creatore di uno dei più importanti musei etnostorici d’Italia, che si trova a Barcellona Pozzo di Gotto, il monumento all’eroe della prima guerra mondiale Luigi Rizzo sul porto di Milazzo ed altre opere funerarie.

   Maestro, lei ad un certo punto ha deciso di lasciare la Sicilia. Come mai una tale decisione? Cosa cercava?

   Mai mi sarei allontanato dalla Sicilia, ma sono stato costretto, cacciato via dagli eventi. Se avessi trovato qui quei presupposti di cui avevo bisogno certamente sarei rimasto. Purtroppo per quelli come me qui non c’era avvenire. Ero curioso. Volevo scoprire altri mondi, altre occasioni che da queste parti mi era impossibile trovare. Volevo imparare cose diverse, confrontarmi con altre realtà, ma soprattutto volevo scoprire me stesso, la validità del mio pensiero, delle mie attitudini. L’occasione mi è stata offerto al momento del servizio militare: mi avevano preso come sott’ufficiale del genio pionieri e mi hanno offerto la possibilità di restare in Sicilia oppure andare a Roma. Senza esitare ho scelto la capitale. Successivamente mi hanno mandato al Ministero della Difesa a fare servizio all’Uff. Microfilm, con orario 08,00 - 14,00. Trascorrevo le mie ore, libero dal servizio, curiosando per la città; andavo a visitare le gallerie d’arte e gli studi degli artisti dove ho imparato veramente tanto. Ma non trascuravo di frequentare la “Casa della Cultura” di via Arenula, dove si tenevano convegni di alto livello culturale ed era facile incontrare il fior fiore di letterati (come Alberto Moravia), artisti anche di teatro e personaggi del cinema (come Nanni Loi, Pier Paolo Pasolini ed altri).

   Credo che, a questo punto, molti vorrebbero sapere come mai ha deciso di fare ritorno in Sicilia. Vuole spiegare il perché di tale decisione?

   Colpa dell’attrazione magnetica… La Sicilia ha un potere straordinario, fa sentire la sua voce, come fosse una sirena incantatrice ed il richiamo e talmente forte che non si può resistere, almeno che non si sia insensibili all’amore materno o costretti dagli eventi. La mancanza delle sue atmosfere, dei suoi profumi, dei sui sapori, del suo mito era insopportabile. Sognavo di fare ritorno perché sapevo che certamente qui avrei realizzato ciò che lontano da questa terra mi sarebbe stato impossibile.

   A cosa si riferisce, Maestro? Vuole essere più chiaro? Ha pensato di ritrovare quei presupposti che mancavano quando ha deciso di lasciare la Sicilia?

   Niente affatto. Sapevo bene che quei presupposi continuavano a non esserci, come non ci sono ancora, purtroppo. Comunque ero convinto di poter mettere a disposizione di tanti giovani la mia esperienza acquisita, tant’è che, dopo poco tempo, con il contributo di tanti ragazzi ansiosi di fare qualcosa di buono, ho dato vita al “Movimento per la Divulgazione Culturale”, un’associazione che si è fatta carico di tante iniziative che hanno permesso di mettere in luce diversi talenti, oggi affermati artisti e professionisti che operano anche nel campo della cultura. Abbiamo organizzato cose impensabili fino a quel momento nella città di Barcellona Pozzo di Gotto; pensi che dal 1983 al 1985 abbiamo realizzato persino un lungometraggio filmico di un’ora e 45 minuti sulla storia della stessa città, dalla preistoria fino all’attualità “Patrimonio archeologico culturale e realtà sociale di Barcellona Pozzo di Gotto” e, a proposito di filmato, non è stato il solo. Ci siamo interessati pure di teatro, tanto che, nel 1999, in occasione del bicentenario della nascita del musicista e patriota delle “Cinque Giornate di Milano” Placido Mandanici, nativo proprio di Barcellona Pozzo di Gotto, abbiamo messo in scena la sua vita arricchita da quattro sue opere musicali.

   Sì, Maestro, ricordo perfettamente come fosse ieri. Il testo teatrale è suo, no?

   Sì, è mio: “Lamento per Placido Mandanici ovvero onore al maestro”. Ricordo che l’ho scritto e sceneggiato in una settimana.

   Lei è dunque anche autore teatrale? Quante opere ha scritto per il teatro? Può ricordarci qualche titolo?

   Per il teatro ho scritto poche opere: oltre quella dedicata a Mandanici ho scritto “Nel segno di Socrate” messa in scena con gli studenti di alcuni istituti scolastici superiori di Barcellona Pozzo di Gotto e di Milazzo; “5 gennaio 1984 – Testamento teatrale” che poi sarebbe la data della morte del giornalista Pippo Fava, assassinato dalla mafia, infatti l’opera è dedicata proprio a lui; “Nel mitico regno di Eolo”, “Non sono Cyrano di Bergerac” messo in scena a Villa Piccolo di Calanovela a Capo d’Orlando ,“Il tormento di Penelope”e “La collera di Odisseo” messi in scena per gli studenti del liceo classico ed in occasione de “I Giorni della divulgazione” (2018) a Barcellona Pozzo di Gotto; “La disperazione di Cassandra” messa in scena in occasione de “I Giorni della Divulgazione Culturale”(2019) nella stessa città; “La solitudine di Laerte” ed altri monologhi.

   Maestro Messina, lei ha detto pocanzi che sognava di fare ritorno perché sapeva che certamente qui avrebbe realizzato ciò che lontano da questa terra gli sarebbe stato impossibile. Oltre a ciò che ha menzionato, dal suo ritorno in Sicilia ha potuto realizzare pregevoli opere scultoree, pittoriche e letterarie ispirate dalla mitologia classica. Lei crede veramente che lontano da quest’isole non avrebbe potuto creare tali opere?

   Assolutamente. Perché proprio questa isola è parte importante del centro del grande, classico universo culturale. In Sicilia il mito è palpabile, ispiratore per chi ha sensibilità e fantasia particolari. Qui sono nati dèi, semidei, eroi, il bello e il buono, ma anche ciclopi, ed altri mostri, purtroppo: il contrasto tra il bene e il male, in questa realtà, è palpabile, innegabile. Mi capisce cosa voglio significare?

   Capisco perfettamente… Lei, abitando in collina, occupa una postazione privilegiata: proprio da dove si domina tutto l’arcipelago eoliano che nel mito classico occupa un posto importante. Lei praticamente dialoga con Eolo, il Dio dei Venti.

   In questo mi sento fortunato: se non dialoghiamo poco ci manca, infatti non è un caso che i due primi poemi della mia trilogia dedicata ad Omero, “Odissea ultimo atto” e “La leggenda di Omero”, per buona parte sono ambientati proprio nel regno di Eolo.

   Maestro Giuseppe Messina, risulta, da articoli che abbiamo letto in alcuni giornali che lei sta trascorrendo questo periodo di pandemia in completo isolamento, ma senza oziare. Anzi sembra che stia preparando delle opere che saranno presentate in una mostra in occasione del suo cinquantacinquesimo anniversario di attività artistica e culturale che dovrebbe avere luogo, prima di tutto, nella sua città, a Barcellona Pozzo di Gotto. Pare che tra queste opere ci sarà anche un libro artistico particolare di grandi misure che spera di poter ultimare giusto in tempo. Ci vuole dire di questa sua opera straordinaria?

   Il libro menzionato da lei è in preparazione: ci lavoro da alcuni anni e spero di completarlo in tempo per la mostra da lei accennata. Si tratta di un volume di 70 pagine misurante cm 75 X 55, dette pagine si presenteranno in tela, con riproduzioni di opere pittoriche alternate a pagine scritte contenente un mio poema “Imbarcato all’alba”. La copertina sarà in multistrato ligneo foderata con pelle di vitello, sulla prima pagina della quale sarà incastonato un altorilievo in bronzo di cm 40 X 50, dal peso di 25 kg. Questa, che sarà un’opera monumentale, avrà per titolo “Artes meae per unum vestigium”, praticamente una creazione simbolica contenitrice delle mie arti, la scultura, la pittura e la scrittura, che resterà esposta permanentemente nell’“Oikos Museion”, la mia casa museo dove abito.

Dunque lei abita in una casa museo, che, naturalmente, sarà frequentata dai visitatori?

   Certamente. Si tratta di un museo d’arte a tutti gli effetti.

   Chi sono i visitatori dell’Oikos Museion?

   Naturalmente chiunque abbia il piacere di vedere opere artistiche, ma, soprattutto studenti accompagnati dai docenti.

Oltre alle sue creazioni ci sono opere di altri artisti?

   Sì, si possono ammirare opere che ho comprato e anche quelle donatemi da altri colleghi conosciuti in campo nazionale ed internazionale.

   La nostra intervista finisce qui e, intanto che ringraziamo il Maestro Giuseppe Messina per la sua cordiale disponibilità, porgiamo l’invito ai nostri lettori di andare a visitare “Oikos Museion”, (previa telefonata al 338 4969216) per potersi rendere conto personalmente di come si possa rimanere affascinati di fronte a tanta bellezza da ammirare.

Nelle foto:

I due busti in bronzo del monumento a Nello Cassata;

Giuseppe Messina con i due busti di Nello Cassata

Il maestro Giuseppe Messina scolpisce “Penelope”;

SCOLPENDO PENELOPE

“Omero”

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Un angolo dell’Oikoso Museion;

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- di Rosario Fodale -

Cara poetessa, come spiegherebbe, in breve, ai giovani di oggi, le motivazioni profonde della sua poesia?

Sono stata sempre innamorata della parola scritta in versi fin dall'età di 18 anni e ho letto molte opere di poeti e poetesse. Da donna adulta, ho poi voluto adoperare questo mio talento, insieme alla mia esperienza come educatrice scolastica nelle scuole materne e quindi come pedagoga, per lasciare qualcosa, che possa spingerci ad amare i nostri bambini, indicando anche come prepararli al futuro, in un momento storico, come questo, in cui frutto di un malvissuto benessere sembra essere una violenza sempre più efferata contro i piccoli della nostra società.

Lei ha già alle spalle una ricca produzione poetica.

Ho pubblicato cinque libri: "Una Maestra racconta”, “L'abc della vita”, “Album di un'anima poeta”, “Il volto dell'anima nella poesia” e, ultimo, “Il tempo della memoria. Canti della Vita”. In verità, con ognuno di essi, mi sembra di essermi aperta al mondo come donna e moglie, come mamma, nonna e bisnonna, ma anche come individuo che, nel corso della sua esistenza, ha dovuto lottare con un problema di salute verificatosi in seguito ad una banale caduta. Ho subito cinque interventi e le protesi ad ambedue le ginocchia, che ho affrontato con la forza dell'amore da e per i miei familiari con la forza del coraggio e della Fede, che mi ha sempre sostenuta.

Un viaggio lungo, invero, il suo. Qual è il suo consuntivo?

Il mio percorso di vita non è stato privo di difficoltà, ma è stato pieno sicuramente di grandi soddisfazioni nonché illuminato da quello che si può considerare il mio motto, nonché il mio lascito a miei nipoti: «Amare. Amare tutti. Amare sempre». Ho affrontato momenti difficili, ma le esperienze personali fortificano la nostra sensibilità arricchendola o la debilitano, in certi casi, impoverendola. Tutto dipende dalla reazione e dalle infinite potenzialità che riusciamo ad esprimere.

Che cosa significa per lei l’atto della scrittura?

Per me scrivere significa esprimere me stessa cioè le mie emozioni, i miei stati d'animo, le mie angosce, le mie speranze. Il motivo centrale della mia letteratura è l'Amore, che esplico come sentimento per il marito, i figli, le infermiere che mi hanno accudito nel periodo difficile dei vari interventi alle ginocchia.

Come definirebbe, in estrema sintesi, l’amore?

Cos'è per me l'Amore? L'Amore è il sentimento fondante della vita. È sacro e indispensabile. L'amore è una pienezza d'animo, che si traduce in dono e in spirito di servizio verso gli altri.

L'amore esiste se esiste dentro di noi. L'amore non si insegna. L'amore si dà, promana dal più profondo del cuore. Non si può manifestare una ricchezza interiore che non si possiede. Quando si ha la fortuna di provare questo sentimento, è facile realizzarsi in tutti i ruoli della vita, perché l'amore che è in noi alimenta ogni rapporto umano, sociale ed affettivo: è l’arricchimento continuo di ogni esistenza. L'amore quando è vero, sfida il tempo. L'amore non ha età, né epoche, né dimensioni ...

Come si definirebbe per i suoi lettori?

Se dovessi definirmi, in poche parole, mi definirei saggia, umana e altruista, perché attraverso la parola filtro il puro e l’impuro della società di oggi, esaltando la famiglia come cellula fondante della società, che esiste quando in una casa regnano l'amore e il rispetto reciproco: solo allora la famiglia diventa capace di portare a termine il difficile compito di educare i figli e trasmettere la sicurezza e la forza di affrontare le avversità della vita. E quindi migliorare anche la società.

Qual è il suo principale interesse oggi?

Mi propongo per il futuro di continuare a scrivere fino a quando la mia mente aiuterà il mio cuore, con il supporto della mia mano, ad esprimere le emozioni. Sono convinta che le verità profonde si possono manifestare solo in poesia.

Caro Professore, da qualche tempo noi di Messinaweb vorremmo intervistarla a trecentosessanta gradi, perché intuiamo che lei abbia mille cose da dire sulla città di Messina, sulla Sicilia, sull’Italia, sull’Europa, sul Mondo insomma, ma anche sul mondo interiore di quel mistero che è l’essere umano. Vorremmo, in parole povere, oltrepassare, insieme con lei, il velo della discrezione signorile che lei, forse per amore del prossimo o forse per autodifesa, mostra di avere sollevato tra sé e gli altri.

La ringrazio. Ma forse lei mi gratifica di virtù che non ho. Le cose che avevo da dire le ho dette e le vado dicendo in libri e articoli giornalistici, o attraverso i cosiddetti social. Certo, a Messina non ci sono tutte le opportunità editoriali o giornalistiche esistenti a Milano, ma siamo qua e non possiamo essere contemporaneamente altrove: come diceva realisticamente mio nonno, pescatore dello Stretto, «Ccà semu e ccà calamu (le reti, ovviamente)». È vero tuttavia che, per discrezione e senso innato – credo – della misura, non ho mai spinto troppo il piede sull’acceleratore della rabbia, dell’invettiva e, men che mai, dell’insulto, che è oggi tipico della comunicazione giornalistica e non solo.

Ecco. Noi vorremmo, appunto, che lei andasse, una tantum, oltre. Potremmo incominciare dal suo parere sulla recente pubblicazione delle Poesie e prose siciliane di Maria Costa, per i tipi di Pungitopo di Gioiosa Marea.

Plaudo, certamente, all’iniziativa che io stesso, da cultore della poesia di Maria Costa, andavo caldeggiando da qualche anno, prima e dopo la scomparsa della poetessa. È una lodevolissima iniziativa personale dell’editore di Pungitopo, Lucio Falcone, opportunamente avallata dal Comitato Direttivo del Centro Studi Maria Costa, di cui è presidente il dott. Lillo Alessandro. Ora, sono finalmente contenute in un unico, degno volume, limpidamente stampato a cura dello stesso Falcone, con una introduzione di Sergio Todesco e una piccola prefazione mia, tutte le poesie e i racconti («cunti») siciliani pubblicati, in svariate raccolte, dalla poetessa di Case basse, e praticamente introvabili nelle librerie. Sicché il lettore messinese (e non solo messinese) ha oggi la possibilità di accostarsi, senza difficoltà, alla poesia di Maria Costa, che è – occorre ribadirlo – un vero, imperituro monumento della lingua e dei valori dei pescatori dello Stretto, alternativi al degrado della cultura postmoderna e risolti in forme stilistiche di inusitata bellezza.

Quasi un miracolo, dunque.

Si, un miracolo, ove si pensi, per un attimo, alla tendenza abituale degli intellettuali messinesi a dividersi in gruppi «l’un contro l’altro armato», magari per futili motivi, seguendo, perlopiù, le ubbie di un capo improvvisato o di una altezzosa primadonna.

Da dove nasce, secondo lei, professore, questa tendenza dispersiva, separatistica?

Ci sono cause e concause storiche su cui altri hanno già detto egregiamente. Di conseguenza, ci sono comportamenti umani, conformi al degrado storico, politico, sociale cui la città soggiace da molti lustri. Ogni cosa va sempre contestualizzata e storicizzata: «Il fico non fa pesche».

Professore, noi giornalisti on line o della carta stampata abbiamo spesso l’impressione che l’Università di Messina sia un poco distante dai fenomeni culturali della città. La nostra impressione è vera o fallace?

Vera, in gran parte. Ma vorrei rinviare lei e i suoi lettori a consultare, nel merito, il mio recente libro Resistere a Messina. Reportage, lettere, racconti e saggi critici (Pellegrini Editore, Cosenza 2020). Uno dei percorsi di lettura, tra i tanti possibili, che vi si delineano, riguarda proprio l’indagine sull’Università italiana (e quindi anche messinese) tra la prima e la seconda repubblica fino a i nostri giorni: c’è tutto il mio amore per l’Università dei veri Maestri, della seria ricerca scientifica, della meritocrazia e della trasparenza, ma c’è anche il mio sguardo vigile, rigoroso, e tuttavia costruttivo, su certe manchevolezze del sistema. In breve, se la città di Messina dorme, l’Università di Messina non veglia: accanto a sintomi di risveglio, di rinnovamento, di impegno reale e proficuo nella dirigenza e nel corpo docente, permangono purtroppo sacche di albagia sterile, nonché casi d’incompetenza e di arretratezza politica e culturale (spesso legate a fenomeni di familismo deteriore). Pensi: si trascura spesso ciò che è vicino (la realtà storica, letteraria, politica, sociale del territorio) e si adora il lontano, l’esotico, secondo un’arcaica concezione dell’Università. Laddove, la moderna epistemologia, in tutti i rami del sapere, si muove – non da oggi - in senso inverso: dal vicino al lontano.

Ma, a proposito degli spropositi, noi giornalisti abbiamo la sensazione che l’Università di Messina non sempre valorizzi adeguatamente i suoi campioni – lei è tra questi – e che invece salgono, spesso, alla ribalta della cronaca professori amorfi, senza particolari meriti. Come si spiega?

Potrei dire che io vengo dal mare, ma sarebbe troppo lunga. Spero di cavarmela con una battuta, desunta dall’immaginario religioso: «O si canta o si porta la croce». C’è, in effetti, chi nell’Università studia, fa ricerca e produce libri innovativi (io, col suo permesso, sono tra questi); e c’è chi studia per avere potere e cattedre da distribuire a parenti ed amanti. È questo il prototipo più diffuso, in tutta Italia, di dirigente universitario. Qualcuno l’ho conosciuto anch’io. Ci sono, fortunatamente eccezioni: io ricordo, in particolare, Antonio Mazzarino e Giuseppe Petronio, due studiosi eccellenti (di diverso orientamento politico) ma anche due eccellenti presidi.

Illuminante. E come è cambiata, secondo lei, la realtà politica, sociale, religiosa di Messina in questi ultimi anni?

Ci vorrebbe un trattato, anzi tre o quattro trattati per rispondere adeguatamente alle domande che mi pone. Ma, da estroverso naturale (forse di origine normanna), non mi sottraggo al dialogo. D’altra parte, sono – forse per natura (normanna) – ottimista nonostante tutto (partito dalle barche del Faro, «passai u mari chi zocculi» per realizzarmi) e vedo sempre il bicchiere mezzo pieno, perciò piango (con un occhio) sullo scempio della nostra città a tutti i livelli, ma intravedo anche fenomeni positivi che fanno sperare in una crescita non chimerica. Però, badi bene, io non ho, né presumo di avere, la verità in tasca. In altri termini, quel poco che so sulla realtà messinese dipende dalle mia esperienza diretta (che è sempre limitata), dalle mie parziali conoscenze, dal mio temperamento umano (forse, troppo umano) e dalla mia ideologia di intellettuale democratico di sinistra: consideri lei quanto sia condizionato il mio parere. E ciò dico, per evitare che qualcuno mi prenda troppo sul serio: ogni parere è un punto di vista, inevitabilmente condizionato dalla posizione ideologica e/o dal temperamento dell’emittenza.

D’accordo, La ringrazio per questa dichiarazione di umiltà che dovrebbero fare tutti quelli che riempiono i programmi televisivi e le pagine dei giornaloni. Ma ci dica, dunque, per favore, qual è il suo punto di vista in merito alle cose messinesi.

Da sociologo improvvisato, dividerò i miei concittadini per fasce di età. Credo , dunque, di capire che la parte più fragile e friabile della società messinese sia quella costituita dai quaranta-cinquantenni (la parte maggioritaria dell’elettorato), cresciuti nell’ultima bambagia democristiana (da padri e madri che invece hanno lottato coi denti per vincere la loro battaglia per la vita): mostrano talora tratti psicologici infantili e comportamenti perlopiù egotistici; si rivelano spesso immaturi sul terreno complesso della politica e sono pronti a “innamorarsi” dell’imbonitore di turno che promette cieli in terra. Certo, la maggior parte dei quaranta-cinquantenni che conosco, per esperienza diretta o mediata da film, romanzi, giornali, televisione, Facebook ecc., “tifa” per i Cinquestelle o per Salvini-Meloni.

E dei loro padri e madri, dei settantenni insomma, che gliene pare?

Dei settantenni che conosco, solo pochi stravedono per i Cinquestelle esibendo un radicale, forse illusorio, entusiasmo antipolitico, magari come estrema reazione a frustrazioni subite dalla politica (anche di sinistra) nel corso della loro lunga vita e mal digerite. Nessuno di loro mostra di simpatizzare per le posizioni salviniano-meloniane. Molti messinesi di questa fascia d’età si dichiarano berlusconiani. Mi pare che resistono pochi, ma buoni, democratici di sinistra.

Dei nostri giovani, in particolare, cosa pensa lei, che ha dedicato una vita alla trasmissione di saperi e valori ai giovani, e che è amato – ne riceviamo attestati ogni giorno presso il nostro giornale – dai suoi allievi, molti dei quali sono oggi affermati professionisti?

I trentenni sono simili ai loro fratelli maggiori (quaranta-cinquantenni). I ventenni mi sembrano, paradossalmente, migliori dei loro fratelli maggiori e dei loro padri (forse, è l’eterno gioco dei figli che uccidono freudianamente i padri, per diventare padri a loro volta). Certo, pare che vadano riscoprendo il valore assoluto della democrazia e dell’impegno concreto, fattivo sul terreno politico, rifuggendo da ogni sirena populistica o superomistica, anche se la propaganda neofascista e addirittura neoborbonica giunge, a Messina, perfino nelle aule della scuola media. Su di loro incombe tuttavia il peso di un’economia in dissesto, che li spinge a emigrare alla ricerca di un posto di lavoro o a vivacchiare nelle case paterne, come tardivi «bambocci», senza arte né parte. Spetta all’amministrazione comunale e ai rappresentanti della politica locale e nazionale il difficile compito di sanare questo oggettivo disastro generazionale, che sta privando la città (una delle più spopolate del meridione, in effetti) delle sue forze migliori.

Va anche detto che i nostri giovani sono insidiati dal dilagante nichilismo (passivo) e dall’edonismo facile del «carpe diem»: a Messina pare sia attecchita, da qualche tempo, la mala pianta della droga con tutti i fenomeni delittuosi che ne conseguono, mentre aumentano purtroppo i casi di violenza contro i deboli e le donne, che sono tragiche spie di una società gravemente malata.

Lei ha fatto interventi molto illuminanti sulla «rivoluzione cristiana» di Papa Francesco. Come vede la presenza dei cristiani nella società messinese?

Mi faccia dire che le principali agenzie educative – casa, scuola, associazioni sportive, associazioni religiose, enti culturali – devono farsi carico di nuove forme di educazione culturale, civile, democratica che aiutino i giovani nel loro difficile percorso di crescita: non si supera mai, da soli, il più alto gradino dello sviluppo, quello cioè che ritarda o impedisce il passaggio dalle vaghezze dell’adolescenza all’incipiente (mai esaurita) maturità. Paradossalmente, l’ideologia dominante esalta, al contrario, il modello, fortemente regressivo, di Peter Pan e il mito dell’eterna adolescenza come un valore assoluto.

In questo ambito, una funzione specifica esercita – o dovrebbe esercitare – sicuramente la Chiesa. Ma devo dire, sempre sulla base della mia parziale esperienza, che a Messina, mentre cresce il numero dei fedeli (maschi e femmine) che affollano le chiese – quando io ero ragazzo, le chiese erano zeppe di vecchie, di signore, e di ragazze (fortunatamente), mentre gli uomini, per un malinteso orgoglio maschilista, evitavano persino di entrare in una chiesa –, sembra crescere altresì il numero dei cattolici che contestano, da destra, la svolta pauperistica, cristiana di Papa Francesco, restando chiaramente legati ai modi curiali, aristocratici della chiesa pregiovannea, propagandati da certi porporati con attico sul Colosseo, che sono tra i principali responsabili della scristianizzazione in atto nella società.

Fortunatamente, a Messina c’è una nuova fioritura di preti «da strada e non da salotto», per dirla con Papa Francesco, che rinnovano il messaggio fondamentale dell’amore cristiano per gli umili, i poveri, gli emarginati, i malati, i carcerati (vedi Matteo 25, 31-46), recuperando alle vie della fede operosa molti giovani. E mi fermo qui, sennò mi fanno papa.

Bellissimo. E della politica …

No, basta, scusi. Organizzi piuttosto un convegno o alcuni convegni e parleremo, insieme con altri intellettuali messinesi (che non mancano), di politica, di arte, di poesia, di pittura, di scrittura, di economia a Messina. E intanto – mi consenta – legga e faccia leggere il mio libro Resistere a Messina. Garantisco: non sono soldi né tempo persi.

Ringrazio il prof. Giuseppe Rando per l’intervista che ha voluto generosamente concedere alla nostra testata: ne siamo orgogliosi e speriamo che possa contribuire alla crescita umana, politica e culturale dei nostri concittadini e dei giovani soprattutto.

Rosario FODALE

Fondatore e Direttore di messinaweb.eu

- La redazione -

C’ è una Sicilia associata da secoli ai concetti di mafia, malaffare, violenza, degrado, ignoranza cronica e apatia, che è raccontata con toni scuri e crudi, schiaffata sulle prime pagine dei giornali e fra le righe della letteratura in modo impietoso e fortemente critico.

E c’è, poi, una Sicilia delicata e straripante di profumi e sapori, ricca di bellezza umile e di colori accesi, di tradizioni antiche e di usi peculiari e affascinanti, di umanità, di grande senso dell’ironia e dell’accoglienza.

A questa Sicilia dà voce “E mi ricorderò”, il romanzo di Daniela Cucè Cafeo edito dalla casa editrice milanese bookabook e approdato in questi giorni in libreria, dopo una campagna di crowdfunding di grandissimo successo che ha registrato un numero di preordini di oltre 400 copie già un anno prima di andare in stampa.

Un successo che prosegue in questi giorni, in cui i lettori hanno inondato i social di commenti entusiasti per un libro che, nonostante le sue 300 pagine, “si fa leggere tutto d’un fiato”, incollando alle righe e lasciando, a fine lettura, una scia densa di emozioni, divertimento e commozione.

Al punto che la curiosità ingenerata stimola ogni giorno nuovi lettori: interessati, incuriositi, motivati a sfogliarne le pagine.

Abbiamo intervistato l’autrice al fine di conoscere di più su questo felice esordio letterario.

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Come è nata l’idea del romanzo?

Potrei dire che è nata con me, e non sarebbe un’affermazione sbagliata. Da quando ho coscienza di me stessa, la lettura, e soprattutto la scrittura, sono state componenti inscindibili di ciò che sentivo d’essere. Anche se c’è voluto un bel po’ prima che comprendessi che era anche ciò che avrei voluto “diventare”.

E ho cominciato a scrivere prestissimo, ma solo per me stessa. Mi bastava riempire fogli su fogli di emozioni, soprattutto quando mi sentivo triste e avvertivo forte il bisogno di staccarle da me fissandole con l’inchiostro di una bic su pagine che, finita quell’esigenza incontrollabile, rileggevo e poi facevo in mille pezzi.

E’ stato un peccato, col senno di poi. Oggi non so cosa darei per poterle rileggere.

E come è arrivata a “E mi ricorderò”?

Ci sono arrivata per dolore. A guardare i fatti voltandomi indietro, mi è sembrato che la vita, a un certo punto, mi chiedesse conto di cosa ne avessi fatto di quel dono della scrittura che non avevo mai espresso compiutamente. Mi ero sempre dedicata agli altri e avevo messo ingiustamente da parte me stessa. Così credo che le cose abbiano funzionato come quando qualcuno con cui hai confidenza, e che ha su di te una certa autorità, ti strattona perché ti sei distratto, perché non hai capito qualcosa che devi assolutamente capire.

Solo che più che una strattonata è stata una gragnuola di colpi inaspettati da cui non mi sono potuta difendere.

Potevo solo incassare.

Poi mi toccava decidere: lasciarmi andare e azzerarmi oppure accettare la sfida e rilanciare.

Ho scelto la seconda opzione e ho cominciato a mettere semi dappertutto, sfidandomi in cose che mi piacevano da sempre così come in cose che non avevo mai fatto, e una di queste cose che non avevo mai fatto era proprio la scrittura di un libro.

Chiunque mi conoscesse, anche solo per avermi letta qualche volta sui social o in un articolo di giornale, mi rimproverava spesso di non averlo ancora fatto.

Così mi sono lanciata in quest’avventura, ed eccoci qua.

Ci racconta un po’ la trama del libro?

La scelta della trama è strettamente collegata a quanto ho raccontato prima, non ho dovuto faticare a sceglierne l’argomento.

Ho sentito di avere la necessità di ricominciare da me stessa, di ripercorrere le tappe della mia vita, degli anni più importanti della mia formazione personale e umana, così ho istintivamente fissato il punto di partenza del racconto da qualche minuto prima della mia nascita, cominciando a narrare sin dal ventre di mia madre.

Ma ho poi scoperto, man mano che fluivano i ricordi in maniera inarrestabile, che le motivazioni nascoste perfino a me stessa erano veramente molte di più: la necessità di fermare i ricordi nel tempo (non solo i miei, ma quelli di un’intera generazione) perché non si perdessero per sempre; la voglia di consegnare ai giovani un pezzo delle loro radici che non avrebbero avuto modo di conoscere così a fondo; la determinazione (e forse - ammetto e me ne scuso - la pretesa) di lasciare un messaggio chiaro e forte: quello di non smettere mai di credere e lottare, qualunque cosa accada, anche quando sembra ormai tardi e tutto pare irrimediabilmente perduto; la voglia di riscattare in qualche modo una terra bistrattata e umiliata, restituendone in parte l’immagine reale, la fotografia fedele e sincera, la taciuta straordinarietà che si cela dietro l’apparenza dell’ordinario.

La definirebbe una sua biografia?

Assolutamente no, non è questo il mio intento. E’ la storia che ho realmente vissuto viaggiando durante l’infanzia fra Palermo, Santo Stefano di Camastra e Messina, luoghi a cui sono fortemente legata e che ho intensamente amato, tanto da non aver dimenticato niente.

E’ una storia di storie, se così la vogliamo definire: racconta i luoghi, le persone che ho incontrato, le emozioni e i sentimenti che ne ho tratto, le tradizioni che oggi sono andate perdute.

Una storia ricca di umanità, insomma: in cui a volte si ride, a volte ci si commuove, altre ci si ferma a riflettere.

Ma non è niente di più di ciò che i miei occhi hanno visto e la mia anima ha elaborato.

Non c’è costruzione nella struttura, ma puro istinto. Non c’è introduzione di elementi di fantasia o artifici letterari.

Tutto è narrato così com’era, e se il libro piace tanto, forse, è proprio per questo.

Perché le parole pulsano di vita vera, e non c’è racconto più coinvolgente di quello di una vita profondamente vissuta: la mia come quella di tutti coloro che ho incrociato andando su e giù sulle montagne russe dell’esistenza.

Ma senza perdere neanche per un attimo, neanche nella fatica delle salite ripidissime o nella paura delle discese sfrenate, la bellezza e l’unicità del paesaggio, e soprattutto la consapevolezza della fortuna di aver potuto fare quest’emozionante, indimenticabile, esclusivo giro.

E’ già in cantiere una seconda parte di questo romanzo, che in molti chiedono, o un nuovo libro di tutt’altro argomento?

Al momento non lo so, c’è fermento dentro di me, e finché non si calma non capirò cosa è giusto che venga fuori e cosa no.

Ci sarà certamente una seconda esperienza di scrittura, ma non voglio forzare e snaturare niente.

Ho sempre pensato che è la mia anima che scrive. Non la mia mente, non il corpo, non io, benché non possa separare nettamente queste componenti e lasciarla totalmente libera di fare.

E l’anima ha i suoi tempi, che però io non conosco. Al momento opportuno mi terrà a bada e vedrà che verrà fuori lei, insieme a un nuovo libro.

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