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MESSANENSI

MESSANENSI

C'è una scena che gli automi del grande orologio astronomico del Duomo di Messina ripetono tutti i giorni, a mezzogiorno, subito dopo il canto del gallo, mentre dagli altoparlanti si diffonde il suono dell'Ave Maria di Gounod. Nel vuoto della finestra che si apre al terzo ripiano appare una colomba, che compie un largo giro sul monte: subito dopo dal suolo lentamente si solleva una chiesa che gli spettatori non tardano a riconoscere per quella stessa che si offre al loro sguardo se appena si volgono verso sinistra con un giro di 90 gradi: il Santuario di Montalto.

Gli ideatori del grandioso meccanismo hanno voluto così realizzare una rievocazione storica di ciò che, secondo quanto racconta il Samperi nella sua Iconologia, avvenne sul colle della Caperrina il 12 Giugno 1286.

Un fraticello di nome Nicola, che viveva in un piccolo romitorio alle falde del colle, sollecitato da una visione della Vergine Santa, aveva convocato sull'altura i capi della città e il popolo, e lì, a mezzogiorno, una bianca colomba scese dall'alto e, volteggiando a fil di terra, segnò il perimetro della chiesa che, secondo le rivelazioni a Fra Nicola, la Madonna voleva eretta sul colle.

Nel Giugno del 1295 la chiesa era terminata e aperta al culto, una chiesetta di appena m. 8 x 14, con l'abside volta a oriente secondo l'antica usanza, destinata a diventare il più celebre Santuario di Messina, vero Palladio della città.

Essa nasceva in un contesto storico molto movimentato, legato alle vicende del « Vespro Siciliano ».

Il 28 Aprile 1282, circa un mese dopo l'insurrezione di Palermo, anche Messina si ribellò ai Francesi, dando inizio a un periodo di epiche lotte che si trascinarono per un ventennio, fino al 31 Agosto 1302, data in cui fu segnata la pace di Caltabellotta.

Durante le alterne vicende di questo ventennio i Messinesi, oltre che nella forza delle loro armi, avevano posto la fiducia nella protezione della Vergine Maria, a cui rivolgevano continue preghiere. E la Madonna rispose all'attesa dei suoi devoti, proteggendo la città anche con segni visibili. Tra questi gli storici ne ricordano particolarmente due:

Il primo fu l'apparizione di una Bianca Signora sugli spalti della città, che rincuorava i combattimenti messinesi e incuteva spavento nei loro nemici.

Il secondo segno è legato agli ultimi mesi di guerra. La città era ancora cinta di assedio e prossima a cadere per fame; alcune galee, provenienti dal Sud, insperatamente forzarono il blocco ed entrarono nel porto per approvigionare la città, senza che i Francesi potessero impedirlo. Il fatto straordinario fu attribuito in modo particolare alla interecessione del Santo monaco carmelitano Alberto, che allora viveva a Messina, e tuttora è ricordato dal Vascelluzzo che ogni anno viene portato in processione nel giorno del Corpus Domini.

La chiesa fu intitolata S. Maria dell'Alto, e divenne poi S. Maria di Montalto.

Alcuni anni dopo, secondo la tradizione, l'8 settembre 1300, la chiesa fu dotata di un quadro della Madonna che sarebbe stato portato a Messina da una nave dall'oriente, non senza un palese intervento miracoloso. Questo quadro fu gravemente danneggiato dal terremoto del 1908; restaurato negli anni '80 e posto sull'altare maggiore del Santuario.


Nella battaglia di Lepanto, avvenuta il 7 ottobre 1571, in quello stesso giorno e in quella stessa ora, il popolo messinese pregava nel Santuario di Montalto per la vittoria della flotta cristiana. A perpetuo ricordo il senato fece scolpire, probabilmente da uno dei Calamech, una statua marmorea della Madonna della Vittoria, che fu posta su di una torre accanto alla chiesa, e ora si trova sulla facciata del nuovo Santuario fra le due torri campanarie. Con lo stendardo che regge, la statua ci ricorda vagamente la Dama Bianca che durante la guerra del Vespro si aggirava sulle mura della città a protezione dei messinesi. E' forse da allora che ogni anno, il 12 giugno, in occasione della festa della Colomba, a mezzogiorno viene issato il labaro della Città di Messina nelle mani della Madonna, mentre si liberano uno stormo di colombi. Sin al 1860 l'alzabandiera era salutato dal rombo dei cannoni.

Un'altra tradizione è legata al triste ricordo della pestilenza che imperversò nella città il 1743. Allora il Senato Messinese invocò la Vergine perhè liberasse la città dall'epidemia e fece voto di offrire ogni anno un cero. La festa della Colomba vede così anche oggi rinnovarsi questa offerta da parte dell'Amministrazione Comunale di Messina.

Fin dalla fondazione il Santuario fu affidato alle cure di Suore Cistercensi che avevano il loro monastero presso la Fiumara S. Michele, approssimativamente là dove ora sorge la Chiesa del villaggio Ritiro, e già convento dei Padri Carmelitani. Di questo monastero era badessa Suor Giovanna, al cui nome sono molto legate le prime vicende del Santuario. Le Cistercensi sentirono presto il bisogno di costruirsi il monastero accanto allo stesso Santuario, e, vincendo difficoltà di vario genere, tra cui l'originario impegno di non trasferirsi accanto ad esso, acquistarono nuovo terreno e costruirono un convento che conobbe periodi di grande floridezza. Le leggi eversive fecero sloggiare le suore nel 1866 e il terremoto del 1908 lo ridusse a un cumulo di macerie, insieme con il Santuario.

- di Mirella Formica -

La Chiesa di Santa Maria Alemanna che si affaccia sull'omonima via è inserita nel tessuto urbano. La storia e lo sviluppo di questa chiesa sono associati alla storia e allo sviluppo degli ordini ospedalieri che in relazione alle Crociate sorgono nei punti più importanti di sosta, erigendo ospizi e chiese. Era infatti originariamente affiancata da un ospedale oggi interamente distrutto. Il Gallo, basandosi su un antico documento, collocava la data della sua costruzione nell'anno 1197.

Agli inizi del '900 Lombardo Radice avanzava l'ipotesi che la chiesa fosse più antica, tale da potersi riportare alla seconda metà del secolo XI. Attualmente, d'accordo con gli storici Buonfiglio e Samperi, la si attribuisce approssimativamente intorno al 1220. Proprio in quegli anni infatti l'imperatore Federico II fondava a Messina il Priorato dei Cavalieri Teutonici, in considerazione del fatto che la città svolgesse una importante funzione di tramite nei collegamenti con l'Oriente.

 La permanenza, per circa tre secoli nella città dello stretto, di una cospicua colonia tedesca favorì il prosperare delle due istituzioni del Gran Priorato e dell'Ospedale annesso. Venuto meno l'intenso fervore religioso e commerciale che aveva accompagnato le Crociate, i Cavalieri abbandonarono la città e il loro tempio, a cui si apportarono le prime importanti riparazioni nel 1485, come risulta da a documento del nobile procurare Sollima. Affidata all'amministrazione della Magione, l'Alemanna venne prelevata nel 1605, come da contratto notarile, dai Rettori della Pia Casa di S. Angelo de' Rossi, con l'obbligo di mantenere il culto. La decadenza dell'edificio doveva essere all'epoca già vistosa, se nel 1606 Buonfiglio riferiva: "In un luogo di poco passaggio si vede la hoggi mezzo rovinata chiesa di S. Mlaria dell'Alemanna, Priorato de' Cavalieri Teutonici. Nell'anno 1612 poi fu quasi completamente distrutta da un fulmine, e tale era ancora nel 1750, allorché il rev. D. Antonio Brancati, ingegnere, la definì sconquassata.

 I terremoti del 1783 conclusero lo stato di rovina: sotto le terribili scosse crollarono infatti la fac ciata col suo portale e tutte le volte interne a crociera. Per tale motivo il tempio venne dichiarato inagibile e i Rettori del S. Angelo furono costretti, nel 1808, a trasferire l'esercizio dei culto nella propria chiesa. Abbandonata a se stessa, l'Alemanna fu adibita a magazzino fino al 1874, anno in cui il Comune iniziò i lavori di consolidamento, la realizzazione di coperture ed il trasferimento in quel locale della statua di Nettuno del Montorsoli. Il progetto di ristrutturazione tuttavia non fu perseguito con molto impegno, dal momento che l'edificio tornò ben presto ad essere occupato da fabbri che con le loro fucine resero saturo l'ambiente di fumo e di nero. Inoltre fino al maggio del 1893 servì al maniscalco che vi tenne la capra.

 Il terremoto del 1908, paradossalmente, rispettò i ruderi: solo il pilastro polistilo di sinistra subì danni, che furono però subito riparati in quanto la chiesa, anche se priva di pavimento, di intonaco, grondante umidità, venne adibita a deposito per le opere d'arte che si andavano estraendo dalle macerie della città. La vera alterazione dei suoi caratteri originari è imputabile piuttosto al piano regolatore successivo al sisma, che da un lato la soffocò col sollevare il livello delle vie circostanti e dall'altro la rese affatto visibile con la costruzione di nuovi edifici.

 Nel 1935 il Consiglio Superiore per le Belle Arti affrontò il problema del restauro dell'Alemanna. Il progetto prevedeva una ricostruzione basata sul rifacimento del monumento distrutto: operazione invero arbitraria, e facile a degenerare in un falso, dato che l'edificio era ben lontano dall'essere un'opera chiara, ben definita, unitaria e ben costrutta in pietra di taglio. Per tali motivi si- optò per una seconda soluzione sulla base dei rilievi di Pietro Gazzola. Il tempestivo sopraggiungere del secondo conflitto mondiale non permise l'attuazione di tale progetto. In un nuovo tentativo di restauro, basato sul materiale in loco, si è proceduto negli anni '50 (con interventi anche recenti, inglobando alcuni pezzi custoditi nel Museo Regionale) all' anastilosi, cioè alla ricomposizione degli alzati con elementi originari. Pertanto il tempio, o meglio ciò che restava, venne smontato e parzialmente ricomposto con armature in cemento armato.

 Negli ultimi anni si è provveduto ad un restauro conservativo eseguito con perizia, pertanto a tutt'oggi, l'edificio saltuariamente ospita iniziative, quali convegni, concerti, mostre, a cui fa da mirabile cornice. Dell'architettura di Santa Maria Alemanna si può dire in via approssimativa, poiché dell'organismo originario mancano ormai molti elementi.

La pianta di forma allungata è divisa in tre navate da una triplice serie di pilastri a fascio, composti da un nucleo di forma allungata rettangolare, da cui sporgono, per ciascuno dei quattro lati, un gruppo di tre colonne parzialmente incastrate. Ciascun fascio così composto raccoglie e unisce in un unico blocco le imposte degli archivolti disposti in senso duplice, e cioè sia in senso longitudinale che in senso trasversale. Sembra quasi che la sua struttura architettonica sia stata concepita con un elemento di base che la caratterizza spiccatamente: gli archi-diaframmi trasversali, che si ripetono ad ogni campata.

 A questa complessità di sagomazione dei pilastri-sostegno corrisponde la sinuosa modulazione delle loro basi e quelle degli archivolti. In corrispondenza delle tre navate si sviluppano dal lato orientale, con moderata sopraelevazione, tre absidi semianulari, che mantengono all'esterno la stessa sagoma. La pianta della chiesa è stata soggetta ad una forte mutilazione nel senso longitudinale, infatti in seguito al terremoto del 1783, il prospetto fu arretrato di diversi metri, fino ad includere nei suo sviluppo i pilastri della prima campata. Originariamente la chiesa misurava 25 metri di lunghezza per 14 di larghezza.

 Pur essendo suddivisa in settori ad angoli retti, la chiesa non avrebbe potuto essere coperta interamente a volta, anche per la scarsa resistenza alla tensione del materiale gessoso usato per tutta la chiesa, sicchè delle capriate erano disposte proprio su ciascuno dei diaframmi, in corrispondenza della navata centrale. Essa non riceveva luce diretta se non dalle finestre delle absidi e dalle aperture laterali. Le stesse falde del tetto che copriva la navata centrale si prolungavano presumibilmente dai due lati a coprire le navatelle. Era dunque una chiesa di moderato slancio in altezza, semplice, dove all'interno, ma più all'esterno, spiccavano l'effetto delle proporzioni, delle linee e dei volumi. La ricchezza dei profili infine, conferiva alla chiesa un timbro di stilizzata ricercatezza artistica.

- di Aurora Smeriglio -

Ubicato sul Viale Principe Umberto, sorge sui ruderi dell'antico Castello di Roccaguelfonia, un importante luogo di incontro degli eserciti e le flotte che partivano alla volta di Gerusalemme, nonché uno dei primi esempi di fortificazione particolarmente strategico; la sua posizione, infatti, permetteva il totale controllo sia costiero che collinare. Vi soggiornò Riccardo I Cuor di Leone nel 1190-91, prima di partire per la Terra Santa durante la III crociata. Fu anche dimora regale e importanti lavori di ampliamento si ebbero durante il regno di Ferdinando il Cattolico e quello di Carlo V.
Nel 1838 fu adibito a carcere ed ospitò i detenuti che risiedevano nel vecchio sito che doveva servire per la costruzione del Teatro S. Elisabetta (oggi Vittorio Emanuele).

Con il terremoto del 1908 della fortezza rimangono la Torre poligonale, restaurata dopo il disastro, con l'iscrizione del XV secolo e resti imponenti delle mura insieme all'ingresso cinquecentesco della fortezza, ancora oggi visibile in via delle Carceri, che si presenta come un portale monumentale a bugne sormontato da un mascherone.

Nell'agosto del '35 fu collocata una campana alta 2.80 metri e di 130 q.li, la più grande d'Italia, fusa con il bronzo dei cannoni sottratti ai nemici nel primo conflitto mondiale.

Nonostante un decreto del Ministero della Pubblica Istruzione del 1925 avesse posto sotto vincolo i resti della Rocca, si procedette a una quasi totale distruzione dell'area su cui nel 1937 fu inaugurato il Sacrario di Cristo Re, in stile neobarocco, su progetto dell'ingegnere F. Barbaro.

Esso si presenta come un imponente edificio di forma ottagonale con un'alta cupola, alla cui base sono inserite otto statue in bronzo raffiguranti le Virtù teologali e cardinali eseguite dal romano Teofilo Raggio. In cima alla scalinata d'accesso si trova una statua di Cristo Re opera di T.Calabrò, mentre nelle pareti sono ricavati un migliaio di loculi contenenti le salme dei caduti di guerra.

- di Mirella Formica -

Monumento insigne di architettura medievale è la piccola chiesa della SS. Annunziata, detta dei Catalani, costruita in epoca normanna tra il 1150 ed il 1200 sulle rovine del l'antico tempio di Nettuno e, probabilmente, di una successiva moschea araba. Essendo situata presso la vecchia fortezza di Castellammare e lambita dal mare ebbe la primitiva denominazione di  Santa Maria o Nunziatella di Castellammare.

Nel 1271 ospitò temporaneamente i padri domenicani. Alla fine del XIII secolo, forse a seguito di un terremoto, ne venne arretrata la facciata accorciando così la profondità dell'edificio. Restaurata, fu dapprima Cappella Reale, quindi sede di un ospizio di trovatelli, infine venne ceduta al Senato Messinese. Negli ultimi anni del XV secolo la nazione catalana, vale a dire quel forte gruppo catalano venuto a Messina al seguito di Pietro III d'Aragona, I re di Sicilia, durante le vicende dei Vespri antiangioini, e costituito eminentemente da vassalli, funzionari di corte, militari di carriera e ricchi mercanti, chiese alla Corona spagnola, e lo ottenne, l'uso della Chiesa affinché vi convivessero insieme per le loro divozioni. Da allora fu nota sotto il titolo attuale della SS. Annunziata dei Catalani.

In seguito ad un restauro il sacro edificio fu dotato di opere d'arte. Nel 1497 la Confraternita, costituita dal primo nucleo catalano, commissionava, tramite il suo console del tempo Pietro Ansalone, a tal Giovanni d'Anglia, frate carmelitano, la pala per l'altare maggiore con il tema della SS. Annunziata e S. Eulalia, protettrice di Barcellona e della Catalogna. La tavola venne consegnata nel 1505 e a tutt'oggi si trova al Museo Regionale della città. A1 1534 risale invece la consegna, da parte di Polidoro Caldara da Caravaggio, della grande tavola raffigurante L'andata al Calvario, nota come Lo spasmo della Vergine per il cui trasferimento dalla bottega. del pittore in chiesa si radunò una affollatissima quanto commossa processione, come ricorda il coevo Cola Giacomo d'Alibrando. Dal 1812 questa tavola è presso il Museo Nazionale di Capodimonte a Napoli. Del 1606 è invece la grande tela di Jos Tomas MonteIla dell'Immacolata, ora al Museo Regionale di Messina.

Verso il 1601 la chiesa ospitò i chierici regolari, i teatini, durante il loro primo insediamento a Messina. Nel tempo, purtroppo, la costruzione originaria venne inglobata in strutture edilizie private che la nascosero quasi del tutto alla vista.

Il terremoto del 1908, determinando il crollo delle superfetazioni, la fece emergere come un gioiello dallo scrigno, pur se danneggiata in parte. I restauri condotti tra il 1926 ed il 1932 sotto la guida dell'architetto palermitano Francesco Valenti ed ancora quelli del 1956 e del 1978-791a riportarono alla sua forma originaria.

Nel 1930 la chiesa dopo i primi lavori di consolidamento venne riaperta al culto. Già dopo il terremoto del 1783, con la distruzione della Chiesa di S. Nicolò all'Arcivescovado, era stata elevata a parrocchia dello stesso titolo. Dal 1992 è gestita dall'Arciconfraternita della SS. Annunziata dei Catalani, che, dopo essere rimasta inoperosa per qualche tempo, è tornata a rivivere con rinnovati programmi ed entusiastica partecipazione alla vita religiosa della diocesi. L'edificio oggi appare a quota più bassa rispetto al livello stradale in conseguenza di sedimentazioni provocate da demolizioni e da interramenti. In realtà la sua struttura originale è emersa dopo il terremoto.

È a pianta basilicale di impronta bizantina con tre navate e tre absidi, sormontato da cupola emisferica. Tale planimetria lo accomuna alle chiese normanne del XII secolo, come la chiesa di Santa Varia della Valle ed il Duomo.

Nel XIII secolo dovette subire profonde trasformazioni allorché le navate furono accorciate, come attestano i resti del muro perimetrale, che risale al periodo aragonese: aragonese, infatti, è lo stemma del portale che, con quelli laterali, conserva caratteri tardo romanici. L' interno ha strutture agili su colonne slanciate che sorreggono archi sollevati da piedritti. Le volte, a botte nella navata centrale, e a crociera in quelle laterali, danno spazialità all'innesto della cupola emisferica impostata su pennacchi sferici a decorazione policroma.

Sul nitido involucro esterno si nota la leggiadra alternanza di pietra bicolore su cui si svolge l'elegante corpo dei loggiati ciechi, ricco di esilissime colonnine, che copre l'abside maggiore e si ripete sul torrino della cupola. Affiancano il dado su cui si imposta la cupola due belle finestre bifore, una per lato, che danno luce ai transetto.

L'orientamento di gusto che marcatamente si evidenzia osservando l'edificio, pare che voglia esprimete l'obiettivo di mettere in valore le superfici dell'involucro esterno della chiesa, superfici predisposte appositamente con concetto unitario, prive di discontinuità, adatte a dar luogo alla stesura di parametri vistosi, addirittura sgargianti, per l'uso simultaneo di almeno quattro varietà di pietre dai colore integro e carico, con la prevalenza delle note scure della lava, tratte dalle oscure calle e riportate alla luce del giorno.

Una tappezzeria di geometria pietrificata, di colori incarnati nella pietra viva., che si schiude in se stessa, con perfetto disegno metrico e si lega ai volumi senza alternarne la cristallina configurazione, creando invece richiami e assonanze fra spartimenti interni e ritmo della decorazione esterna. Sulla superficie curva dell'abside la decorazione si intensifica con un'articolazione più ricca e il rilievo chiaroscurale si alterna agli effetti dei contrasti di colore.  

Se dopo aver girato intorno al perimetro della chiesa ci affacciamo all'Interno, di essa, non solo possiamo renderci conto di alcune ragioni di quella conformazione volumetrica esterna, tanto indicativa di un gusto singolare, ma possiamo procedere ad una lettura più intima e chiarificatrice del significato del monumento. Infatti sta proprio nello spazio interno l'intima idea generatrice che ha presieduto alla realizzazione dell'intero organismo architettonico.

L'interno ci colpisce per la nettezza del disegno: siamo in presenza, come prima accennato, di una forma basilicale, o meglio di una sua particolare declinazione, profondamente suggestiva nella sua stesura semplice, nella sua pace raccolta. Una chiesa è ovviamente dipendente da certe imposizioni del culto e vi confluiscono motivazioni storiche e culturali, iconologiche e decorazionali, ma, pur iscritto in quest'ambito, il singolo edificio religioso può acquistare un suo valore specifico, una ragione sua propria.

L'impianto di una chiesa secondo lo schema della basilica non è la celebrazione nostalgica di una tradizione, non scatena di per se stesso l'automatismo di una reazione a catena. Sono gli accenti particolari che determinano la sua individualità. Il contenuto sviluppo in altezza delle navate, che si contrappongono all'ampiezza dominante della nave traversa, è stato un impegno particolare di questa chiesa. Si può notare come nella navata di centro le finestrelle che pacatamente la illuminano sormontino direttamente l'estradosso delle arcate incidenti sui due colonnati che tripartiscono l'aula e che stabiliscono col loro stretto susseguirsi una potenziale direzione di moto verso il punto centrale di proiezione che è l'altare. E su queste aperture è subito l'imposta della copertura semicilindrica della navata. La consecuzione colonne-arcate-finestre-copertura è stretta e rigorosa; essa avviene con distacchi nulli o ridottissimi.

Le massicce arcate murarie dei due colonnati, dal sesto semicircolare rialzato su se stesso per. i piedritti decisamente marcati, gravano su fusti di così fragile disegno che i capitelli danno la sensazione di reggere appena il peso cui sono sottoposti. È in esse uno spirito di schiettezza quasi disadorna che ricorda i primitivi invasi paleocristiani, un senso di spoglia interiorità che pervade tutto il corpo anteriore della chiesa. Quando la navata maggiore sfocia nel presbiterio in cui si celebra il rito, ecco il tono rialzarsi. E l'arco centrale di sbocco, fortemente sottolineato, è il punto in cui la longitudinalità della navata si immette nella centralità del transetto.

Anche con le sue dimensioni, con la ristrettezza delle sue membrature, quest'arco è la cerniera di giunzione dei due registri e dei due spazi; il primo raccolto, di convergenza verso un fulcro, l'altro statica, di timbro forte, alto e luminoso, con funzione di nucleo simbolico della composizione. Sui transetto infatti, sul suo asse rivolto verso est, l'origine della luce, sulla posizione occupata dal celebrante, si erge trionfalmente solitaria e profonda la cupola, attraverso la quale il vettore di moto orizzontale muta perentoriamente la sua direzione puntando verso l'alto.

L'abside centrale col suo ampio incurvarsi dietro l'altare asseconda l'espansione dinamica dello spazio centralizzato, il cui effetto è potentemente accentuato dall'abbondanza di luce solare che le procurano non solo le aperture del tamburo della cupola ma soprattutto le due grandi finestre a bifora - le sole grandi di tutta la chiesa - che si aprono verso occidente, sulle coperture piane delle navate laterali. Sorgenti di luce abbondante, ma che sono nascoste rispetto a chi segue dalla navata le funzioni religiose.

L'individuazione e l'esplorazione della cripta posta naturalmente nel settore absidale di questa chiesa rappresenta senza dubbio un evento di grande valenza culturale. Aggiunge infatti un altro prezioso tassello alla migliore comprensione delle vicende urbanistiche del passato della città cancellate da terremoti, guerre e da picconi demolitori. La struttura sotterranea della chiesa costituisce, tra l'altro, la parte più antica dell'edificio e che, secondo la tradizione, venne edificata sugli avanzi del tempio classico dedicato a Nettuno.

Dopo essere riusciti a sollevare la pesante grata di ghisa posta a pavimento, è stato effettuato un primo sopralluogo dell'ambiente ipogeico, che si presentava sommerso d'acqua dolce per un'altezza di circa 70 centimetri. Per mezzo di una potente pompa d'aspirazione, è stato possibile prosciugare l'ambiente sotterraneo e risalire alla causa dell'allagamento permanente: probabilmente si tratta della falda acquifera dell'antichissimo Pozzo Leone.

La cripta si compone di una camera rettangolare con le dimensioni di m. 2,75 x 3,90, coperta da una volta a botte a sesto ribassato, con altezza massima di m. 2,00. Sulle pareti, ad un'altezza di 43 centimetri dal pavimento, si aprono 14 nicchie modulari ad arco con sedili incassati contenenti i colatoi, dove trovavano posto i defunti. In sostanza, questi venivano denudati e fatti sedere sui colatoi, in posizione stabile assicurata da corde passanti in anelli metallici _laterali. Il morto, così si decomponeva bevendo se stesso, e i relativi liquidi, usciti dagli orifizi anali attraverso i colatoi, che erano vasi in terracotta forati alla base, venivano raccolti e allontanati mediante apposite canalette.

Una volta essiccati e mummificati, i cadaveri venivano rivestiti e deposti nell'adiacente camera mortuaria. Questa, presumibilmente, era ricavata in un vasto ambiente messo in comunicazione con la cripta tramite un corridoio largo 90 centimetri, sviluppatesi sotto la navata centrale della chiesa e che non è stato ispezionato perché ostruito da un muro in pietrame.

Sul rato corto della cripta, ad est è ubicato un altare parallelepipedo dalle linee essenziali, sormontato da una Croce graffita sulla parete, con semplice cornice terminale in lastre di cotto. Nella parete opposta, dalla quale si diparte il corridoio di accesso alla camera mortuaria, sugli stipiti dell'arco sono murate due lastre aggettanti in cotto che servivano da appoggio per i lumi. Il pavimento presenta un sistema costruttivo a grandi lastre di pietra, sul modello dei rivestimenti stradali di epoca romana. I recenti restauri, condotti con abile maestria e grande perizia, hanno senza dubbio restituito splendore a questo gioiello cittadino, riconoscendo il merito all'opera prima dovuta principalmente a maestranze locali che risentivano della cultura latina e di quella bizantina, oltre che di ascendenze arabe.

Sono passati più di 500 anni dalla fondazione di questo Monastero voluto nel 1464 da S. Eustochia Smeralda per farne luogo meditazione e di raccoglimento secondo la regola francescana.

L'attuale costruzione fu realizzata dal 1634 al 1641, per opera degli architetti Niccolò Francesco e Antonio Maffei per la Chiesa Andrea Suppa per il Monastero. Rimase indenne fino al 1674, quando la guerra contro la Spagna la danneggiò seriamente. I successivi restauri eseguiti in epoche diverse ce la presentano come oggi la vediamo.

Di grande rilievo l'Altare Maggiore, nel quale si ammira il celebre dipinto del pittore messinese Giovanbattista Quagliata, dal titolo S.Maria degli Angeli, del 1658, dono di Sr. Margherita Marchese.

L'altare presenta finissimi intarsi marmorei, tra i quali fa spicco lo stemma della nobile famiglia Marchese, che si distinse per la generosità a favore del Monastero e Chiesa e che dette all'Ordine le sorelle Antonella e Diana Marchese, Badessa quest'ultima per ben tre volte la quale donò al Monastero il suo patrimonio.

Identica attenzione si deve alla famiglia Rullo, il cui stemma è visibile sull'altare della Natività, oggi di S. Chiara; per lo stesso motivo si distinse la famiglia Stagno, il cui emblema è visibile sull'altare della Crocifissione.

I due altari dì sinistra, entrando, erano dedicati alla Madonna della Lettera ( ora S. Biagio ) e all'Incoronazione della Madonna (ora Francesco ), come precisiamo i bassorilievi dei paliotti marmorei e gli stemmi in alto. La decorazione prosegue con finissimi ricami di pietra, tra i quali si distinguo le testine alate ai fianchi degli altari, dovute alla mano dello stesso Nicola: modella sua figlia Antonia che divenne suora.

Nel soffitto un altro grande artista messinese, Letterio Paladino, raffigurava in affresco l'Assunzione di Maria nella navata e la caduta della manna nel Presbiterio con effetti figurativi e narrativi senza puri, crollati il 28 dicembre 1908. 

Lungo il percosso che conduce alla Cappella della Santa ha luogo I'interessante esposizione legata alla storia del Monumento alla stessa santa: reliquie, cimelli e oggetti artistici.

All'entrata un quadro con una pregevole tela ad olio del sec. XVI di pittore ignoto: raffigura Santa Eustochia Smeralda in profonde contemplazione. Una lapide dì granito ricorda come nel '43 la Comunità della Suore sia rimasta illesa dopo la caduta dì una bomba aerea dì grosso calibro miracolosamente inesplosa. Un episodio simile avvenne nel 1848 quando una palla dì cannone dell'artiglieria borbonica tirata dalla Cittadella si fermo sull'altare della Santa senza causare alcun danno.

Una seconda lapide del 1783 ricorda il riconoscimento del Papa Pio VI il 14-9-1782 del culto " ab immemorabili" della Beata Eustochia Smeralda.

Una lapide dì granito ricorda come nel '43 la Comunità della Suore sia rimasta illesa dopo la caduta dì una bomba aerea dì grosso calibro miracolosamente inesplosa. Un episodio simile avvenne nel 1848 quando una palla dì cannone dell'artiglieria borbonica tirata dalla Cittadella si fermo sull'altare della Santa senza causare alcun danno.

Una seconda lapide del 1783 ricorda il riconoscimento del Papa Pio VI il 14-9-1782 del culto " ab immemorabili" della Beata Eustochia Smeralda.

In un' altro marmo è inciso il ricordo della venuta di Maria Elisabetta madre del Re Ferdinando II il 17 settembre del 1842. Ella ha visitato il Monastero ed ha venerato il S. Corpo incorrotto di S. Eustochia Smeralda.

Sono esposte illustrazioni fotografiche sulla vita claustrale oggi. Sono visibili avanzi di legno del cipresso al quale la Santa usava appoggiarsi durante la preghiera; con parte del legno venne scolpito il Cristo morente, attualmente in clausura. Questo Crocifisso dominava l'assemblea liturgica durante la quale il Papa Giovanni Paolo II proclamava Santa Eustochia Smeralda.

150 quadri del professore Giuseppe Impallomeni illustrano tutta la vita della santa con accuratezza, documentazione e vivissima partecipazione.

E' esposto un minuscolo codice latino che contiene oltre la prima Regola di S. Chiara anche il" Testamento" , la benedizione e il privilegio di povertà, manoscritto della fine del '300 o dell'inizio del '400, la più antica copia del " Testamento " finora conosciuta. Si conserva nello stesso Monastero di Montevergine un secondo codice della stessa epoca con il testo in siciliano.

Una piccola urna contiene il teschio della venerabile Serva di Dio Sr. Maia Calafato Romano Colonna, madre di S. Eustochia, ritrovato nell'anno del giubileo 1750. La stessa piccola urna contiene anche il teschio della Beata Francesca Calafato Romano Colonna, sorella germana di Santa Eustochia ritrovato nella stessa epoca.

Una grande urna orizzontale dorata contiene il corpo parzialmente semincorrotto della Venerabile Suor Jacopa Pollicino della famiglia dei Baroni di Tortorici, compagna inseparabile di Santa Eustochia Smeralda e Sua Biografa.

- di Aurora Smeriglio -

Risalente al 535 d.c. opera dell'architetto scultore Jacopo del Duca, fu fondata per voler di San Benedetto da Norcia dal monaco benedettino Placido, figlio del nobile romano Tertullo e di una nobile messinese di nome Faustina.

Nel 541 Placido ricevette la visita dei suoi fratelli Eutichio, Vittorino e Flavia che perirono insieme a lui in seguito all'attacco dei saraceni che abbatterono la chiesa e uccisero molti altri confratelli.

Nel 1588 in occasione della ricostruzione venne ritrovato il corpo di S.Placido e in seguito, nel 1608 i resti dei suoi fratelli.

Dopo il sisma del 1783 fu nuovamente ricostruita.

Suddivisa in tre navate, custodiva 19 altari con impresso lo stemma di Michele Paternò, Gran Priore dell'ordine dei cavalieri di Malta.

Il sisma del 1908 la rese impraticabile e solo sette dei diciannove altari si salvarono. Attualmente soltanto due sono custoditi all'interno della chiesa, gli altri si trovano nelle chiese di S.Caterina Valverde, Sant'Orsola e nella chiesa di Montepiselli.

Fu riaperta al culto nel 1925 e parte dell'area fu ceduta per la costruzione dell'attuale Palazzo della Prefettura

Sotto l'altare è visibile una cassa argentea in cui è collocata una statua in cera di S.Placido. Esposti, una tela raffigurante la Madonna della Lettera e i santi Placido e Rocco, un crocifisso, due statue raffiguranti una S.Giovanni Battista e l'altra S.Placido, Il Martirio di S.Flavia e lo stemma gentilizio del Gran Priore Michele Paternò.

In una cappella laterale vi è un sarcofago marmoreo del Maurolico.

Nel cortile della chiesa si possono ammirare un pozzo, numerose lapidi murate e monumenti funebri dedicati ad Andrea di Giovanni, alto dignitario dei Cavalieri di Malta, e una campana bronzea datata 1787 con impresso lo stemma di Michele Paternò.

Un museo interno, con diverse sale, espone teche contenenti reperti ritrovati durante la ricostruzione, diversi argenti e un olio su tela raffigurante i santi martiri messinesi Placido, Eutichio Vittorino e Flavia.

- di Aurora Smeriglio -

Dedicata al vescovo spagnolo San Giuliano, sorge in Piazza Vittoria a Porta Reale, sulla Via Garibaldi.
Il progetto, redatto dal sacerdote ingegnere Carmelo Umberto Angiolini e costruita dall'impresa Anonima F.E.R., fu benedetta e consacrata al culto il 27 ottobre 1928, da Monsignor Angelo Paino, arcivescovo e archimandrita di Messina.

L'architettura esterna di intonazione araba, con merli e frange, conquista l'occhio per le numerose cupole semisferiche che coronano le dodici cappelle, poggiate su torrette quadrate e snellite da finestre triforate.

Al suo interno, la navata centrale è delimitata da due serie di pilastri, che la separano dalle due piccole navate laterali e su cui si affacciano 6 altari per lato, delimitati a loro volta da pilastri che formano altrettante cappelle con cupola.

Il moderno mosaico dell'abside, raffigurante il Crocifisso con S.Giuliano, la Vergine e San Francesco, è stato realizzato da Luciano Bartoli, mentre una grande tela settecentesca di autore sconosciuto raffigura il martirio di S.Caterina d'Alessandria.

- di Daniele Espro -

Apparteneva anticamente ad una Confraternita di Disciplinanti, già estinta ai tempi di Padre Placido Samperi (XVII secolo).

Fondata in epoca imprecisata, la chiesa subì, nel corso della sua storia, numerosi rifacimenti. Annesso ad un monastero femminile, il tempio fu probabilmente danneggiato dal terremoto del 1693. Restaurato e ingrandito nel 1694, fu affrescato, da Antonio, Paolo e Gaetano Filocamo, nel 1706.

Nuovamente lesionato dal terremoto del 1783, l'edificio fu restaurato nel corso dell'Ottocento conservando, con interventi di Giacomo Grasso, gli affreschi dei Filocamo.

Lievemente compromesso dal disastro del 1908, il tempio fu in seguito restaurato in modo discutibile dall'ing. Francesco Barbaro dell'UTA: nello stesso tempo, sotto un'indiscriminata quanto assurda demolizione, scompariva il monastero, uscito indenne dal sisma.

Ulteriori danni furono arrecati alla chiesa dai bombardamenti anglo-americani del secondo conflitto mondiale.

A navata unica, l'edificio conserva una bella decorazione a stucco, probabilmente iniziata alla fine del XVII secolo.

Quattro riquadri, presenti sia all'inizio che alla fine della navata, conservano alcuni affreschi, raffiguranti scene della vita di Cristo (la nascita, il battesimo sul fiume Giordano, l'adorazione dei Magi e la disputa con i dottori del Tempio): sono attribuiti, sebbene rimaneggiati, ai Filocamo.

Interessante è l'abside, arricchita da coppie di colonne corinzie e decorata da putti che reggono festoni.

L'altare della Madonna della Lettera, datato 1794, proviene dalla distrutta chiesa di Santa Maria del Bosco, gravemente danneggiata dai bombardamenti del 1943 e non più ricostruita.

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