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MESSANENSI

MESSANENSI

Da qualche tempo mi costringo a cercare notizie storiche in riferimento al periodo del Risorgimento italiano e al periodo post unitario dello stesso paese. La mia attenzione alle vicende storiche rivolte a raccontare un territorio (quello dell’Italia meridionale) e i risvolti accaduti in esso in particolari aneddoti, molte volte ha permesso di rievocare fatti e cose, passate sotto silenzio. Tante volte frutto di una propaganda politica anti borbonica e ogni tanto della propaganda revisionista dei meridionali che vogliono ricordare, ciò che gli è stato negato di rammentare in 150 anni. Recentemente mi sono imbattuto in alcuni documenti davvero particolari: le deportazioni di migliaia di sbandati, militi e semplici cittadini presso le fortezze di Fenestrelle e di Exilles.

La scoperta in realtà, ha portato alla luce aneddotiche sfuggite un po’ a tutti, ma in rapporto non alle stragi dei napoletani nel “lager dei Savoia” quanto invece, al lavoro a cui si è rivolto il Tribunale Militare nel periodo post unitario. In modo particolare sul ruolo di migliaia di meridionali che hanno abbracciato la vita militare del regio esercito, rinnegando la Real Bandiera e l’antico regno Duo Siciliano. La conta dei dispersi nelle carte che dovrebbero raccontare dei massacri di Fenestrelle e delle piazze d’armi piemontesi, stona se contrapposta alla conta degli ammutinati dell’esercito italiano, quasi tutti ex soldati borbonici, i quali, hanno scelto il certo per l’incerto. Le cifre che si ascoltano in questi anni sulla presenza di truppe napoletane nel Piemonte e in Liguria ammontano a diverse migliaia. Alcune fonti osservano che nel periodo compreso fra il 1860 e il 1865 a Fenestrelle, furono concentrati 10000 soldati: ora prigionieri di guerra, altre volte sbandati, altre ancora renitenti alla leva militare e se ciò non bastasse anche, ammutinati del vecchio esercito napoletano passati alla nuova realtà italiana. Tutti uniti allo stesso destino, tutti morti a Fenestrelle?

Un muro si innalza nella storiografia regolarista e fra quella revisionista. Un muro che diventa sempre più difficile da scalare e da abbattere nelle diverse compagnie di giro. Un muro dicevo, che si colora di tinte fosche qual’ora venisse in mente a qualcuno, di osservare quelle fonti in modo diverso; oggi diremmo con gli occhi della legge. Infatti, se ciò fosse possibile operare, ci si accorgerebbe che non tutti i napoletani condotti a Fenestrelle perirono di stenti e non tutti finirono sotto la calce viva disciolti. Troppi direi, ammutinarono dal barcone del Real Esercito. Tanti furono costretti e rivedere quella scelta subito dopo, ma nessuno di essi si pentì veramente. In atto era in scena la sopravvivenza. L’onore era afflizione di pochi soldati, tantissimi erano pronti allo spergiuro per aver salva la pelle. Fra di essi, tantissimi napoletani che dovrebbero essere sotto terra nelle fortezze come esuli, vissero, sopravvissero, soggiornarono nelle carceri suddette. L’unica accezione a questa osservazione, ovvero, essere rinchiusi nelle fortezze alpine del Piemonte, era legata alla natura del periodo di ferma militare e al relativo comportamento tenuto in camerata. Il famoso Corpo dei Cacciatori Franchi per molti il ripostiglio in cui furono accompagnati i prigionieri dell’ex Esercito Borbone, in realtà fungeva da vero e proprio reparto dell’esercito neo italiano. E per quanto si cerchi di indorare la pillola, le occorrenze e le conoscenze su quel reparto, sono ben note alla storiografia italiana. Dacché, da una piccola ricognizione che ho fatto recentemente è saltato fuori un blocco di carte veramente particolare. Talmente efficace che non lascia possibilità all’interpretazione.

Una notizia che sicuramente spariglierà il panorama storico. Molti mi osserveranno in un modo diverso rispetto a prima(questo è il costo di chi fa la storia con le carte originali) altrettanti potrebbero essere spiazzati, tant’è la sorpresa, che condivido con essi, avendo a leggere conseguenze che non conoscevo e argomenti ancora oggi “scabrosi da ricordare.”

Una interpretazione storica degli effetti degenerativi nella società moderna nel meridione è senza onta di offesa, la presenza della malavita organizzata. Si è detto e ridetto che la principale conseguenza degenerativa dell’annessione, è stata la deliberata azione anti repressiva del neo stato italiano contro il vecchio regno meridionale in Italia, favorendo l’azione di bande malavitose aiutate a spargere il terrore fra i paesi e le valli del Regno Napoletano. Condivido questo affaccio alla storia. Altri hanno storpiato questa segnalazione ingerendo nel significato accessorio del fenomeno, la conseguenza di politiche repressive della corona Duo Siciliana nel regno attraverso l’utilizzo della polizia nemica della gente. Osservazione che condivido ma in parte. Pochissimi hanno osservato eccetto il Lombroso e i suoi addendi, che il male è una conseguenza genetica. Anche se nel regno appena formato, imperversava la Legge Pica che addossava ai meridionali il bollo omicida. Legge estromessa in breve lasso temporale il 31 dicembre 1865. Un tempo bastevole per colmare all’invero simile i campi dei cimiteri e le fosse comuni nel meridione d’Italia. Detto ciò, esiste una realtà che non si capisce perché non si è trovato il modo di raccontare. Io posso soltanto ragionare sulla fastidiosa coincidenza. Le risultanze mi portano da una parte in cui non vorrei andare a ficcarmi. Devo però dare voce a queste carte per onore di giustizia, aggiungerebbe qualcuno.

Dal vaglio del materiale che ho potuto studiare, mi sono accorto di avere a che fare con notizie quasi inedite. Semmai, l’interpretazione potrebbe essere inedita in questo momento storico. Il momento è propizio oggi, quando da tutto l’ex regno del meridione italiano, il grido di verità si alza alto e potente in cielo. Soltanto in questo momento credo sia possibile mettere su carta e limitatamente in un articolo queste risultanze. Quello che sembra sfuggire a tanti, rimane nella interpretazione degli accadimenti, una volta compiuto l’atto politico di annientamento del Regno di Sua Maestà Francesco II di Borbone, re di Napoli e di Sicilia (ometto tutti gli altri titoli annessi). Dal giorno seguente, chi si trovava dall’altra parte dello steccato, la truppa, il popolo borbonico, si ritrova costretto alla nuova realtà. Accade un fatto veramente singolare. Migliaia e migliaia di forza lavoro, in divisa e sotto ferma militare al soldo del Re di Napoli, vengono deportati in campi di accoglienza e sorvegliati a vista, da reparti del neo esercito italiano armati di tutto punto.

Un tale spiegamento di forze e di mezzi era dovuto, perché gli italiani del nord, conoscevano molto bene il valore de Real Esercito. Conoscevano altrettanto lo spirito di corpo di buona parte dei suoi ufficiali e dei loro subalterni. Sapevano cosa seppero fare questi uomini qualche decennio prima, nella campagna di Russia e come si ricordavano di loro le popolazioni che l’ebbero alla loro difesa, come rispettivamente alla loro offesa i nemici degli stessi. Quindi, giustamente, ne temevano il valore. Al punto da sguarnire le loro valli, mettendo in corpo alla rispettiva popolazione il vero terrore.

Ecco cosa segnalavano i giornali piemontesi nell’agosto del 1861. In un articolo del foglio di Armonia numero 200 si estrapola una riflessione aggiornata dalla raccolta di pensieri espressi in altre testate del medesimo periodo: 

“In complesso, le condizioni del nostro esercito, è pur forza confessarlo, sono meno liete di quello ch’esser dovrebbero. La Gazzetta del Popolo del 26(agosto 1861) s’accorge che queste rivelazioni mettono lo spavento addosso alla popolazione, la quale teme che un bel mattino si svegli sotto la dominazione dei borbonici. Quindi   s’arrabbatta per attenuare le gravità del pericolo. <<Non abbiamo ragguagli, essa scrive, sul tentativo d’impadronirsi di Fenestrelle fatto dai refrattari napoletani, e di cui parla l’Eco delle Alpi Cozie.”

Un sussulto si incominciò ad avvertire nella popolazione che vedeva i propri territori invasi da truppe nemiche, provenienti da terre lontane adesso ammassate come mandria al pascolo. Il numero era elevato e questo faceva venire in animo strani presagi al popolo.

Sempre dalla stessa testata, estrapolo un altro passaggio veramente interessante, esemplificando uno dei trafiletti del numero 199:

“Quei soldati sono ora due mila, e quasi tutti delle provincie meridionali. Altri quattro mila se ne aspettano, che saranno pur diretti alla volta di S. Maurizio. Essi sono ammaestrati con molta solerzia. Per ora non hanno armi, le quali verranno loro distribuite soltanto quando abbiano progredito nell’istruzione, e mostrino di aver acquistate le qualità che si richiedono a formare de buoni soldati. Se riescono, saranno tosto incorporati nei reggimenti, se no, si manderanno a Fenestrelle per esservi tenuti sotto più rigida disciplina, finché si correggano e diventino idonei al servizio. A tutela della sicurezza pubblica, sia dei dintorni, sia dal campo, furono inviati a San Maurizio due battaglioni di fanteria.”

Da questo stralcio, prodotto da giornalisti, quindi da osservatori terzi, ben lontani dalle grinfie fameliche dell’esercito regio, si apprende l’osservazione in rapporto al Campo di San Maurizio: sono 2000 e ne porteranno altri 4000. Se non si abitueranno al regime comportamentale e organizzativo del nuovo esercito saranno condotti a Fenestrelle. Ciò detto, in questo recinto, ci andavano gli uomini che in qualche modo non avevano dato segni di insubordinazione.

Dalle pagine di un altro giornale, lo stesso giorno 25 agosto 1861, si segnalano le precauzioni prese dal comando subordinato alla sorveglianza del campo suddetto. Estrapoliamo una segnalazione fatta nell’Opinione in rapporto a quella emergenza:

“Sappiamo che furono dati ordini severi di mantenere la disciplina, e vietare ai soldati di uscire dal campo. Queste ultime parole accennano alle gravi apprensioni non solo dei possidenti nelle vicinanze di San Maurizio, ma in generale di tutti i Piemontesi, i quali vedono non senza tremare formarsi qui vicino alla capitale un campo di giovani che, per confessione istessa dei giornali del ministero, sono irritati, indisciplinati e ricalcitranti agli ordini del Governo.”

Una folla di arditi, in rapporto all’età non vi è dubbio, imprigionati e trattati come feccia, su questo non ci piove, venne a concentrarsi in un solo campo. Il recinto doveva essere sorvegliato e lo era, con molti uomini di diversi reparti, compreso l’utilizzazione di due compagnie di artiglieria. Il Campo per eccellenza dunque era proprio quello di San Maurizio. La fortezza, da quello che trapela, era un salto successivo, dove ufficialmente, i regolamenti erano molto diversi e le condizioni di dimora altrettanto gravi.

Recuperiamo come prima, la pista generata dalla raccolta delle impressioni dei giornali dell’epoca per segnalare ancora una considerazione:

“Sentiamo l’Opinione di ieri, la quale dopo le parole or ora riferite sulle prescrizioni per tutelare l’ordine pubblico contro i soldati di San Maurizio, prosiegue dicendo: <<Prescrizioni non meno rigorose furono stabilite per Fenestrelle, dove pure i proprietari avevano paura che i soldati sbandati   o renitenti, che vi furono raccolti, non fossero abbastanza sorvegliati, ciò che non è. Anzi si ebbe occasione, son pochi giorni, di riconoscere come la vigilanza fosse attenta ed instancabile colla scoperta di una cospirazione ordita da soldati borbonici. I promotori ed istigatori furono arrestati; venne sequestrata una bandiera bianca; gli altri mostrarono pentimento della loro colpa>>. Ora se i borbonici di Fenestrelle che sono un migliaio, sono già tanto arditi, che non faranno i sei mila di S. Maurizio?”

La segnalazione non è peregrina in rapporto alle incertezze, soprattutto   in rapporto a un tentativo di fuga dal forte raccontato, ma fino a che punto? Il mormorio delle piazze limitrofe ai campi di raccolta, era ingenerato alla scarsa sorveglianza del circondario rimpetto ai siti in oggetto, fortezze alpine comprese. La notizia dove sta? In realtà si è inoculato nell’immaginario collettivo, che i prigionieri napoletani finiti a Fenestrelle, fecero la fine dei carcerati. Soprattutto si è affermato in questi ultimi tempi che da quella fortezza era impossibile la fuga. Niente di più falso. Il tentativo di sommossa ad esempio, rivelato alla stampa qualche tempo dopo simile atto, ingenera curiosità e timore, dalle notizie che giungevano dal comprensorio, in rapporto a un vero e proprio piano di fuga, organizzato dall’esterno della fortezza e portato in porto con successo. La famosa sommossa sventata dai piemontesi in realtà, fu la più grande presa in giro perpetrata da alcuni ragazzi, alle guardie di Fenestrelle.

Da un altro libercolo, trovato per caso nello spulciare di carte e di libri in tema, salta fuori una interessante segnalazione. In una cronaca di fatti di guerra, stampata e pubblicata a Rieti nel 1863, alle pp. 142 e 143 si segnalava:

“Né questo in verità era un piccolo lavoro, effettuare nei corpi regolari la fusione di 20000 prigionieri borbonici riuniti a Fenestrelle o disseminati nelle diverse fortezze del regno. Sarebbe stato un grave errore, il supporre che questi uomini andrebbero facilmente a piegarsi sotto il giogo d’una severa disciplina. E di ciò fa testimonianza, il fatto che si produsse in uno dei depositi, vogliam dire il complotto dei prigionieri di Fenestrelle che fortunatamente fu sconcertato e mandato a vuoto.

Condotta con molt’arte e simulazione poteva riuscire se un caso non ne porgeva il primo indizio ad uno del presidio, o quindi al comandante del forte. Quei prigionieri facevano l’ammirazione di tutti per la docilità,     l’obbedienza ed il rispetto apparente che aveano dei superiori, sicchè nissuno era stato da parecchi giorni punito. A questo modo erano riusciti ad ispirare confidenza ed a render meno attiva la sorveglianza.

Dovevano ad un dato segno. armati di bastoni, avventarsi tutti ottocento contro le guardie dell’arsenale e là dentro provvedersi di armi e quindi impadronirsi del forte ed assicurarsi la diserzione. Pare che avessero qualche rara ma attiva relazione esterna e nessuna all’interno.”

La notizia qui riversata non avrebbe un gran peso, se non contenesse nella parte finale una constatazione, in parte giustificata dalla fonte. Il complotto fu sventato, ma se questo ebbe modo di nascere fu per la capacità di dissimulare un comportamento di docilità al giogo. Essi hanno certamente un aiuto esterno e nessuna possibilità (complicità) interna. Come si può giustificare questa asserzione? Dalla costruzione che ho qui riversato, metto in un certo subordine non tanto la dinamica delle fonti poste in essere, che confermano la deportazione dei soldati in Piemonte nei luoghi segnalati prima, quanto invece osservo, la condizione verso la quale, quei soldati sembrano osteggiare con ragione veduta, forti di situazioni che nulla hanno a che vedere con prigioni, da cui chi vi entra, ne esce solo se morto. I vari giornali di quei giorni, andarono a pubblicare delle considerazioni in rapporto a delle veline, venute fuori dal Ministero della Guerra, andate in pasto ad alcuni giornali piemontesi. Cioè, qualcuno fece in modo che la notizia della scommossa, si spargesse fra il popolo chiedendo una collaborazione. Ma, se i prigionieri furono scoperti, perché questo comportamento?

Un vecchio adagio dice: non dire gatto se non l’hai nel sacco. E di vero saccheggio delle informazioni venne perpetrato, spingendo a ricevere risposte. La guardiania di Fenestrelle fu fatta becca e la sommossa o dirla tale, fu consumata che che ne dicano alcuni storici. Una piccola chiosa ci viene fornita, dei fatti accaduti a Fenestrelle in quella occasione, dalle memorie di un giovanotto repubblicano che segnalava gli avvenimenti accaduti a Fenestrelle, consumati da un gruppo di gagliardi e arditi giovani in fuga dalla medesima fortezza. La notizia nota in taluni ambienti e sconosciuta pressoché a tanti altri, racconta dell’impresa di un gruppo di disertori (i cosiddetti renitenti alla leva) che alimentavano il nuovo esercito italiano. L’estrapolazione effettuata dalle memorie di Giuseppe Beghelli, edite a Torino nel 1871 ci fornisce uno spaccato di quell’accadimento, nascosto dal ministero della guerra:

“La parola spettava a Franzini. Egli era uno dei ventisette bassi ufficiali della brigata Modena rinchiusi nel forte di Fenestrelle per sospetti di congiura repubblicana, e tutti quanti disertati appena il sole della libertà sorse dopo il tramonto del sole imperiale ecclissato da punti neri. Essi si procurarono una carta topografica delle montagne che dovevano valicare. Si procurarono pure una fune e del vischio. Ricevettero ancora una lettera d’un amico che li aveva preceduti e che dava loro tutti i ragguagli necessari per superare gli ostacoli. Stabilita la sera della partenza, si portarono dal comandante del forte e lo invitarono alla rappresentazione di una commedia. Il comandante accettava di buon grado, ea sua volta invitava al trattenimento i notabili del paese. Giunge la notte: Sotto pretesto di prepararsi alla recita gli amici si eclissano. Alle sette di sera incomincia la rappresentazione. Nel primo atto prendevano parte soltanto dei soldati che non erano a parte del complotto. Appena cominciò ad annotare, due dei sergenti si avvicinarono a una sentinella che stava presso un cannone. Lo prendono di sorpresa pel collo, e prima ancora che avesse potuto emettere una voce, aveva già la bocca ripiena di vischio e le gambe avvinte all’affusto del cannone. Colla medesima destrezza fu assicurata la fune attorno al cannone presso la bocca che si avanzava oltre i bastioni, augurarono buon appetito alla sentinella che masticava e sbuffava come un toro, e uno dopo l’altro calarono fuori della fortezza, Camminarono, camminarono, e quando il comandante del forte coi notabili di Fenestrelle                  s’impazientavano pel ritardo all’alzata del sipario pel secondo atto della commedia, la farsa era già giuocata da quattro ore circa agli spettatori.

L’alba sorgeva, ei bassi ufficiali camminavano ancora. Spiegarono la lettera appena giunti a un punto indicato. Là diceva lo scritto, troverete un monte alto e due altri più bassi, passarete fra i due piccoli, e in due ore sarete sul territorio francese. I disertori si guardarono attorno. Da un lato v’era un erta scabrosa, ea fianco due piccole prominenze. Dall’altro lato idem. Potete immaginare l’imbarazzo di quei giovani. Se fossero stati sorpresi non v’era da scherzare. Spiegarono la carta topografica sopra un sasso, e siccome non era ancor giorno fatto, accesero un zolfanello. Doveva essere un quadro pittoresco quello che raffiguravano allora fra i monti, quei giovani ansiosi curvi sulla carta in traccia d’una strada che non trovavano. Finalmente un napolitano, il sergente Croce, propose lui un mezzo di trovar le strade; mezzo che raccomanderei caldamente allo stato maggiore lamarmoresco, qualora dovesse fare una seconda edizione delle sue gesta del 1866. Buttò in aria il suo berretto da soldato di corpo franco. Dal lato cui fosse stata rivolta l’ala visiera si sarebbero avviati. Una buona stella li protesse. La fronte del berretto si rivolse verso i monticelli che conducevano in Francia. Se si fossero diretti dal lato opposto, sarebbero capitati a Susa. L’avrebbero imbroccata bella. Giunsero a Briançon.”

Da questa strepitosa fonte, incassiamo gli estremi di quella evasione che le fonti piemontesi dissero sventata. I giovani arditi che fuoriuscirono, dovevano essere almeno 300. Sappiamo dai registri del Ministero della Guerra che a Fenestrelle fino all’estate del 1861, vi erano concentrati 1100 soldati di diversi reparti e provenienza. E sempre dai giornali piemontesi come sopra, abbiamo appreso che alla rivolta dissimulata, parteciparono in 800. La rivolta materialmente non avvenne, ma indirettamente i giornali segnalavano che, i proscritti alla congiura furono 800. E che parte di essi furono condannati, altri si ravvedranno. Sempre dalla medesima fonte apprendiamo che, avevano dei contatti esterni alla fortezza e che tanti di questi soldati evasi, si concentreranno in Francia. Contestualmente, leggendo il contenuto della fonte, si nota una azione precedente che aveva messo altri soldati nella condizione di tracciare una via di fuga, attraverso una carta topografica giunta dall’esterno all’interno della fortezza di Fenestrelle. Insomma, queste fortezze imprendibili ed ermetiche, erano più praticate di un albergo e più disponibili agli svaghi oltre confine di quanto dovevano essere immaginate.  

Questo dissacrante esercizio di cronaca, vuole gettare uno sguardo sopra un luogo di detenzione, ben diverso da come c’è stato raccontato. Soprattutto forti della cronaca su edotta, e di altro materiale che ci segnalerà la vita e le opere di altri soldati, domiciliati nell’albergo di Fenestrelle e in quello di Exilles. Un reticolo di documenti sopravvissuti ai revisionisti e ai dipartimentisti, raccontano di una realtà, fatta di soprusi fra prigionieri, di processi per direttissima, di linciaggi e di camorra. Infatti, furono conservate delle lettere che intercorrevano fra gli inquilini delle due fortezze, dove si scambiavano: informazioni, ordini, e comportamenti da tenersi nei confronti di chi si ribellava, alla realtà, che prendeva largo fra le maglie larghe della guardiania piemontese. Che ci raccontano situazioni molto lontane dai luoghi di pena tremendi. Reali furono le   morti di tisi fra i soldati concentrati in quei campi, come allo stesso tempo, reali sono state le azioni e le punizioni inflitte ai sepolti vivi. Ma, non ve dubbio su questa nuova posizione, in rapporto alla capacità dei renitenti asserviti al nuovo esercito italiano reclusi fra quelle mura, che la storia di detenzione, in questi plessi, non è stata ancora raccontata.

(immagina da elalm.org)

Il Marchio di Qualità Certificata della Regia Dogana di Messina per le manifatture delle pelli e dei cuoi e dei prodotti filati, sono una novità da segnalare, nelle attività commerciali del Governo della Casa Reale del Regno delle Due Sicilie. Le frodi commerciali come la contraffazione non sono un problema contemporaneo, ma un danno affrontato anche nel passato dall’industria specializzata. La manipolazione dei marchi di fabbrica di merci specifiche oggi cosiddette griffate, arrecava anche nel remoto passato ingenti danni economici alle produzioni industriali delle manifatture più pregiate. Immaginare un paese ricco di inventiva come l’Italia, garante dei suoi prodotti nel mercato globale, è una caratteristica di normale tutela dei diritti del fabbricante nello stato di provenienza. Infatti, così è accaduto al tempo del governo Borbonico nella Sicilia preunitaria, ai lavori industriali realizzati dalle fabbriche della città di Messina. Già a partire dagli inizi del XIX secolo, si era incrementato oltre misura, il commercio della conceria delle pelli e delle manifatture dei cuoi. In tutta Europa come nel Nuovo Mondo, questi articoli erano molto di moda. Nelle produzioni europee continentali, eccellevano i prodotti inglesi e francesi, che presto dovettero confrontarsi con le produzioni fabbricate dalle fabbriche manifatturiere messinesi. La produzione di lusso addirittura, era un mercato limitato alle botteghe sorte in Messina; e gli artigiani più quotati inglesi, olandesi, portoghesi oppure fra gli italiani fiorentini e napoletani, si concentravano a Messina, dove esisteva incredibile a dirsi, un Marchio di Qualità Certificata sulla merce prodotta.

Nel 1822 attraverso i traffici mercantili e il porto franco, i fabbricatori di pelli di Messina, patirono un grave danno commerciale in quanto,   i timbri di garanzia della Regia Dogana messinese, venivano puntualmente contraffatti e copiati da faccendieri senza scrupoli; spacciando un prodotto scadente come ottimo, essendo marchiato, dalla rinomata sigla dei Fabbricatori Messinesi. Fu stabilito dal sovrano del Regno delle due Sicilie per Regio Decreto, che tale industria, venisse tutelata dalle speculazioni. Pertanto, fu inventato un sistema, ai tempi anticontraffazione: imprimendo sui prodotti di Messina, un contrassegno cifrato con la leggenda: Regia Dogana di Messina per la Manifattura dei cuoi, inserito in un particolare bollo. Ad ulteriore garanzia del prodotto, la bollazione doveva essere esercitata, alla presenza dell’Attendente della Dogana di Messina, precedentemente avvertito dal fabbricante; stipulando un codicillo riversato nelle registrazioni doganali, in un apposito registro numerato segreto, dove erano annotate le segnature cifrate, impresse nel prodotto finito. Per tale motivo, si doveva pagare una somma per il cuoio, una vera e propria tassa di registrazione.

Di conseguenza, le pelli e i cuoi sforniti del Marchio di Qualità Certificata e Cifrata, venivano considerati fuori legge, e i loro possessori denunciati per frode, secondo le disposizioni della legge previste nel Decreto Regio del 28 marzo 1823. Il particolare marchingegno inventato permise successivamente, di sviluppare una matrice speciale ed esclusiva per i prodotti fabbricati a Messina, unica in tutto il regno. Il conio dei bolli della Dogana di Messina sarà l’espediente necessario per individuare un procedimento anticontraffazione sui prodotti industriali prodotti nella Città dello Stretto. Ripescato quasi per caso nelle collezioni delle leggi e dei decreti del Regno delle due Sicilie, la scrittura e la relativa tavola che descriveva: la forma, la figura, l’etichetta e il fine della medesima bollatura doganale, ho potuto raccogliere un piccolo materiale d’archivio. Da queste carte è palese una precisazione non di poco conto, molto importante per comprendere il meccanismo dei valori espressi.

Malgrado la Regia Dogana avesse preso seri provvedimenti, in materia di falsificazioni e di frodi, il Pubblico Archivio della Dogana di Messina, era costantemente impegnato a scovare le ripetute truffe ai danni dei suoi prodotti, riconosciuti dagli speculatori come “Fabbricazioni di Alta Qualità”.

Un esempio lo troviamo nella cedola del 11 settembre 1835, segnata nel quaderno numero 123, nel numero di ordine 3028 a pagina 102 dove si leggeva: Decreto numero 3028 che accorda la facoltà per la collocazione per le pelli e per i cuoi della fabbrica di Giuseppe Morganti e compagni di Messina. Il bollo di cui si farà uso, avrà nel mezzo, l’emblema della Trinacria con la leggenda in giro – Regia Dogana di Messina – Fabbrica di pelli e cuoio di Giuseppe Morganti e compagni. La sua forma era ellittico ovoidale.                  

Un altro esemplare della Regia Dogana di Messina, questa volta segnalato nel registro numero 127, alla segnatura dell’ordine numero 3110, alla pagina 189, relegato allo stesso modo presso le collezioni delle leggi e dei Decreti Reali del Regno delle due Sicilie, dove si fa la medesima descrizione fatta per il bollo della fabbrica di Giuseppe Morganti e compagni, così come segue: Decreto numero 3110 del 6 novembre 1835, che concede la bollatura sui cuoi e le pelli manifatturate, della fabbrica di Giovanni Caminiti di Messina. Questo bollo avrà nel mezzo l’emblema della Trinacria con la leggenda in giro: Regia Dogana di Missina – fabbrica di cuoio di Giovanni Caminiti. La sua forma sarà ellittico ovoidale. Con lo sviluppo di nuove procedure daziali anticontraffazione, a Messina si pensò bene di adottare un criterio simile anche per le produzioni manifatturiere tessili.

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Così accadde che per Decreto Regio il 2 luglio 1838, di imporre un nuovo criterio di bollatura di garanzia, sulle manifatture tessili messinesi. Questa bollatura, serviva a tutelare la merce, quando veniva inserita nel mercato internazionale, visto che era stata fatta oggetto di imitazione fraudolenta come nel passato per altre tipologie di prodotti di fabbricazione messinese. L’alta qualità dei tessuti di Messina, favoriti rispetto a numerose produzioni, induceva anche in questo caso molti falsari a manipolare i registri di imbarco e le bolle di accompagnamento, per confondere con dolo, coloro che si accingevano a comprare tessuto scadente, scambiato per un filato messinese indice di alta qualità. Allo scopo, fu creato un particolare marchio cromatico di riconoscimento: una sorta di etichettatura speciale a garanzia dei prodotti.

Ecco cosa affermava si fatto decreto sulla questione, ordinando: “Alle manifatture di Messina, le quali possono confondersi con i lavori esteri, pria di ricevere la ultima mano d’opera, si apporrà un marchio a ruggine di ferro.”

La scelta cromatica non era casuale e allora neppure facilmente imitabile. Ancora in quel tempo, non si era riusciti a ricreare la tonalità color ruggine, utilizzando prodotti chimici fabbricati anche questi a Messina adatti allo scopo. L’industria chimica e calorifica era un’altra perla da esibire nel mercato industriale dell’epoca. Infatti, quella unità cromatica era costosa da realizzarsi, visto che i colori di base convenzionalmente prodotti nel mercato internazionale, non prevedevano quella tonalità color ruggine fra quelle prodotte e utilizzate in campo commerciale. La trovata del colore di ruggine per qualche tempo, sortì gli effetti sperati, ridando slancio allo smercio dei tessuti in questione.

L’utilizzo dello strumento della bollazione, soprattutto per le merci manifatturiere di Messina, era divenuta uno strumento indice di alta qualità e raffinatezza a garanzia degli acquirenti che acquistavano volentieri merce proveniente dagli stabilimenti siciliani. Ottennero per Decreto Regio questo ufficio, sulle produzioni industriali per i tessuti, gli stabilimenti industriali: dei fratelli Ruggiero, di Guglielmo Leaf and Hall, di Giuseppe Morgante e Flavia Vadalà tutti di Messina. L’Impegno del governo a trovare le strade giuste a tutela delle merci prodotte nel bacino industriale messinese ben presto provocò, una forte richiesta sul mercato interno e specialmente su quello estero. Per tale motivo gli approdi per accogliere i vapori e le imbarcazioni che si apprestavano a comprare grosse e significative quantità di prodotti finiti, ebbe indotto l’amministrazione locale a chiedere ed ottenere nuovi spazi costieri.

Dunque, il potenziamento del litorale doganale di Messina, fu la conseguenza di questa richiesta di prodotti tipicamente costruiti a Messina. In un arco di tempo ristretto, le esigenze doganali rapportate agli scambi, furono adeguate alle necessità del giro di affari prodotto dalla merce   fabbricata sulla piazza di Messina. Man mano che l’industria marittima a Messina (ovvero delle società di armatori che mettevano i loro mezzi e gli equipaggi, a disposizione di vere e proprie tratte marittime operativi sulle rotte dei cinque continenti) ampliava i suoi scambi commerciali, e più forte si faceva la domanda per usufruire di servizi di sbarco, resi limitati ed angusti dai doveri doganali fu necessario ampliare gli spazi adibiti per l’ormeggio dei vapori. Con il mutare dei traffici e il moltiplicarsi delle occasioni, si avvertì la necessita di ampliare il litorale doganale per meglio accogliere e in quantità maggiore, più navigli che prima.

Con il Decreto Regio del 13 marzo 1833, si modificarono le classi di alcune dogane in Sicilia, che avrebbero acconsentito di introitare, un maggiore scambio giornaliero di materiale, adesso regolamentato in modo ufficiale. In quanto a Messina, la maggiore delle città marittime siciliane nella intensità di scambio e di smercio di merci, il Senato della Città dello Stretto (una sorta di Comitato degli Industriali), aveva favorito l’ampliamento, del litorale di Dogana Regia. Adesso costituendovi, nuovi posti di guardia doganale dalla Porta del Real Basso, fino ai quartieri di Terranova; avendo ottenuto il riconoscimento di “Piazza di Soprannumero” poteva adesso, allocare nuovi e più ufficiali per migliorare il funzionamento di questo ente.

Le nuove realtà industriali di produzione di designer floreale e vegetale costituitesi a Messina, sulla falsa riga delle produzioni di accessori dei prodotti finiti delle pellami e dei filati, fu talmente redditizia, da entrare quasi immediatamente in competizione con gli stabilimenti di Parigi e di Londra che in questa tipologia industriale, avevano in Europa un vero monopolio. Antonino De Angelis da Messina dal nulla, sfruttando le condizioni industriali create dal mondo della chimica messinese, da quello del tessile e da quello dei pellami, si inventò in Sicilia, la fabbrica di decorazione floreale di arredamento per interni. Con la nascita dei floricoltori di merce artificiale, Messina potenziava il suo reticolo industriale. Infatti, così come la sorella, già dal 1842, Antonino De Angelis era divenuto un forte imprenditore nel settore, la cui impresa contava decine di operai.

Produceva non solo la materia prima sotto forma di frutta, fiori, piante di alto fogliame, ma anche gli inchiostri e i colori naturali in diverse tonalità. Gli empori, le vetrine delle botteghe, gli androni dei palazzi, gli edifici pubblici, privati e religiosi, tutti esponevano i suoi prodotti. Questa commercializzazione prese largo consumo a Palermo, Napoli, Bari e in altri grossi centri del regno. La frastagliata produzione di prodotti sempre più diversificati, permetteva un salto di qualità nelle rifiniture dei prodotti costruiti diremmo oggi, in catena di montaggio. Nacquero così, gli stabilimenti di prodotti specializzati. Le tecniche di produzione, pur rimanendo in comparti industriali primitivi incominciavano a mostrare i segni dell’evoluzione tipologica di singoli prodotti, ricercando sempre la migliore qualità possibile delle merci prodotte. Un particolare riguardo fra le molteplici categorie industriali, si deve associare a una tecnica di tramazione proveniente dal mondo delle filande di seta e impiantata nel tessile che produceva filati di cotone, lino e lana. La fabbrica di torcitura di Antonino Ziniti da Messina venne impiantata intorno al 1835. Nel 1837 lo stabilimento si era talmente specializzato, da svincolare intere procedure di confezionamento accessorio previste nelle filande seriche adesso reimpiantate in fabbrica. Il procedimento che avrebbe portato dal baco al prodotto serico finale, era molto complesso e laborioso. Per tanto, a differenza del passato, dovendo competere con il mondo che progrediva velocemente e con un mercato sempre in evoluzione, si doveva recuperare i costi di fabbricazione, sveltendo le dinamiche della stessa   fabbricazione: per arrivare a una veloce produzione, si suddivisero in comparti industriali separati, le modalità di lavorazione del baco e del filato della seta. Quindi per pubblici Decreti Regi, il governo della Casa Regnante di Napoli, aveva favorito lo scorporo di parti di lavorazione della seta, favorendo l’apertura di nuovi impianti, la dove l’economia ne garantiva i rendimenti e i costi di produzione. Il Senato di Messina (ovvero, una sorta di associazione di grandi industriali che fungevano da azionisti di maggioranza di quasi tutti gli impianti industriali, coprendo cariche riconducibili all’antico ente amministrativo), si adoperava in tal modo, creando una Cassa di Deposito a vantaggio del credito e di tutti coloro che volevano tentare la strada dell’industria.

Lo stabilimento di Antonino Ziniti a Messina, fin dal 1837 si era specializzato, nella torcitura dei filati di seta. Allo stesso tempo, vi erano altri stabilimenti che avrebbero ricevuto i filati intrecciati e già attorcigliati lavorandoli in trama ed in ordito da associare ad altri tessuti per la creazione di abbigliamento, coperte, tende, imbottiture e tipologie tessili per indirizzo simili. Questa organizzazione del lavoro, favoriva una più rapida produzione di prodotto serico, che ne abbassava fortemente i costi e apportava grandi rendite finanziarie; guadagno formato non solo sullo smercio dei prodotti finiti ma soprattutto, dallo sgravio dogale che incideva sui costi di produzione, sullo stoccaggio della materia prima immessa nel suo bacino portuale e sulle gabelle municipali   il transito delle stesse materie prime circolanti sul territorio isolano. In questa fabbrica di Antonino Ziniti, all’avanguardia per i tempi, ci lavoravano 50 operai e 30 operaie. Se l’industria manifatturiera si era diversificata per contrastare le grandi produzioni industriale in campo internazionale, ben presto anche gli stabilimenti industriali del pellame e del cuoio incominciarono a soffrire la concorrenza sleale degli imprenditori francesi e inglesi. Il credito per i messinesi non fu più un problema e con il moltiplicarsi delle tipologie industriali prodotte, nacquero di pari passo altre banche e istituti di credito addirittura giunte a 6 fino al 1859. I messinesi da molto tempo si erano specializzati nella lavorazione di grossi cuoi e le loro concerie, erano molto stimate.

Nel 1852 esistevano a Messina 8 stabilimenti industriali di conceria, dove si lavoravano questi grossi cuoi, delle grandi e piccole pelli di vitello. La più considerevole di queste fabbriche, realizzava annualmente la lavorazione di 25600 pelli di ogni specie ed occupava 143 operai. Gli stabilimenti tutti di Messina riuniti, producevano: 35660 grossi cuoi, 14400 piccoli cuoi, 4800 pelli di vitelli, 10700 pelli di vitellino.

In totale producevano 65500 pelli di ogni genere. Il guadagno si otteneva calcolando il peso e la manifattura che veniva stimata come segue: 5 grossi cuoi corrispondevano a 79,3 kg; 11 piccoli cuoi corrispondevano a 79,3 kg. La paga era di 12,75 once giornaliere per 302 operai impiegati in questo settore, che produceva ogni anno, circa 1.000.000 di kg di prodotto lavorato nella sola Messina. A fronte della produzione annua, di 1.112.000 kg di tutto il Piemonte e della produzione annua, di 2.200.000 kg di tutta la Lombardia. Una quantità presso che identica, veniva prodotta a quella della sola Messina, nel restante parte insulare del regno di Napoli, quando in tutta la Sicilia, Messina compresa, se ne producevano 2.000.000 kg all’anno.

                                                                                                                                            Alessandro Fumia

Nacque a Messina l’anno 1813, fu un insigne intellettuale, latinista e grecista: fu eletto Professore ordinario di estetica e letteratura italiana,  nella Università di Messina, divenendo in seguito, Rettore della stessa Università e vice rettore nella classe di letteratura e belle arti dell’Accademia Peloritana.


Compose numerose opere, fra l’altro da ricordare, il poema intitolato: Lo scudo di Ercole, scritto in versi italiani. Con una versione di tre inni ad Omero e agli Ateniesi. Il ricco volume, fu inserito dal Cantù nei documenti della storia universale.


Da segnalare anche un’altra opera, intitolata: Le ore poetiche stampato in Messina nel 1842.
In questa fase storica, Il Mitchell fu molto prolifico. Da ricordare fra le altre opere: Gli idilli di Mosco e Dione, La teogonia di Esiodo trattata in versi italiani. Lo Scipione trionfante, Le profezie di Ezechiello, Canto e luce, Gli idilli di Teocrito, La mitologia sacra ed altre lettere e composizioni minori.

Alessandro Fumia

Una moneta che diede adito a speculazione con il passare dei secoli fu lo Skifato, cercato e utilizzato dai Messinesi nel mercanteggiare sulle mercanzie introdotte dagli stranieri nel suo porto falcato. Fin dal tempo in cui Ruggero II - re Normanno di Sicilia - ebbe trasformato il porto di Messina come l’emporio principale  dei traffici commerciali del suo regno, gli operatori di cambio recuperarono l’uso di questa moneta, conosciuta al tempo degli Arabi.

Successivamente tutti i Re Normanni e gli Svevi, dopo di loro, concentrarono in questo porto le maggiori transizioni commerciali, oggi dette estero su estero, utilizzando lo Skifato come moneta internazionale per giungere a un buon fine negli affari.

Il talentum skifatum, secondo una memoria di Johan Goffrid Ulrich, era una moneta arabo-sicula che ebbe corso legale in Sicilia; in Puglia ed Amalfi ebbe corso legale dal secolo IX° al secolo XI°.  E’ stato tollerato a Venezia nei secoli X° e XI°:  nonchè a Pisa dal IX° al XII° secolo e pure a Siena e a Genova nel secolo X° con valore diverso.
Presso il Medio Oriente e gli stati dell’Africa mediterranea si valutava per 4 tarì.
L’Ulrich da una nota manoscritta Genovese,  segnalava che era possibile specificarne il relativo cambio in oro puro, pari a grammi 2,800: calcolati  con il computo del suo tempo 1850 e pari a fiorini 9,6444. Però lo Skifato in corso in Italia e in Francia dal XIII° al XIV° secolo  aveva valore diverso, giacchè oggi per lo scrivente ( XIX secolo) uno Skifato equivarrebbe a 8 tarì, pari a lire 16,24

Alessandro Fumia

 

Partendo dalla celebre frase di Cesare Brandi: «Il restauro costituisce il momento metodologico del riconoscimento dell’opera d’arte, nella sua consistenza fisica e nella sua duplice polarità estetica e storica, in vista della sua trasmissione al futuro» nella conversazione che si terrà il 27 maggio 2014, a Palazzo d'Amico in Milazzo, verranno esposti alcuni interventi noti ed altri eseguiti dalla scrivente che fungeranno da spunto per riflessioni tanto sull’approccio preliminare di conoscenza e indagine sui manufatti quanto sulle metodologie e sugli interventi eseguiti.

La possibilità di avere un contatto diretto sui manufatti fornisce al restauratore un punto di vista privilegiato rispetto a quello di un semplice osservatore permettendo di fare un passo a ritroso verso le origini delle opere fino a giungere al procedimento e ai materiali costitutivi. Nella sede di Palazzo d'Amico, in occasione dell'iniziativa d'Amico INformazione, si cercherà pertanto di accompagnare gli uditori all’interno dell’opera d’arte per conoscere più da vicino alcuni “particolari invisibili”.

Introdotti questi elementi si analizzeranno gli interventi e le metodologie messe in atto su alcuni manufatti degni di attenzione, tenendo a mente i principi deontologici che pongono l’Italia come esempio di eccellenza a livello internazionale.

 

Altre informazioni a questo link:

http://www.comune.milazzo.me.it/cms/default.aspx?mod=article&view=article&id=13320

 

Ultima puntata di “Linea Blu” di questo fine 2010 freddo, umido piovoso. Me la sono vista distrattamente incapace, oggi, di concentrarmi e di godermi gli splendidi panorami che mi venivano proposti.

Questo finché l’occhio non mi è caduto sullo scorrere di un titolo che passava sullo schermo e che annunciava un servizio sulla Pesca nello Stretto di Messina.

L’attenzione è diventata massima e mi è piaciuto molto vedere le veloci e moderne imbarcazioni, splendidamente attrezzate, capaci di rincorrere il velocissimo pesce che, attraversando lo Stretto, cerca il mare più caldo.

Meraviglioso il panorama che ho visto e bello è stato osservare la costa della mia Città verso “Paradiso”, Ganzirri e Capo Peloro.

Stupendo il Mare, il “mio” Mare con quel suo colore blu cobalto.

Assieme ad un po’ di “sana” malinconia sono tornati i Ricordi di quando, ragazzo, sono stato invitato da un anziano Pescatore, Don Candeloro”, a passare una giornata con lui ed i “suoi” Uomini.

Il sistema di pesca, alla fine degli anni Quaranta, era simile all’attuale solo veniva effettuato da due imbarcazioni: la Nave “Madre”, la Feluca, un natante abbastanza grande azionato da un motore, e da una velocissima imbarcazione a remi, dipinta di nero, di cui, purtroppo, non ricordo più il nome.

La Feluca è il centro di osservazione. È l’imbarcazione da cui partono le indicazioni e gli ordini non appena viene avvistato il grosso pesce.

Dalla cima dell’alta antenna, l’osservatore lancia il grido: “u vitti!” “L’ho visto!” e, dopo, darà tutte quelle indicazioni ai rematori perché possano mettersi sulla scia della preda.

“A destra!” “A sinistra”! “Rema, rema!!”

Ecco che i quattro, cinque rematori, curvano la schiena nel massimo sforzo. È pure il momento in cui si approntano il fiocinatore a prua ed una “vedetta” che sale su una bassa antenna al centro del natante in attesa di prendere, da più vicino, il contatto visivo con il pesce.

È un inseguimento velocissimo dove le grida di comando si confondono con il rumore della prua che taglia i flutti. Le virate brusche fanno, paurosamente, inclinare la barca e pare, perfino, che la vedetta, aggrappata alla bassa antenna, abbia a cadere da un momento all’altro. Finalmente il pesce viene visto dall’Uomo della barca nera che prende il controllo e da più precise indicazioni.

“A destra! A destra! Corri ...... Dritto!”

E, alla fine, il Fiocinatore a prua vede e scaglia la micidiale arma.

“U pigghiai! U pigghiai!” L’ho preso.

Ed una scia di sangue segna l’epilogo della caccia.

Viene allentata la “cima” a cui è legata la fiocina, perché scorra e lasci spazio al Pesce mortalmente ferito. Inizia una strana e difficile battaglia senza, al momento, vincitori o vinti. La preda deve sfinirsi prima di tentare di portarla a bordo, perché, quando è ancora in forze, potrebbe riuscire a svincolarsi dal micidiale arpione. Ecco dunque che inizia uno strano inseguimento finché, al momento ritenuto più opportuno, viene tirata indietro, la sottile ma robusta corda, fino ad portare il Pesce sotto il fianco della Barca e portare a termine la cattura.

Il Pesce ancora vivo, anche se fiaccato, è pericoloso per i colpi di coda e di spada che può dare.

Poco dopo, con ogni cautela, eccolo trasferito sulla Feluca dove, morto, subirà i primi “trattamenti”.

La nera Barca a remi si posiziona per una nuova caccia in attesa che arrivi un grido all’alto dell’antenna della feluca.

Io ero lì, con Don Candeloro, ad osservare con grande attenzione ed interesse tutti quei momenti.

Potei ascoltare anche la storia di quel Pesce Spada: una femmina! Così come era stato “profetizzato” dalla conoscenza e dall’esperienza dell’anziano Uomo.

La povera bestia cercava il mare più caldo e, per questo, il suo istinto l’aveva portata ad attraversare, nelle sue migrazioni, andata e ritorno, lo Stretto di Messina.

Spesso, mi spiegava, Don Candeloro, la femmina è accompagnata dal maschio che l’affianca nell’agonia e si ribella alla cattura della compagna diventando pericolosissimo per i pescatori e per le stesse imbarcazioni.

È una storia d’Amore e Fedeltà che termina in modo cruento, a volte, addirittura drammatico, con ben due Vittime.

Ricordi intensi di cui molti particolari sono restati vivi nella mia memoria e ne sono lieto.

C’erano momenti speciali alla fine della battuta di pesca quando i Pesci Spada venivano preparati per essere venduti e, per questo, venivano “ripuliti”.

C’era massimo rispetto nell’agire, nell’aprirne i ventri per togliere le interiora che venivano “restituite” al Mare con grande festa per gli altri pesci ed i gabbiani.

Restavano a bordo i cuori. Quelli no, non venivano dati al Mare!

Dal cuore partiva il coraggio che, al Pesce Spada, dava la Forza per affrontare l’impari, anche se leale, lotta con l’Uomo Cacciatore.

E l’Uomo Cacciatore riconosceva e concedeva ogni onore alla sua Vittima fino a carpirne questa “Forza”.

Religiosamente.

Radunati sul Ponte della Feluca, con grande rispetto, vidi dividere i cuori delle prede. Un pezzettino a testa su cui qualcuno fece cadere qualche goccia di limone.

Comunione fra Uomo, Terra e Mare.

Ne fu offerto anche a me e lo mangiai per non essere da meno. Per sentirmi Uomo, io ragazzino di poco più di dieci anni!

Si, sono sicuro che, quello, per me fu un vero Rito di Iniziazione. Un Rito da cui ho tratto forza e coraggio per affrontare la Vita ed arrivare ad Oggi con tanti ricordi ed una punta di “sana” Nostalgia.

Marco Giuffrida

Con un convegno tenutosi nell’Auditorium della Gazzetta del Sud, la Fondazione Bonino-Pulejo  ha immediatamente voluto aprire un dibattito sulle linee guida della nuova legge sulla dislessia, approvata grazie al concreto impegno della Bonino-Pulejo.
All’incontro erano presenti, tra gli altri, il prof. Giacomo Stella, direttore del board dell’Associazione Europea contro la dislessia, e l’assessore regionale siciliano alla Pubblica istruzione prof. Mario Centorrino

- di Alessandro Fumia -

 

 

 

Una memoria secolare che anima ancora i giorni ferragostani di Messina, quella della Grande Bara dell’Assunta, continua a raccontarci retroscena particolari.
La ricerca spasmodica di notizie, sulla festa più celebre ed importante di questa città, alimenta iniziative incredibili, visti i tempi e le contingenze dell’oggi. Con incredibile continuità fra le generazioni messinesi, saltano fuori resoconti della festa, in tutta la sua infinità “celebrità” fra le nazioni e i popoli cattolici.
Sempre ci accingiamo a ricordare le gesta dei messinesi in onore della loro Amata Protettrice. Sempre, raccogliamo gli spasmi di fede della sua gente, che ha voluto donargliele nei cinque secoli della festa.

Tanti autori si sono cimentati a recuperare la memoria per accattivarsi la fiducia dell’attento filologo e la curiosità degli indefessi fedeli.

Messina racconta di Maria l’invincibile Madre di Cristo, nella convinzione di essere fra i cristiani e le città fedeli al cattolicesimo, in prima fila fra queste schiere. Il suo ponderato amore verso questa Donna splendida e Santissima, ha forgiato l’animo e la mente dei messinesi, sempre pronti a ricordarsi del suo amore, e delle Benedette parole di protezione.
La fede di questi cristiani si fonda nel lontano passato ma, i trionfi che essi raccontano di Maria, fanno perno agli inizi del sedicesimo secolo, dove, ricercate immagini equestri, fanno da sintesi al giubilo innato che il popolo di Messina assegna a Maria, Madre divina del figlio di Dio.

Una memoria che si accresce sempre, è una delle frasi a cui sono legato di più: quella rivolta alla festa dell’Assunta e al suo particolare carro che i primi trovatori chiamavano La Bara mentre, altri osservatori dalla fine del settecento in poi, cominciano a ricordarla coma La Vara.

Un trionfo che esemplifica l’attaccamento di Messina alla sua particolare Protettrice che ha riscosso l’ammirazione di numerosi osservatori, viaggiatori e filologi del passato. Una scintillante sequenza di trovate artistiche, mosse da oscuri meccanismi, inseriti in una macchina che si lascia guardare, per l’eleganza delle sue figure e della originale macchinazione di simboli, sintesi di trascendentale realismo e di alchemiche trovate plastiche.
Un variopinto popolo di colori, di forme altere e mistiche, rivolte al mondo del cattolicesimo vecchio stampo, che aspira a ricordare una memoria invincibile. Quella del Grande Carro di Maria Assisa in cielo.

Una delle limitazioni attuali, è la gestione della festa: un tempo la celebrazione, l’allestimento delle macchine, il restauro delle stesse, veniva seguito dal Clero Canonico. Il Senato di Messina pagava allo stesso organismo una sorta di censo, di tributo alla fede. Questi fondi sono stati descritti e ponderati nella loro particolare eccezione storica, così come ci descrivono le carte, che un tempo, formavano il fondo documentale del Capitolo della Cattedrale di Messina.

Da questi fondi, emergono interessanti spigolature che animano la memoria sulla celebrazione della festa.

Gioacchino di Marzo, inseriva in uno studio sulla ricorrenza ferragostana di Messina, una nota proveniente dai libri dei conti e delle spese del Capitolo della Cattedrale di Messina. Nel quinterno del brogliaccio periodo 1560 – 1564, segnalava al fog. 122 per l’anno 1561, nelle more di spesa, l’utilizzo di somme necessarie per il restauro della “Cassetta della reliquia” verosimilmente, l’urna che conteneva la statua dormiente di Maria, composta nel Duomo di Messina, unitamente a spese inerenti il restauro del gigante e della gigantessa.

Dello stesso tenore sono le carte che compongono la spesa delle macchine nel quinterno del 1560, in cui si segnalava l’opera prestata dallo scultore Martino Montanini e dai suoi mastri scalpellini e carpentieri, liquidando l’opera messa in atto per il restauro del gigante e della gigantessa nonché, per aver realizzato ex novo i relativi cavalli, saldando la spesa con 6 onze.

La nota mette in risalto: “ …fatto lavorari di li nostri pitturi in lo riconzari di lo gilanti et gilantissa de novo, fatti

la testa et li braza di la gilantissa per avirici l’annu passato cascata e rottasi, et altri spisi et soj giornati di la

festa di N.sa S.ra di mezu augustu presente, come in dorso ditto comandamento apparari, unzi 19.”
Da queste fonti apprendiamo che i capi mastri della Cattedrale di Messina vennero indotti, numerose volte, a lavorare sulle macchine della festa di mezzagosto. Dagli stessi fondi del Capitolo della Cattedrale di Messina si segnalava, nel quinterno del 1581, una scrittura composta dal Reverendo Don Giuseppe Cirino, Procuratore e Credenziere dell’opera della Maggiore Chiesa, nella quale sottoscriveva:

“….addì 6 di maggio 1581, unze 2 contanti per sue polisa ad Andria Calamecca, et paga per mandato Don Andrea porco mastro di opera, pi pagari li mastri chi hannu laurato et lavorano la statua di lo novo gigante, et per altre spisi, di li quali ni haviria dari conto.”

E se Caio Domenico Gallo, nei sui Annali della Città di Messina, segnalava nel suo VII libro, il governo del vicerè Giovanni de Vega l’anno 1547, fra le note aggiungeva:

“….in onore della viceregina, il 15 settembre del 1547, fu fatta uscire la nobile Bara o piramide, solita condursi per la strada maestra il mezzo agosto giorno dell’Assunzione della Vergine.”

Stiamo parlando dello stesso palco, messo in opera durante la visita a Messina, dell’imperatore Carlo V, segnalata in una giuliana della Giuratia di detta citta, così assoggettata alla memoria dell’Assunta, dallo studio di alcune giuliane, pubblicate da Carmelo Elio Tavilla nel lontano 1983 per volontà dell’Istituto di Storia Patria.

Due fonti coeve alla venuta dell’imperatore asburgico nella Città dello Stretto, descrivono il Grande Carro detto della Bara, riadattato all’uopo, in onore dell’illustre sovrano. La singolare costruzione con la quale si voleva innalzare le vestigia, nelle imprese cristiane in terra d’Africa, viste nelle sue opere militari, eroiche manifestazioni del potere imperiale, riconducevano l’antica scena dell’assisiante Alma Benedetta, descrivendocela, tale e quale, alla macchina che noi oggi ammiriamo, pur se con qualche variante.

Quello che si è immaginato come il carro dell’Assunzione della Madonna, già operante l’anno del Signore 1535 allora, solo illusoriamente raffigurato, oggi viene svelato nella descrizione particolare, fatta dal Reverendo Andrea de Simone e dallo sconosciuto Sigismondo Paolucci. Il primo, un canonico della madre chiesa di Messina, racconta gli apparati e lo zelo dei messinesi, quando accolsero detto imperatore in seno alla propria città; il secondo, un nobilotto che infoltiva le schiere dei principi al seguito dell’armata, in rassegna nelle province del vasto impero.

Eccone descritta quella macchina, sunto della cronaca del primo e della lirica del secondo oratore.

Intrato L’omperator nella città, ecco di nanzi alla casa, del signor della scaletta dui carri triumphali, l’un grande e l’altro, picciolo, il maggior se qual’egli era io, potessi ridorlovi, veramente, potrei far di me quel che far non posso, era questo sopra quattro rote posto, e quelle amantate d’ogni torno, con certi piramidoni, e cornicioni de ligname tutti posti d’oro facciano questi quattro angoli alquanto sporgendosi fuori sopra delli quali v’erano posti quattro giovanetti, finti per li quattro virtù cardinali, vestiti ricchimente con strumenti in mano, di portar sogliono, sopra di questi, erano due rote, circolari, nelle quali erano quattro puttini per una vestiti et alati, li quali benchè volgesero a torno le rote non di meno egli fermi stavano, queste rote nella parte che veder si poteva erano dipinte, e freggiate d’oro, nell’una un carro con un campo azzurro di stelle ripieno resplendente in oro nell’altra un piano azzurro parimente di stelle ripieno con un dragone e l’orsa maggiore et minore, in cima di questi v’erano quattro fanciulli alati con palme nelle mani vestiti molto leggriandamente e belle, con catene d’oro e gioie di molto pregio, sopra di questi un tondo o vero un mondo azzurro tutto stellato, a cui d’intorno v’erano sei puttini vestiti d’un certo incarnato come si ignudi, fossero, questi tenendo rami d’oleva in mano rotavano attorno a torno col suo fondo sopra di questo veneva un bellissimo giovamento che mostrava esser L’omperator, armato, all’antica con un manto purpureo, freggiato d’oro, nella testa un mitro ne l’imperiale, e di sopra la palma della man destra la qual, sporgeva fuori teneva una vittoria, la qual era un puttino d’anni quattro circa haveva questa vittoria un ramo d’alloro in mano e guardando L’omperator, mostrava con quello scherzare, erano adunque sopra di questo carro XXIIII anime non pensate però che contraffatte fossero ma, tutte, veracissimamente vive qual noi siamo io lasso, adietro di molte cose che di questo carro dirvesi potriano dico sol questo che veramente fu cosa imperiale, era d’altezza questo carro palmi 50 circa.

La descrizione appena fatta, ci racconta come nel carro dell’Assunta i principali meccanismi, ancora oggi ritrovati nel cippo, delimitato da quattro pilastri “piramidoni” per segnalarne la forma tronco conica, osservata, dalla base al vertice; e più su, osservare nelle ruote, nei girali, nel globo e nel vertice della macchina, dove prende posto la scena ell’assunzione, qui vista come innalzamento regale, di un sovrano ammirato e quasi venerato. Lo schema dei putti quattro per ogni ruota, sei angioletti posti al globo e di un putto sul palmo della mano destra, aperta e protesa mostrando la gloria, vaneggia sinteticamente l’anima regale, vista nello Spirito Santo, artefice e formante volontà del Divino nell’una e nell’altra scena.

Così che, sia esso il tempio scenico in cui si immagina l’imperatore, oppure la sede e l’evoluzione dell’eliaca salita al cielo di Maria, la macchina accoglie in simile visione, una scenografia per nulla scontata, ma ancora testimone di una volontà invincibile, quella di Messina e del suo popolo devoto.

A ciò si aggiunga quello che Sigismondo vide con i propri occhi, fra la gente che ammirava quella messinscena appena descritta dal reverendo messinese.

In versi, lui ci racconta del prodigioso artifizio che tutti meravigliati ammiravano:

Due carri inanzi al gran Cesare venno
ricchi e superbi triumphanti e altieri
di l’un su li quattro angoli vi stanno
le virtù quattro cardinal’el veri
lor debiti triumphi ch’in braccia hanno
v’eran trophei superbamente fieri
con due bee rote che giravano belli
otto angelici vivi spiritelli

Ove dipinto vi era un carro d’oro
un drago e l’orse maggiore e minore
in campo azzurro ove infinite foro
stelle d’or fino lucido splendore
quattro angioletti alati e sotto loro
un mondo ch’altri sei spiriti fuore
rotavan sempre e sopra quell’armato
Cesar in bianco e bel vestir d’orato

Col suo ben degno imperial diadema
ch’il mondo adorna e sia nel mudo solo
che l’antiqui e modern’in pregio scema
e poggia ov’altri mai non giuns’a volo
al cui sol nome tutto l’mundo trema
e data legge e l’un e l’altro polo
e una sacra in man tenea vittoria
quel d’Ello degna e di sua eterna gloria.

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(immagine tratta da entasis.it)

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(Le immagini degli apparati sono tratte da "Theatrum machinarium, oder, Schau-platz der Heb-Zeuge..." Di Jacob Leupold)

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