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MESSANENSI

MESSANENSI

 

Partendo dalla celebre frase di Cesare Brandi: «Il restauro costituisce il momento metodologico del riconoscimento dell’opera d’arte, nella sua consistenza fisica e nella sua duplice polarità estetica e storica, in vista della sua trasmissione al futuro» nella conversazione che si terrà il 27 maggio 2014, a Palazzo d'Amico in Milazzo, verranno esposti alcuni interventi noti ed altri eseguiti dalla scrivente che fungeranno da spunto per riflessioni tanto sull’approccio preliminare di conoscenza e indagine sui manufatti quanto sulle metodologie e sugli interventi eseguiti.

La possibilità di avere un contatto diretto sui manufatti fornisce al restauratore un punto di vista privilegiato rispetto a quello di un semplice osservatore permettendo di fare un passo a ritroso verso le origini delle opere fino a giungere al procedimento e ai materiali costitutivi. Nella sede di Palazzo d'Amico, in occasione dell'iniziativa d'Amico INformazione, si cercherà pertanto di accompagnare gli uditori all’interno dell’opera d’arte per conoscere più da vicino alcuni “particolari invisibili”.

Introdotti questi elementi si analizzeranno gli interventi e le metodologie messe in atto su alcuni manufatti degni di attenzione, tenendo a mente i principi deontologici che pongono l’Italia come esempio di eccellenza a livello internazionale.

 

Altre informazioni a questo link:

http://www.comune.milazzo.me.it/cms/default.aspx?mod=article&view=article&id=13320

 

Ultima puntata di “Linea Blu” di questo fine 2010 freddo, umido piovoso. Me la sono vista distrattamente incapace, oggi, di concentrarmi e di godermi gli splendidi panorami che mi venivano proposti.

Questo finché l’occhio non mi è caduto sullo scorrere di un titolo che passava sullo schermo e che annunciava un servizio sulla Pesca nello Stretto di Messina.

L’attenzione è diventata massima e mi è piaciuto molto vedere le veloci e moderne imbarcazioni, splendidamente attrezzate, capaci di rincorrere il velocissimo pesce che, attraversando lo Stretto, cerca il mare più caldo.

Meraviglioso il panorama che ho visto e bello è stato osservare la costa della mia Città verso “Paradiso”, Ganzirri e Capo Peloro.

Stupendo il Mare, il “mio” Mare con quel suo colore blu cobalto.

Assieme ad un po’ di “sana” malinconia sono tornati i Ricordi di quando, ragazzo, sono stato invitato da un anziano Pescatore, Don Candeloro”, a passare una giornata con lui ed i “suoi” Uomini.

Il sistema di pesca, alla fine degli anni Quaranta, era simile all’attuale solo veniva effettuato da due imbarcazioni: la Nave “Madre”, la Feluca, un natante abbastanza grande azionato da un motore, e da una velocissima imbarcazione a remi, dipinta di nero, di cui, purtroppo, non ricordo più il nome.

La Feluca è il centro di osservazione. È l’imbarcazione da cui partono le indicazioni e gli ordini non appena viene avvistato il grosso pesce.

Dalla cima dell’alta antenna, l’osservatore lancia il grido: “u vitti!” “L’ho visto!” e, dopo, darà tutte quelle indicazioni ai rematori perché possano mettersi sulla scia della preda.

“A destra!” “A sinistra”! “Rema, rema!!”

Ecco che i quattro, cinque rematori, curvano la schiena nel massimo sforzo. È pure il momento in cui si approntano il fiocinatore a prua ed una “vedetta” che sale su una bassa antenna al centro del natante in attesa di prendere, da più vicino, il contatto visivo con il pesce.

È un inseguimento velocissimo dove le grida di comando si confondono con il rumore della prua che taglia i flutti. Le virate brusche fanno, paurosamente, inclinare la barca e pare, perfino, che la vedetta, aggrappata alla bassa antenna, abbia a cadere da un momento all’altro. Finalmente il pesce viene visto dall’Uomo della barca nera che prende il controllo e da più precise indicazioni.

“A destra! A destra! Corri ...... Dritto!”

E, alla fine, il Fiocinatore a prua vede e scaglia la micidiale arma.

“U pigghiai! U pigghiai!” L’ho preso.

Ed una scia di sangue segna l’epilogo della caccia.

Viene allentata la “cima” a cui è legata la fiocina, perché scorra e lasci spazio al Pesce mortalmente ferito. Inizia una strana e difficile battaglia senza, al momento, vincitori o vinti. La preda deve sfinirsi prima di tentare di portarla a bordo, perché, quando è ancora in forze, potrebbe riuscire a svincolarsi dal micidiale arpione. Ecco dunque che inizia uno strano inseguimento finché, al momento ritenuto più opportuno, viene tirata indietro, la sottile ma robusta corda, fino ad portare il Pesce sotto il fianco della Barca e portare a termine la cattura.

Il Pesce ancora vivo, anche se fiaccato, è pericoloso per i colpi di coda e di spada che può dare.

Poco dopo, con ogni cautela, eccolo trasferito sulla Feluca dove, morto, subirà i primi “trattamenti”.

La nera Barca a remi si posiziona per una nuova caccia in attesa che arrivi un grido all’alto dell’antenna della feluca.

Io ero lì, con Don Candeloro, ad osservare con grande attenzione ed interesse tutti quei momenti.

Potei ascoltare anche la storia di quel Pesce Spada: una femmina! Così come era stato “profetizzato” dalla conoscenza e dall’esperienza dell’anziano Uomo.

La povera bestia cercava il mare più caldo e, per questo, il suo istinto l’aveva portata ad attraversare, nelle sue migrazioni, andata e ritorno, lo Stretto di Messina.

Spesso, mi spiegava, Don Candeloro, la femmina è accompagnata dal maschio che l’affianca nell’agonia e si ribella alla cattura della compagna diventando pericolosissimo per i pescatori e per le stesse imbarcazioni.

È una storia d’Amore e Fedeltà che termina in modo cruento, a volte, addirittura drammatico, con ben due Vittime.

Ricordi intensi di cui molti particolari sono restati vivi nella mia memoria e ne sono lieto.

C’erano momenti speciali alla fine della battuta di pesca quando i Pesci Spada venivano preparati per essere venduti e, per questo, venivano “ripuliti”.

C’era massimo rispetto nell’agire, nell’aprirne i ventri per togliere le interiora che venivano “restituite” al Mare con grande festa per gli altri pesci ed i gabbiani.

Restavano a bordo i cuori. Quelli no, non venivano dati al Mare!

Dal cuore partiva il coraggio che, al Pesce Spada, dava la Forza per affrontare l’impari, anche se leale, lotta con l’Uomo Cacciatore.

E l’Uomo Cacciatore riconosceva e concedeva ogni onore alla sua Vittima fino a carpirne questa “Forza”.

Religiosamente.

Radunati sul Ponte della Feluca, con grande rispetto, vidi dividere i cuori delle prede. Un pezzettino a testa su cui qualcuno fece cadere qualche goccia di limone.

Comunione fra Uomo, Terra e Mare.

Ne fu offerto anche a me e lo mangiai per non essere da meno. Per sentirmi Uomo, io ragazzino di poco più di dieci anni!

Si, sono sicuro che, quello, per me fu un vero Rito di Iniziazione. Un Rito da cui ho tratto forza e coraggio per affrontare la Vita ed arrivare ad Oggi con tanti ricordi ed una punta di “sana” Nostalgia.

Marco Giuffrida

Con un convegno tenutosi nell’Auditorium della Gazzetta del Sud, la Fondazione Bonino-Pulejo  ha immediatamente voluto aprire un dibattito sulle linee guida della nuova legge sulla dislessia, approvata grazie al concreto impegno della Bonino-Pulejo.
All’incontro erano presenti, tra gli altri, il prof. Giacomo Stella, direttore del board dell’Associazione Europea contro la dislessia, e l’assessore regionale siciliano alla Pubblica istruzione prof. Mario Centorrino

- di Alessandro Fumia -

 

 

 

Una memoria secolare che anima ancora i giorni ferragostani di Messina, quella della Grande Bara dell’Assunta, continua a raccontarci retroscena particolari.
La ricerca spasmodica di notizie, sulla festa più celebre ed importante di questa città, alimenta iniziative incredibili, visti i tempi e le contingenze dell’oggi. Con incredibile continuità fra le generazioni messinesi, saltano fuori resoconti della festa, in tutta la sua infinità “celebrità” fra le nazioni e i popoli cattolici.
Sempre ci accingiamo a ricordare le gesta dei messinesi in onore della loro Amata Protettrice. Sempre, raccogliamo gli spasmi di fede della sua gente, che ha voluto donargliele nei cinque secoli della festa.

Tanti autori si sono cimentati a recuperare la memoria per accattivarsi la fiducia dell’attento filologo e la curiosità degli indefessi fedeli.

Messina racconta di Maria l’invincibile Madre di Cristo, nella convinzione di essere fra i cristiani e le città fedeli al cattolicesimo, in prima fila fra queste schiere. Il suo ponderato amore verso questa Donna splendida e Santissima, ha forgiato l’animo e la mente dei messinesi, sempre pronti a ricordarsi del suo amore, e delle Benedette parole di protezione.
La fede di questi cristiani si fonda nel lontano passato ma, i trionfi che essi raccontano di Maria, fanno perno agli inizi del sedicesimo secolo, dove, ricercate immagini equestri, fanno da sintesi al giubilo innato che il popolo di Messina assegna a Maria, Madre divina del figlio di Dio.

Una memoria che si accresce sempre, è una delle frasi a cui sono legato di più: quella rivolta alla festa dell’Assunta e al suo particolare carro che i primi trovatori chiamavano La Bara mentre, altri osservatori dalla fine del settecento in poi, cominciano a ricordarla coma La Vara.

Un trionfo che esemplifica l’attaccamento di Messina alla sua particolare Protettrice che ha riscosso l’ammirazione di numerosi osservatori, viaggiatori e filologi del passato. Una scintillante sequenza di trovate artistiche, mosse da oscuri meccanismi, inseriti in una macchina che si lascia guardare, per l’eleganza delle sue figure e della originale macchinazione di simboli, sintesi di trascendentale realismo e di alchemiche trovate plastiche.
Un variopinto popolo di colori, di forme altere e mistiche, rivolte al mondo del cattolicesimo vecchio stampo, che aspira a ricordare una memoria invincibile. Quella del Grande Carro di Maria Assisa in cielo.

Una delle limitazioni attuali, è la gestione della festa: un tempo la celebrazione, l’allestimento delle macchine, il restauro delle stesse, veniva seguito dal Clero Canonico. Il Senato di Messina pagava allo stesso organismo una sorta di censo, di tributo alla fede. Questi fondi sono stati descritti e ponderati nella loro particolare eccezione storica, così come ci descrivono le carte, che un tempo, formavano il fondo documentale del Capitolo della Cattedrale di Messina.

Da questi fondi, emergono interessanti spigolature che animano la memoria sulla celebrazione della festa.

Gioacchino di Marzo, inseriva in uno studio sulla ricorrenza ferragostana di Messina, una nota proveniente dai libri dei conti e delle spese del Capitolo della Cattedrale di Messina. Nel quinterno del brogliaccio periodo 1560 – 1564, segnalava al fog. 122 per l’anno 1561, nelle more di spesa, l’utilizzo di somme necessarie per il restauro della “Cassetta della reliquia” verosimilmente, l’urna che conteneva la statua dormiente di Maria, composta nel Duomo di Messina, unitamente a spese inerenti il restauro del gigante e della gigantessa.

Dello stesso tenore sono le carte che compongono la spesa delle macchine nel quinterno del 1560, in cui si segnalava l’opera prestata dallo scultore Martino Montanini e dai suoi mastri scalpellini e carpentieri, liquidando l’opera messa in atto per il restauro del gigante e della gigantessa nonché, per aver realizzato ex novo i relativi cavalli, saldando la spesa con 6 onze.

La nota mette in risalto: “ …fatto lavorari di li nostri pitturi in lo riconzari di lo gilanti et gilantissa de novo, fatti

la testa et li braza di la gilantissa per avirici l’annu passato cascata e rottasi, et altri spisi et soj giornati di la

festa di N.sa S.ra di mezu augustu presente, come in dorso ditto comandamento apparari, unzi 19.”
Da queste fonti apprendiamo che i capi mastri della Cattedrale di Messina vennero indotti, numerose volte, a lavorare sulle macchine della festa di mezzagosto. Dagli stessi fondi del Capitolo della Cattedrale di Messina si segnalava, nel quinterno del 1581, una scrittura composta dal Reverendo Don Giuseppe Cirino, Procuratore e Credenziere dell’opera della Maggiore Chiesa, nella quale sottoscriveva:

“….addì 6 di maggio 1581, unze 2 contanti per sue polisa ad Andria Calamecca, et paga per mandato Don Andrea porco mastro di opera, pi pagari li mastri chi hannu laurato et lavorano la statua di lo novo gigante, et per altre spisi, di li quali ni haviria dari conto.”

E se Caio Domenico Gallo, nei sui Annali della Città di Messina, segnalava nel suo VII libro, il governo del vicerè Giovanni de Vega l’anno 1547, fra le note aggiungeva:

“….in onore della viceregina, il 15 settembre del 1547, fu fatta uscire la nobile Bara o piramide, solita condursi per la strada maestra il mezzo agosto giorno dell’Assunzione della Vergine.”

Stiamo parlando dello stesso palco, messo in opera durante la visita a Messina, dell’imperatore Carlo V, segnalata in una giuliana della Giuratia di detta citta, così assoggettata alla memoria dell’Assunta, dallo studio di alcune giuliane, pubblicate da Carmelo Elio Tavilla nel lontano 1983 per volontà dell’Istituto di Storia Patria.

Due fonti coeve alla venuta dell’imperatore asburgico nella Città dello Stretto, descrivono il Grande Carro detto della Bara, riadattato all’uopo, in onore dell’illustre sovrano. La singolare costruzione con la quale si voleva innalzare le vestigia, nelle imprese cristiane in terra d’Africa, viste nelle sue opere militari, eroiche manifestazioni del potere imperiale, riconducevano l’antica scena dell’assisiante Alma Benedetta, descrivendocela, tale e quale, alla macchina che noi oggi ammiriamo, pur se con qualche variante.

Quello che si è immaginato come il carro dell’Assunzione della Madonna, già operante l’anno del Signore 1535 allora, solo illusoriamente raffigurato, oggi viene svelato nella descrizione particolare, fatta dal Reverendo Andrea de Simone e dallo sconosciuto Sigismondo Paolucci. Il primo, un canonico della madre chiesa di Messina, racconta gli apparati e lo zelo dei messinesi, quando accolsero detto imperatore in seno alla propria città; il secondo, un nobilotto che infoltiva le schiere dei principi al seguito dell’armata, in rassegna nelle province del vasto impero.

Eccone descritta quella macchina, sunto della cronaca del primo e della lirica del secondo oratore.

Intrato L’omperator nella città, ecco di nanzi alla casa, del signor della scaletta dui carri triumphali, l’un grande e l’altro, picciolo, il maggior se qual’egli era io, potessi ridorlovi, veramente, potrei far di me quel che far non posso, era questo sopra quattro rote posto, e quelle amantate d’ogni torno, con certi piramidoni, e cornicioni de ligname tutti posti d’oro facciano questi quattro angoli alquanto sporgendosi fuori sopra delli quali v’erano posti quattro giovanetti, finti per li quattro virtù cardinali, vestiti ricchimente con strumenti in mano, di portar sogliono, sopra di questi, erano due rote, circolari, nelle quali erano quattro puttini per una vestiti et alati, li quali benchè volgesero a torno le rote non di meno egli fermi stavano, queste rote nella parte che veder si poteva erano dipinte, e freggiate d’oro, nell’una un carro con un campo azzurro di stelle ripieno resplendente in oro nell’altra un piano azzurro parimente di stelle ripieno con un dragone e l’orsa maggiore et minore, in cima di questi v’erano quattro fanciulli alati con palme nelle mani vestiti molto leggriandamente e belle, con catene d’oro e gioie di molto pregio, sopra di questi un tondo o vero un mondo azzurro tutto stellato, a cui d’intorno v’erano sei puttini vestiti d’un certo incarnato come si ignudi, fossero, questi tenendo rami d’oleva in mano rotavano attorno a torno col suo fondo sopra di questo veneva un bellissimo giovamento che mostrava esser L’omperator, armato, all’antica con un manto purpureo, freggiato d’oro, nella testa un mitro ne l’imperiale, e di sopra la palma della man destra la qual, sporgeva fuori teneva una vittoria, la qual era un puttino d’anni quattro circa haveva questa vittoria un ramo d’alloro in mano e guardando L’omperator, mostrava con quello scherzare, erano adunque sopra di questo carro XXIIII anime non pensate però che contraffatte fossero ma, tutte, veracissimamente vive qual noi siamo io lasso, adietro di molte cose che di questo carro dirvesi potriano dico sol questo che veramente fu cosa imperiale, era d’altezza questo carro palmi 50 circa.

La descrizione appena fatta, ci racconta come nel carro dell’Assunta i principali meccanismi, ancora oggi ritrovati nel cippo, delimitato da quattro pilastri “piramidoni” per segnalarne la forma tronco conica, osservata, dalla base al vertice; e più su, osservare nelle ruote, nei girali, nel globo e nel vertice della macchina, dove prende posto la scena ell’assunzione, qui vista come innalzamento regale, di un sovrano ammirato e quasi venerato. Lo schema dei putti quattro per ogni ruota, sei angioletti posti al globo e di un putto sul palmo della mano destra, aperta e protesa mostrando la gloria, vaneggia sinteticamente l’anima regale, vista nello Spirito Santo, artefice e formante volontà del Divino nell’una e nell’altra scena.

Così che, sia esso il tempio scenico in cui si immagina l’imperatore, oppure la sede e l’evoluzione dell’eliaca salita al cielo di Maria, la macchina accoglie in simile visione, una scenografia per nulla scontata, ma ancora testimone di una volontà invincibile, quella di Messina e del suo popolo devoto.

A ciò si aggiunga quello che Sigismondo vide con i propri occhi, fra la gente che ammirava quella messinscena appena descritta dal reverendo messinese.

In versi, lui ci racconta del prodigioso artifizio che tutti meravigliati ammiravano:

Due carri inanzi al gran Cesare venno
ricchi e superbi triumphanti e altieri
di l’un su li quattro angoli vi stanno
le virtù quattro cardinal’el veri
lor debiti triumphi ch’in braccia hanno
v’eran trophei superbamente fieri
con due bee rote che giravano belli
otto angelici vivi spiritelli

Ove dipinto vi era un carro d’oro
un drago e l’orse maggiore e minore
in campo azzurro ove infinite foro
stelle d’or fino lucido splendore
quattro angioletti alati e sotto loro
un mondo ch’altri sei spiriti fuore
rotavan sempre e sopra quell’armato
Cesar in bianco e bel vestir d’orato

Col suo ben degno imperial diadema
ch’il mondo adorna e sia nel mudo solo
che l’antiqui e modern’in pregio scema
e poggia ov’altri mai non giuns’a volo
al cui sol nome tutto l’mundo trema
e data legge e l’un e l’altro polo
e una sacra in man tenea vittoria
quel d’Ello degna e di sua eterna gloria.

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(immagine tratta da entasis.it)

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(Le immagini degli apparati sono tratte da "Theatrum machinarium, oder, Schau-platz der Heb-Zeuge..." Di Jacob Leupold)

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La vara

- di Alessio Vinci -

 

I parassiti delle piante hanno attaccato la vosta pianta di limone?

Con questi consigli di giardinaggio riconoscerete le malattie del limone ed eliminarne i parassiti più pericolosi!


Tanti sono i nemici del limone, ma tante sono le soluzioni che si possono adottare.

Uno tra i parassiti più insidiosi è il fungo che colpisce le piante rendendone i rami e le foglie secchi e gialli. Per salvare la pianta sarà necessario potare i rami e eliminare le foglie.


Un altro fungo insidioso porta sulla corteccia della pianta delle formazioni gommose scure, formazioni che si estendono fino alle radici facendole marcire.

Come fare? Eliminate le parti di corteccia malate e sulle ferite ponete sali rameici.


Per sconfiggere invece le cocciniglie (gli insetti che creano quella classica patina su rami, corteccia e foglie) bisogna eliminare la patina e passarvici sopra dell’alcool attraverso un batuffolo di cotone.

 

  

Spassu di fòra e triulu 'i casa

 

  

Nta codda ruppa ruppa ci va ntô menzu cu non ci cuppa!

Sono due soli ma non se ne erano mai visti di simili, hanno un'energia che è un miliardo di volte quella delle particelle create in un'esplosione nucleare di grande potenza e, forse, sono addirittura provenienti dal più lontano universo, fuori dalla nostra Galassia, la Via Lattea. Come se non bastasse sono state catturati da quello che è probabilmente il telescopio più strano esistente al mondo. Sono due neutrini molto particolari, saltati fuori dall'osservazione fatta al Polo Sud e la cui scoperta, annunciata nei giorni scorsi a Madison, Wisconsin, Usa sta mettendo a soqquadro il mondo della fisica nucleare e dell'astrofisica. Nessuno sa infatti, o capisce, chi o cosa potrebbe mai aver prodotto particelle con quell'energia, almeno 1.000 volte superiore a quella che il grande acceleratore di Ginevra, LHC, potrà mai raggiungere.

Quanto allo strumento che ha stanato questi due campioni, bisogna dire che anche se gli astrofisici ci hanno abituato a tante stranezze (telescopi in orbita, satelliti che catturano la polvere delle comete e batterie di antenne paraboliche nei deserti e nelle montagne più alte), questo batte tutti. IceCube è infatti un vero e proprio telescopio fatto da un chilometro cubo di ghiaccio, al polo Sud.

 

http://www.ilsole24ore.com/art/tecnologie/2013-05-26/neutrini-polo-sud-150300.shtml?uuid=AbvGHLzH

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