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MESSANENSI

MESSANENSI

- di Walter Bramanti -

Alla fine della guerra (1940 /44) eravamo bambini, e, poi adolescenti, negli anni 50 eravamo ragazzi o poco più, insomma eravamo i ragazzi che sono cresciuti giocando tra le “ Villette del Torrente Boccetta “ , oggi, Viale Boccetta.

Ebbene si, quei ragazzi di ieri nel trascorrere degli anni sono divenuti, gradatamente: studenti, poi professionisti, quindi adulti, ed ora avanti negli anni, ma coi  ricordi  sempre vivi scolpiti nel cuore in modo indelebile di quella fanciullezza spensierata ed appagante, di quella gioia di vivere che allora si annidava in fondo all’anima bambina. Un mix che poi si incuneava nell’ Essere, corroborando ed affinando la sensibilità di uomini e di cittadini : giocherelloni e leali, volenterosi e corretti.

Ed, in ciascuno dei “ ragazzi del Boccetta “ di ieri, quella gaiezza, quella voglia sfrenata di giocare, di vivere e di amare, sì di amare la vita, non si è mai assopita, neppure negli anni che si sono succeduti. Eppure, il dopoguerra non era un periodo storico florido, gli effetti della guerra erano evidenti e tangibili ed il reddito familiare era esiguo. 
E, se il tempo inesorabilmente trascorso, ha impresso una patina di antico alle vicende di ieri, certi ricordi sono ancora vivi e palpitanti di quella parte del vissuto, che in quanto tale è intimamente legato ai ragazzi del Boccetta. Quella parte scanzonata della vita,  appartiene a ciascuno, impreziosita dai ricordi incancellabili dei giochi bambini, delle marachelle, di quelle fantasiose proiezioni di vita con tanti sogni nel cassetto, con mille idee sostanziate di purezza di sentimenti, strutturati di valori fondanti, cesellati nell’Essere del ragazzo di un tempo, quali : famiglia, scuola, onestà, Dio.
Tutto il mondo di allora era fatto di “piccolezze “ senza ricchezze, solo giuochi innocenti alla luce del sole. E, già non esistevano i cellulari, non si possedevano i motorini e neppure  le auto di papà, le ragazze non erano a portata di mano e si sconosceva l’esistenza della droga, dello sballo e del bullismo. 

Ecco perché nel caleidoscopio delle altalenante vicende della vita di oggi, ritornano piacevolmente in mente come un filmato, i momenti esaltanti di quella fanciullezza trascorsa e sono e restano come ricordi di episodi inestinguibili, che hanno permeato la vita di ciascuno. 
Ritornano in mente le prime partitelle di calcio, (prima con le palle di pezza che venivano  confezionate in casa), poi con una palla di gomma –non sferica, anzi quasi a foggia  di rombo-  giocate “supra u muntarozzu “ (spazio che allora esisteva allocato tra l’isolato 374 a / 374 b e 374 c  del torrente Boccetta ) .
Poi, in successione: gli incontri di calcetto avevano luogo, nello spazio a monte della Chiesa dell’Immacolata, spazio –allora, in terra battuta- poi asfaltato ove successivamente è stata allocata la Statua di S. Francesco di Assisi; e, dopo si partecipava agli incontri ed ai tornei  nel campo di calcio dei Salesiani – nella vecchia sede del Torrente Boccetta- indi,  la partecipazione ai tornei di calcio più impegnativi ai Salesiani  “San Luigi “ sulla Circonvallazione.   

Nei lunghi pomeriggi estivi si giocava a “palla prigioniera “ nelle Villette –site nella zona bassa del Boccetta- , con la partecipazione  occasionale di qualche ragazzina vicina di casa. Via, via crescendo venivano organizzati  i primi balli, rigorosamente in casa ed in famiglia, sotto lo sguardo vigile e scrupoloso dei genitori, che a cerchio sedevano nel sala dove i maschietti, trepidanti ed impacciati, cingevamo con il braccio destro la vita –e, senza stringere- della timida e pudica ragazzina vicina di casa, seguendo con attenzione il tempo del tango, del valzer o della mazurca. Talvolta, si riusciva a sussurrare furtivamente qualche parolina nell’orecchio alla graziosa damina, o, a sfiorare i capelli col viso, approfittando del fatto che la mamma –dalla posizione di vedetta- si era distratta scambiando qualche frase con la vicina di posto.   

Seguirono negli anni a venire, i percorsi scolastici diversi, e poi gli impegni di lavoro con  lo scorrere ineluttabile della la vita, che fecero da sparti acque ed ognuno si incamminò per strade diverse.
Percorsi diversi, vite diverse, destini diversi.
Ma, pur sempre tutti i percorsi dei ragazzi del Boccetta si sono incanalati su binari e su itinerari strutturati, con un  comune denominatore  di valori, anche se in un vissuto diversificato di carriere, tra le vicissitudini della vita, talvolta in salita, ma con una energia corroborata da solidi concetti del vivere, dell’agire e dell’essere Uomini.
Sempre, figli del tempo, ma ancor prima e sempre creature sensibili e di sani principi, di famiglie amorevoli, compatte ed aggreganti, attorno al calore ed all’afflato umano di un focolare, nutriti di affetto e raccolti attorno ai genitori ed ai fratelli. Un insieme di elementi strutturanti la personalità che hanno consentito di divenire membri a ben diritto, di un società sempre più convulsa ed emarginante. 

Però, non è mai deragliato il percorso dei ragazzi del Boccetta, percorso di vita sempre vissuto su tracciati etici, ispirato da sentimenti corroborati di affetto e con concetti profondamente assimilati e sacri di:  famiglia, rispetto ed affetto inestinguibili.
Il tracciato descritto è solo un profilo che attiene alla storia semplice, ma significativa dei ragazzi del Boccetta di ieri, con la rievocazione nitida e struggente dei luoghi , che erano la cornice stupenda ed ineguagliabile di quell’infanzia passata. Quei luoghi rivivono in ciascuno in termini idealizzati, perchè luoghi rivivono sempre nella memoria di ciascuno perché erano affrescati  con i colori e le visioni suggestivi degli occhi e dei sentimenti della splendente giovinezza.

In definitiva, dei ragazzi del Boccetta –ora avanti negli anni- ho voluto mettere in rilievo, soprattutto ed innanzi tutto, la semplicità e gaiezza della loro infanzia, la poesia della loro anima, il percorso della loro crescita e della loro formazione fatta di piccoli, semplici e sani giuochi, che li hanno aiutato a crescere in armonia, ora dopo ora e giorno dopo giorno, con un cuore di bambini, semplicemente innamorati della vita, dei suoi valori e dei suoi Beni. 

- di Marco Giuffrida -

Con un brivido ho avuto la sensazione di risentire il richiamo. Il grido che rimbalzava da una scala all’altra degli Isolati, quel giorno che dopo quasi cinquanta anni, tornato a Messina,  ho voluto avvicinarmi a quella che fu la mia “prima” casa. Un parallelepipedo squadrato con i segni del tempo e certe “ferite”, evidentemente mai curate, che conoscevo.

A fine guerra, a quel grido, chi aveva un “Prigioniero” si accertava soltanto di avere messo in sicurezza il fuoco, spegneva le rare luci, “raccoglieva” la famiglia e usciva.

Gruppetti di persone sparute nelle traverse, convergendo nelle strade più importanti, presto formando un vero fiume umano. Destinazione, il Porto!

L’occhio attento al mare aperto, sullo sfondo la Calabria, per annunciare l’arrivo delle navi traghetto o di qualche nave militare.

Noi bambini eravamo letteralmente trascinati e tenuti stretti per mano, ad evitare di essere persi nella calca, che all’avvicinarsi del Molo o degli imbarcaderi si ingrossava.

Dialoghi “secchi” soverchiavano il clamore!

- “Sicuri semu?”

- “Cu fu ca detti a notizia?”

- “Priai a Madunnuzza e forsi oggi ci semu”.

Forse!

Questi i dialoghi e le domande ricorrenti che andavano a navigavano in un vuoto di risposte che non trovavano spazio fra la folla assiepata, dietro a transenne di legno grigio, con cui avevano creato corridoi all’uscita del molo o della Stazione Marittima, quella dei Traghetti.

Un grande balzo all’indietro nel tempo, anche se lì dove mi trovavo, di fronte al portone della mia vecchia casa, quasi tutto era cambiato.

In un attimo ho rivisto i muri delle case danneggiati dalle granate e dalle bombe; ho rivisto i palazzi semidiroccati con lembi di manifesti che inneggiavano al Duce, o che imponevano il silenzio perché il nemico era in ascolto...

Il clamore della folla diventava tuono quando i traghetti, o la navi militari, annunciavano l’ingresso in porto con il suono cupo della sirena.

A volte (e la delusione era massima), dal ventre delle navi militari, non usciva alcuna persona e dai traghetti poche donne calabresi, vestite con i loro abiti caratteristici, il cesto in equilibrio sulla testa e pochi ortaggi da vendere.

Al ritorno “in Continente”, le stesse donne, venduti i loro prodotti, avrebbero riattraversato lo Stretto nascondendo in tasche cucite sotto le loro ampie vesti, i pacchi cilindrici di sale per farne contrabbando.

Altre volte, finalmente, dalle navi, uscivano uomini emaciati, grigi come gli abiti che indossavano: “I Prigionieri”.

Questi uomini, magri, sfiniti dalle privazioni, dalla fame, dalla stanchezza, sfilavano nei corridoi formati dalle transenne cercando di riconoscere o di essere riconosciuti......

Gli occhi vividi, lucidi scrutavano i volti delle persone in attesa, abbozzavano qualche sorriso e ricambiavano qualche saluto nell’avanzare lento della fila.

Il silenzio irreale, sottolineato dallo strascichio di scarpe, a tratti veniva rotto da grida di gioia e da irrefrenabili pianti di commozione:

- “Ninuzzu!.....”

- “Maria!.......”

- “Concetta!....”

- “Turi!....”

E le grida di richiamo si mescolavano ai singhiozzi che, con le lacrime, lo compresi da adulto, scioglievano le tensioni e le paure accumulate in anni di silenzi drammatici e di attesa.

Accadde per molti ed anche alla mia famiglia. Ad ogni arrivo, passato l’ultimo dei Prigionieri, restava solo il mesto ritorno a casa con la speranza. Qualche tempo dopo, magari con un po’ di fortuna all’indomani, di sentire ancora il grido “i Prigiunieri arrivanu.....” e rifare lo speranzoso pellegrinaggio al Porto.

Giunse anche per mia madre il giorno che tornò a casa, dalla Germania, il suo “Santuzzu”, che comandato in Grecia prima e in Albania poi, all’atto dell’Armistizio era stato catturato ed internato.

Gli era stato dato di scegliere: tornare in Italia per combattere nella neonata Repubblica di Salò, o essere internato. Mio Padre, che già non aveva accettato il Fascismo e meno ancora il Nazi-Fascismo prima della guerra, per coerenza scelse la seconda opzione.

Fu internato a Wietzendorf – Campo 83.

“Avevo giurato fedeltà al Re e non al Duce. Poi a chi si sarebbe dovuto obbedire giacché chi doveva dare ordini era sparito?”

Questo diceva quelle rare volte che apriva una “finestra” su quell’infelice periodo del suo passato. Ma fu uno dei pochi fortunati che riuscì a tornare a Casa e questo, a noi tutti, fu sufficiente.

“Adeluzza” aveva rigirato per mesi una cartolina bianca della Croce Rossa in cui era annunciato che il Tenente Santo Giuffrida, Ufficiale dell’Esercito, era stato fatto prigioniero dai tedeschi, che stava bene e che avrebbe dovuto attendere da lui notizie e l’indirizzo per, poi, potergli scrivere........

Nei lunghissimi mesi successivi, avevo visto la mamma leggere e rileggere quella scarna corrispondenza, passata alla censura dai tedeschi, dove ogni numero, anche le date, ogni nome di luogo e di persona veniva cancellato con tratti di spesso inchiostro nero, per togliere ogni possibile riferimento di luogo e di tempo.

Negli ultimi periodi, sbaragliate le ultime linee di difesa tedesche, con il convergere verso la Germania delle truppe americane, inglesi e russe, era calato il silenzio che sembrava essere foriero, solo, di cattive notizie e poco si riusciva a sapere e comprendere dalle trasmissioni in italiano di Radio Londra di cui, a volume bassissimo e quando possibile, i “grandi” si mettevano all’ascolto.

Ho precisa memoria di questi viaggi “dell’attesa” preso stretto per mano, per non esser perso, e trascinato verso il porto.......

Finalmente, un giorno, inaspettatamente, da una di quelle file di uomini emaciati e grigi se ne staccò uno, che avvicinandosi al nostro gruppetto prese colore...

- “Adeluzza mia !!!!”

- “Santuzzu !!!!”

E quell’uomo grigio, magrissimo, con abiti militari dismessi ma dignitoso e pulito, si tolse la bustina militare che aveva in capo, abbracciò stretta mia madre e la baciò con una tenerezza impossibile da dimenticare.

Anche loro scoppiarono in pianto così come avevo visto per gli altri. Poi fu la volta del saluto per i membri presenti della famiglia e, infine, arrivò il mio turno.

Io, il più piccolo che mai aveva conosciuto e visto.

E mi sollevò, quell’uomo grigio, vestito di grigio, stringendomi a se baciandomi, dopo avere messo sul mio capo la sua bustina.......

Fu in quel momento che conobbi mio padre “intero” che l’unica immagine a me nota era la foto “mezzo busto” di un uomo in divisa militare e con i baffi. Un uomo che mia madre diceva essere mio padre. Un vero atto di fede per me piccolino... io, figlio di un uomo senza gambe...

La guerra.....

La maledetta ed inumana guerra aveva lasciato segni dappertutto: nei cuori, nelle menti, nei corpi, nelle città, nelle case.....

Ho ancora il preciso ricordo di quel giorno e del “Suo” ritorno a casa. Potrei ripercorrere quegli itinerari della speranza e quello della gioia del ritorno anche oggi, sempre che non siano state fatte, nel frattempo, modifiche alle strade. Potrei scrivere i nomi delle vie se il Tempo non me ne avesse attenuato il ricordo, creandomi una confusione indescrivibile in testa...

Fu quello un percorso lento e gioioso lungo le vie disastrate e fino poi all’incrocio con il Torrente Boccetta, la parte coperta di questo “improbabile” corso d’acqua, arredata con aiuole di oleandri e panchine semicircolari in pietra, guarnite al centro con piccole palme.

Poi, finalmente, la casa!

L’isolato 374.

L’edificio quadrato con il grande ed inaccessibile cortile interno, e la vista sulla Chiesa dell’Immacolata. Era quella una delle case I.N.C.I.S. del quartiere.

“Santuzzu arrivau!”

E il grido di gioia rimbombò nell’androne quadrato di quelle scale, dove gli amici ed i vicini attendevano, ad ogni uscita della mia famiglia, la buona notizia.

Finalmente fummo tutti dentro la casa dal lungo corridoio buio, impregnata dal familiare acre odore della cucina, dove ancora si usava il carbone per i fornelli e, spalancando il balcone del soggiorno, si aveva la vista dritta dritta della “Madonnina”.

Il Miracolo

Ago 18, 2019

- di Marco Giuffrida -

Si, ho assistito ad un Miracolo!
Non ricordo come e perché, ma circolò la notizia che presso la chiesa di Montalto sarebbe arrivata da un paesetto della Provincia una giovanissima Veggente.
Il giorno annunciato, già al mattino presto, la mia famiglia si unì alla marea di gente che dalla periferia si dirigeva al Santuario. Una processione lenta ed affollatissima da cui ad un tratto ci staccammo e, per non so quali vie o scorciatoie, arrivammo proprio vicinissimi all’ingresso della Chiesa. Una posizione, malgrado la folla, di vero privilegio.
E la vidi arrivare, la Veggente!

Una giovanissima.

Una bambina, con una tunichetta azzurra, accompagnata dalla madre e dal padre e da un numero incredibile di persone che uscirono da una macchina arrivata lì vicino chi sa come, vista la confusione che regnava. La polizia stentava a trattenere i molti che volevano toccare quell’essere piccolo dai grandi occhi neri e dai capelli lunghi e corvini.
Stendevano la mano verso “a Santuzza” mano che, rapidamente, tiravano indietro e baciavano a ripetizione.

Il drappello, accolto da alcuni preti con i paramenti, entrò nella chiesa affollata.

Poco dopo, quasi un gigantesco e sconnesso eco, le preghiere recitate all’interno del Santuario venivano ripetute anche all’esterno.
In un latino che, via via si approssimava, le orazioni fuoriuscivano dalla chiesa e, come un’onda, di spandevano verso le file più esterne e lontane della folla.
Il coro di Ave, di Pater e delle Litanie durò fino a poco prima del mezzogiorno.

Poi, improvviso, scese un profondo silenzio che durò un tempo che, a tutti, parve interminabile.
Ad un tratto, sulla soglia della chiesa, apparve la Veggente accompagnata dai sacerdoti e, dietro, dai genitori.
La bambina confabulò con il gruppetto di prelati e laici, infine tese la sua piccola mano ed indicò il Cielo. Il Sole......
Le “retrovie” tendevano a spingere e la folla, in un silenzio incredibile, ondeggiava.
I volti e gli occhi di tutti, man mano, incautamente, si protesero verso il sole e le mani si alzarono a riparare e proteggere, per come possibile, dai raggi cocenti e penetranti.
Nulla!
Nulla!
Nulla!

Poi, chi sa da chi, chi sa da dove, un’invocazione, un urlo:
“Madunnuzza!.......”
“U suli! U suli.... U suli casca!”
E tutti vedemmo il disco infuocato ruotare, abbassarsi, e poi tornare al suo posto.
Una volta.
Due volte.
Tre volte.

La bambina, nella sua tunichetta azzurra, le mani giunte, sembrava totalmente assente, come in un altro luogo.
Poi un altro grido. Una donna, lì, vicino a noi, che urlò,  malgrado il tentativo di un poliziotto di zittirla:
“U suli! U suli cancia culuri!!”
E, tutti, vedemmo il sole diventare dapprima giallo intenso, poi verde, poi bianco e poi blu.
Sempre ruotando e sempre abbassandosi per ritornare, per fortuna, sempre al suo posto.
“U suli! U suli!” il grido ricorrente.

Tutti per un pezzetto a testa in alto ma senza altre segnalazioni di mutamenti della nostra Stella.
Il silenzio per qualche istante la fece da padrone poi, pian piano si trasformò in mormorio...
“U Miraculu.....  u Miraculu..... a Maddunnuzza fici u Miraculu”
E, ad un tratto, il mormorio si trasformò in preghiera...... e da preghiera in brontolio e poi in vociare.
La bambina fu riportata dapprima in chiesa e, poco dopo, caricata con la famiglia, all’interno della vettura che, con l’aiuto dei tanti poliziotti presenti, riuscì ad aprirsi un varco per scendere verso la città e dirigersi, si disse, verso il paesetto d’origine, lì, nell’entroterra, oltre Ganzirri, Capofaro e Mortelle.

Al passaggio dell’auto, sempre quelle braccia tese, la mano, dapprima alla bocca, lanciavano un bacio per poi, rapidamente, tornare alla bocca.......

Tornammo verso casa tenendoci vicini per non essere separati dal flusso della marea di gente.
Molti avevano gli occhi rossi: per la commozione o, forse, per aver guardato troppo il sole ....

- di Marco Giuffrida -

Ricordo dell’immediato dopoguerra:“le Tessere”. Indispensabili!
Cartoncini colorati, celesti, rosa, bianchi, pieni di caselline; ognuna riportava nome e cognome ma, soprattutto, indicava la quantità di pane che si poteva acquistare. Maschi adulti un tot, femmine adulte una quantità inferiore e, infine, per i ragazzi la quantità anche per loro assegnata dalla Legge.Il pane era razionato.Oltre a quanto prescritto non era possibile averne, salvo che comprarlo alla “borsa nera”.

Dunque, al panificio si presentavano le tessere della famiglia ottenendo la corrispondente quantità giornaliera e, da ogni tessera, veniva ritagliata la casellina corrispondente a quello specifico giorno di quella specifica settimana.
Non era molto il pane che veniva portato a casa ma era, comunque, una buona “base” per riempire gli stomachi insaziabili di noi ragazzi.
Per mano di mamma, con la zia Rosetta e la Signora “Annina” si andava al Panificio Cannavò.
Giù per il Torrente Boccetta, una traversa prima del mare, si girava a destra e si proseguiva un pò.
Il saluto d’obbligo al barbiere che insaponava o radeva visi senza sbagliare un movimento pur riuscendo a ossequiare chi, dei suoi clienti, passava in strada.
Io, bambino, ero già un suo cliente......

A seconda di come tirava il vento, si poteva capire della vicinanza del forno che spandeva nell’aria un magnifico ed invitante profumo.
Ancora qualche passo e, finalmente, il Panificio Cannavò.....
E ci si immergeva subito nel vociare della gente in attesa del proprio turno addirittura fuori dalla bottega, sul marciapiede.
Lì, ognuno, del pane lamentava qualcosa:  la troppa umidità, gli errori nel pesare, la scarsa qualità e, ipotesi forse stravagante, quella che alla farina venisse aggiunta polvere di marmo per “fregare” sul peso e recuperare farina per la borsa nera.

A me bambinetto quel chiacchierio non interessava granché e, a furia di sentirle ripetere, quelle lamentele mi sono restate indelebilmente impresse nella memoria.

Io ero affascinato dal bancone dallo spesso ripiano di marmo bianco e dalle persone, dietro, che pesavano il pane e lo mettevano nei cartocci, tagliavano le caselline dalle variopinte tessere di cartoncino stropicciato, ritiravano i soldi e davano il resto. Tutto con una velocità impressionante.

Mi sembrava di essere più piccolo di quello che ero quando, arrivato il nostro turno, mi ci trovavo proprio sotto.
Il banco mi sembrava altissimo e, quel marmo bianco con le venature grigie, mi sembrava inspiegabilmente più bianco.
Sopra, impolverata dalla farina, l’unica grande bilancia, rossa con il piatto che sembrava una culla e con la colonnina sopra la quale vi era il grande quadrante che sembrava un orologio dall’unica lancetta. L’indice, nero, roteava velocemente, quando sul piatto gettavano il pane, ed indicava il peso che, velocemente, veniva letto e, con un rapido calcolo mentale, l’esercente poteva gridare il prezzo all’acquirente per superare il brusio della tanta gente in attesa..

Tutte le donne si raccomandavano di pesare giusto che, a casa, i “picciriddi” avevano fame......
Di tanto in tanto, dal forno appena dietro e ben visibile, arrivavano ceste di pane a sostituire quelle che rapidamente si erano svuotate.

E le pesate si susseguivano veloci.
Veloci erano le forbici che tagliavano le caselline delle tessere.
Veloci erano le mani che si scambiavano i soldi a pagare e a dare il resto.
Veloce era il saluto .....“Vossia benedica”..... e si usciva facendoci largo fra la gente che, vociando, era in attesa del proprio turno anche fuori dalla bottega.

Mi giravo.......

L’indice nero della bilancia continuava a roteare rapido sul quadrante bianco di quell’unica bilancia rossa del Panificio Cannavò e potevo sentire, anche in lontananza, la voce che indicava il prezzo, superando il forte brusio e, infine, il “Vossia” o il “Voscenza benedica”......

Il braciere

Ago 18, 2019

- di Marco Giuffrida -

Le lunghe e ventose serate invernali dell’immediato dopo guerra ci vedevano, a volte, seduti nel grande e spoglio soggiorno attorno ad una specie di ampio e basso catino di rame.

La brace restata nei fornelli della cucina veniva trasferita nel fondo di questo braciere e, quando possibile, si aggiungeva un po’ di carbone e, appena pronto, si portava nel centro del soggiorno, oramai privo di quasi tutti i mobili o perché rubati o perchè distrutti o persi durante il vano correre, sfollando, per sfuggire ai bombardamenti.

Ci si sedeva attorno cercando di “assorbire” quel poco di calore che quel fuoco quasi spento riusciva ad emanare e quando era possibile si ascoltava la radio.

Per questo, lo zio Pippo (Giuseppe) unico maschio adulto della famiglia allargata, girava la manopola della “Ducati” e, nella speranza che non mancasse la corrente elettrica, si metteva alla ricerca di una stazione che trasmettesse notizie. Noi ragazzi imparammo a conoscere il “gong” di Radio Londra, l’apertura dei notiziari di “Radio Mosca” e, a volte, si riusciva a “tirar fuori” qualcosa di assolutamente italiano.

Uno spiraglio alla finestra consentiva un minimo ricambio d’aria per assicurarci di respirare aria sufficientemente pulita: l’ossido di carbonio aveva decimato più di qualche famiglia......

Tutti avevamo le coperte sulle spalle per ripararci da quella sottile ma penetrante lama di freddo. Le coperte, al momento di andare a dormire, venivano rimesse sui letti.

Se la radio trasmetteva qualcosa, il silenzio era assoluto per distinguere meglio dai fischi e dai disturbi le parole di chi dava le notizie. Se non si riusciva ad ascoltare nulla ecco che, spenta la radio, inevitabilmente, la discussione fra i “grandi” andava al quotidiano passato e recente: lo zio raccontava un po’ delle sue avventure giornaliere per andare e tornare dal lavoro.

Sempre meglio oggi, diceva, di quando, quegli stessi itinerari, doveva percorrerli sotto il rischio di qualche improvviso bombardamento o, peggio, dell’arrivo di qualche aereo che, passando a bassa quota,  mitragliava su tutto e su tutti.

Pronto, comunque, al lugubre suono della sirena, a cercare il Rifugio che, raramente, era a portata di mano.

Sempre più spesso portava notizie di amici ritrovati, di qualche militare tornato e, questo, apriva il cuore e dava speranza al ritorno del papà e, aggiungeva la nonna del suo figlio Agatino.....  lo zio Tino che si pensava in Africa (e lo era) prigioniero degli inglesi.

C’era, sempre, lo spazio per qualche preghiera proposta dalla nonna, poi, pian piano, cominciando da noi più piccoli, la coperta sopra le spalle, si andava a letto.

Le uniche luci erano quelle della radio e delle braci quasi spente.

Uscendo dal soggiorno, si respirava l’aria fredda ma pulita del corridoio e, infine, quella, ancora più fredda, della camera da letto.

Si, subito a letto!

Due cavalletti in ferro, alcune assi di legno ed un materasso in crine e, quelle lenzuola che avevano accompagnato la famiglia durante il pellegrinare, durante i bombardamenti, alla ricerca di un posto più sicuro.

Coprivo anche il viso, per vincere il freddo e per “nascondermi” alle paure in cui, quei ricordi di guerra, mi avevano proiettato e, soprattutto, per non sentire la sirena, qualora avesse ancora suonato.

Era freddo.

Sentivo freddo.

Mancava il calore del braciere e quello della compagnia dei familiari..........

- di Giovanni Cammareri -

LA Messina, la festa dell'Assunta e della sua Vara c' è.

 

  

- di Giuseppe Cavarra -

 

Un martire assurto a simbolo dell’umanità sofferente
San Sebastiano “il venerabile”

- di Stefania Melina -

 

In occasione del quattordicesimo anniversario della morte della Beata Madre Teresa Di Calcutta,

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