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MESSANENSI

MESSANENSI

- di Luigi Ciaccio -

  

Per i bombardamenti, e per ripararsi dalle bombe e dalle scheggia,

 esistevano dei ricoveri: galleria di Santa Marta, del Ritiro, del Dazio, le rocce a San Jachiddu,

e tanti altri più piccoli (forte di Campo Italia).

Quannu sunava a sirena in continuazioni vulla diri chi l'apparecchi
già l'avìvumu in coddu
e tutti scappàumu pi ricoviri,
cursi, buoi, chiantu,
genti chi cadia pi ntera,
sine chi si arivava ò riparu.
C'era genti chi intra a sti gallerii ci stava notti e gghiornu,
specialmenti l'anziani chi non putiunu curriri,
 ddà intra dummiunu, manciàunu,
sempri si nnàvivunu?,
insomma, stavunu iunnati e nuttati,
picchi si scantàunu mi piddlunu u postu;
 na raggiuni c'era picchi i Merecani,
 quannu viniunu, non si facìunu pricari,
ittàunu bummi a non finiri,
facennu danni di non putiri calculari,
chi so belli quattru muturi;
però i cunnuti passàunu troppu liuti
e non si faclunu pigghiari di nostri contraerii
Missina era comu na bacila
tutta attunniata di fortezzi,
Italiani e Tedeschi, quannusparàunu
nni facìunu teniri u culu chi mani.
C'era u forti di Conzaca, San Jachiddu, Tri Munti,
 i Cappuccini, u Portu,
e tanti iautri batterii militari
chi quannu sparàunu,
si niscia pacci, specialmenti di sira,
ché tante volte si finiva di sparare e bombardare all'alba.

- di Luigi Ciaccio -

  

Quantu Ilustrini c'erunu a Cairoli,
e cu su po' scuddari!
Sia di supra chi chi latu di sutta tutti atturniati,
ognuno cà so seggia
chi spazzuli a manu lustravunu scappi
da matina sina a sira.
Cairoli era u puntu cchiù impottanti di Missina,
picchi tutti si incuntravunu all'Irrera,
ma chi movimentu chi c'era!
Missina era bedda piddavera ...
speciammenti quannu l'Irrera nta stati
niscìa seggi e tavulini fora,
u paccu ci iammava,
ogni uno a sira all'Irrera si ssittava,
a musichedda si sintìa
e a cantanti chi cantava,
e cossi a sirata passava.

- di Marco Giuffrida -

Da qualche settimana, qui al Nord come forse un po’ dappertutto, è cominciata la frenesia dello sci, dello sciare, della Montagna, delle settimane bianche, dei soggiorni montani e così via discorrendo.

A dire il vero, già ci è scappata qualche vittima dell’imprudenza, dell’ignoranza e della non conoscenza della severità dell’ambiente e qui in città, dopo quasi due mesi di pioggia, abbiamo già avuto il primo assaggio di neve con gli immaginabili disagi per l’incauto comportamento di molti autisti.

Ma non è di questo che intendo scrivere. Desidero narrare di ciò che nell’immediato dopoguerra ci si poteva qualche volta permettere e che aveva il sapore della favola.

Nella seconda metà degli Anni ’50, fame e paure cominciarono a concedere un po’ di tregua lasciando spazio alla speranza e, soprattutto, alla voglia di vivere. Certo tutto nei limiti del possibile e delle disponibilità. E, quando in Famiglia vi era un po’ di “spazio”, affidato al cugino più “vecchio”, qualche inverno, mi venne concessa l’escursione di una giornata sulla neve.

Le mete da Messina raggiungibili erano due: l’Etna e Gambarie, nell’Aspromonte Calabrese.

Fatto il conto, più facile e meno costoso era andare a Gambarie: traversata in Traghetto seguita da una trentina di chilometri di corriera per arrivare da Reggio Calabria a questa località montana.

Baldi giovanotti degli ultimi anni delle Scuole Superiori o Universitari, si davano un gran daffare per prenotare qualche corriera a noleggio, poi con il passaparola reclutavano i partecipanti per coprire le spese e per guadagnare qualche lira che, nelle tasche, non avrebbero certo fatto male.

Io, al seguito del cugino di cinque anni più vecchio, organizzatore di simili gite, una volta, con appunto il benestare dei miei genitori, fui “aggregato”. Fra le prime cose bisognava sistemare l’attrezzatura e abbigliamento che, visti con gli occhi di adesso, dovevo apparire una via di mezzo fra il figlio del rigattiere ed un piccolo barbone.

Un cappello lavorato a maglia dalla nonna con vecchia lana recuperata, così come per il maglione messo sotto una camicia di mio fratello, perché un po’ più pesante e grande delle mie. Sopra a tutto una strana giacca di tela spessa e che, un tempo, forse era stata impermeabile. I calzettoni, importantissimi, fatti con lana grezza, quella biancastra e ruvida, alti al ginocchio e sopra un altro paio di calzettoni più bassi perché gli scarponi, avuti in prestito, non ballassero troppo ai miei piedi.

Gli scarponi li ricordo perfettamente che potrei perfino disegnarli: neri, in cuoio, la punta squadrata, la doppia allacciatura e delle cinghie con fibbie per stringerli, alti, attorno alla caviglia e, immancabili, le suole “Vibram”!

Non avevo sci, io, ma, Donatello, un Amico più vecchio di me, mi prestò volentieri uno slittino che lui stesso si è costruito.

Certo non avevo soldi per comprare qualcosa per il pranzo e la merenda. Se ne erano già spesi troppi per la corriera ed il biglietto del traghetto.

Partii da casa “fornito” di un paio di panini bene avvolti nella carta oleata e, ancora, per sicurezza, nella “carta paglia”: uno con la frittata e un altro con un formaggino spalmato. Da bere, acqua messa in una vecchia borraccia militare, come militare era lo zainetto sdrucito dove avevo riposto tutto.

La partenza fu al mattino molto presto che era ancora buio fitto. Camminare per le strade faceva un po’ impressione e si udiva il rimbombo dei passi nelle strade.

Finalmente ecco il Traghetto e, poco dopo, il via per una traversata senza storia: le poche luci di Messina che si allontanavano e quelle di Reggio che, pian piano, delineavano il contorno della città.

Uno sbarco frettoloso direttamente dal ponte di “imbarco” dei treni e di corsa, chi con gli sci, chi con lo slittino, chi senza nulla, verso le corriere in attesa.

Poco si può dire del viaggio sia di andata che di ritorno, per il buio al mattino e per quello del pomeriggio. La “Luce” era da spendere e vivere a Gambarie, sulla neve.

Era tutto bianco attorno già nel piazzale dove il nostro mezzo ci scaricò. Si, avevo visto e toccato la neve a Messina. Una cosa rara!

Una specie di tormenta con un incredibile turbinio di fiocchi bianchi fino a formare uno strato sottilissimo, durato solo il tempo di un battere di ciglia. Neppure il tempo di giocarci. Dopo vi furono diversi giorni gelidi per rabbrividire e tentare di coprirsi con i pochi indumenti caldi di cui si disponeva.

Che meraviglia quella mattina lì a Gambarie, quell’unica pista tagliata fra gli alberi, già frequentata da sciatori che salivano aiutati da un rudimentale skilift ed altri che scendevano con gli stili più diversi. La neve battuta sembrava fatta di marmo.

Certo, con lo slittino non potevo usare quegli spazi riservati agli sciatori e, nel mio cuore di quattordicenne, sperai nella bontà di qualcuno dei conoscenti disposti a prestarmi i suoi “legni”.

E all’ora del pranzo, un paio, per qualche minuto potei provarli. Fuori dalla pista dove la neve era un po’ più alta e non gelata, feci qualche discesa risalendo a piedi quelle poche decine di metri che erano libere da vegetazione. Era bello sentire l’aria fredda sul viso ed il rumore degli sci che correvano dentro i solchi già tracciati. Notai un certo parallelo fra il navigare e lo sciare.

Che fatica risalire a piedi e con gli sci in spalla. Altro non mi era concesso anche perché non avrei saputo come fare, non avendo esperienza e, soprattutto, non avendo neppure una lire da spendere per la risalita. Questione di una mezzoretta poi dovetti riprendere il mio slittino e continuare a salire a piedi e scendere con quel “mezzo”. Al rientro ero letteralmente finito e, cosa mai accaduta, con una grossa vescica in ogni calcagno.

Fu, comunque giornata bella tanto da essermi restata impressa.

 - di Marco Giuffrida -

Era consuetudine che alla nascita di un bambino, chi poteva, “accendesse” un piccolo Libretto di Risparmio o acquistasse qualche Buono Postale Fruttifero perché, quando la “creatura” sarebbe cresciuta e diventata grande, questi soldi accantonati e magari incrementati con qualche altro regaluccio, potessero essere di grande aiuto, ad esempio, per l’acquisto di libri, per il proseguimento degli studi o anche per l’Università.

Insomma, si guardava al Futuro con grande speranza e fiducia.

Un passo indietro.

No, forse un passo avanti!

Si, dipende da come e da quando si “osserva” questa storia.

Io, alcuni anni fa mi sono trovato ad essere il fortunato possessore di una grande scatola di latta “ereditata”. Dentro ci ho trovato ciarpame, molte foto, alcune davvero vecchie ed interessanti, quadernetti di appunti scritti da mio Padre durante la prigionia, lettere, documenti di famiglia e, fra questi, un Buono Postale Fruttifero, decennale, di ben cento Lire, emesso a mio nome nel 1942 e datato meno di venti giorni dopo la mia nascita. Un timbro, sul retro, recita chiaramente: “ Messina – Rione Boccetta”. La mia Città, la mia Origine, i miei Luoghi!

Fu mio Padre ad “accenderlo”? C’era Lui il giorno della mia nascita?

Domande, queste, che non avranno mai più una risposta.

Chi sa quali e quanti furono i progetti fatti per me in quel momento, “agganciati”, fra l’altro, a ciò che, con gli anni, si sarebbe potuto aggiungere a quella cifra iniziale.

1942, si era nel pieno della guerra. Mio Padre, Ufficiale di Fanteria, era stato comandato in Albania e Grecia e se quel novembre era a Messina, certamente fu l’ultima volta che tornò a casa prima della fine del conflitto.

Cento lire! Una piccola cifra destinata a crescere assieme alle speranze che ognuno riponeva nel Futuro.

Una piccola “dote”, vincolata ma tutta mia, che sarebbe stato possibile riscattare dieci anni dopo. Per fare?

Quante cose si sarebbero potute fare nel 1952 con “tutti” quei soldi? No, no! Non sarebbero stati spesi. Certamente, sarebbero stati reinvestiti e chi sa quanti altri ne sarebbero stati aggiunti per i libri, gli studi, l’Università, forse. Sogni. Autentici sogni, a quel tempo!

Prima c’era da “venire fuori” da quel brutto momento che si chiamava guerra. Anzi, nel 1942, nella guerra c’eravamo immersi e, forse, quei soldi vincolati, anche se pochi, sarebbero potuti servire alla mia famiglia per qualche chilo di carne, per il pane. Sicuramente, sarebbe stata mia Madre ad averne grande bisogno visto che, oltre me, allattava una mia cugina nata appena quindici giorni dopo di me.

Ho fatto alcune ricerche e, salvo errori, con cento lire, nel 1942, si potevano acquistare circa sette otto chili di pane.

Non poco in un momento di grande bisogno, di grande crisi e di fame!

Quel Buono Fruttifero non fu cambiato. Probabilmente non si poteva cambiare perché nominativo oppure non lo vollero cambiare. Neppure alla scadenza, dieci anni dopo, fu incassata quella cifra con gli interessi maturati.

Comunque, fino allo scorso ottobre di questo 2010, io quel “pezzo di carta”, non lo avevo mai visto e, men che meno, tenuto in mano.

Proseguendo con il mio “indagare”, con risultati non so quanto attendibili, ho calcolato che quelle cento lire del 1942, dieci anni dopo, potevano valere, si e no, tremila, tremila e cinquecento lire, a fronte di stipendi di venticinque, trentamila lire. Forse tanti anche nel 1952 ma, quel prezioso pezzo di carta, non fu mai toccato, probabilmente dimenticato, confuso fra le poche carte che seguirono la mia famiglia nello sfollare assieme ai pochi gioielli restati, pronti per essere venduti o barattati per recuperare cibo.

“Buono Postale Fruttifero”, un foglietto di carta un po’ stropicciato che ora occupa un posto d’onore fra i miei ricordi. Un piacevole ed incredibile Messaggio che ha attraversato il tempo per giungere fino a me ben sessantotto anni dopo.

A "Malanova"

Ott 15, 2019

- di Marco Giuffrida -

Alle volte strani collegamenti di parole, di frasi udite e di situazioni vissute risvegliano ricordi antichi. Ed a me è recentemente accaduto!

Stavo sistemando alcune fotografie fatte a Praga in occasione di un mio viaggio e mi ero soffermato su alcune scattate a “Mala Strana”, in italiano, mi dissero, significa “Piccolo Quartiere”, luogo, questo, vicino al Castello ed al più noto e famoso “Ponte Carlo”.

Non ricordo da dove, contemporaneamente, arrivasse una canzone  - mi pare -   degli anni ’60: “La Novia”, storia di una Sposa triste il giorno del suo matrimonio.

Il “collegamento” fra Malastrana e Novia mi fece tornare indietro negli anni quando frequentavo la casa di un mio amichetto.

Bella quella casa che aveva perfino un giardinetto lì, al Torrente Boccetta, quasi di fronte casa mia.

Era casa di gente abbiente che, negli anni ’40, ’50, poteva permettersi perfino la domestica, la Signora Gaetana, “Donna Tana” per tutti!

A dire il vero era molto di più di una “Cammarera” perché era persona di fiducia che apparteneva da sempre alla Casa: era lei che aveva allevato i tre ragazzi, due femmine ed il maschio mio coetaneo. Era lei che si occupava della spesa giornaliera e di tante altre cose perché, in quella Famiglia, tutto funzionasse a dovere.

A volte il mio amichetto entrava in conflitto con questa signora, così come spesso accade quando c’è grande differenza d’età,  ma anche tanto affetto e confidenza.

In un crescendo di parole, la difesa, o meglio l’offesa scagliata, fra il serio ed il faceto era:

“Malanova mi aviti”!

E Donna Tana, sorridendo, prontamente, rispondeva: “’nsammo a Dio”.

Traducendo il focoso dialogo, senza però il “colore” del dialetto, si può scrivere: “Che vi possa giungere una cattiva notizia” a cui seguiva un semplicissimo “Dio ce ne scampi”! Nelle intenzioni dell’offensore, non certo del mio amico, vi è quanto di peggio si possa augurare nell’immediato e per il futuro, cominciando dalla più semplice delle malattie per concludere con la Morte per “l’interessato” e per generazioni intere di parenti vicini e lontani.

È bene notare nel lancio dell’offesa il “voi” rispettoso. Tutto finiva, ogni volta, con un abbraccio e una carezza.

Donna Tana credeva poco alla “Malanova” tanto che, finito il “conflitto”, abbracciava il suo pupillo, il maschietto di casa, lo redarguiva dolcemente e lo stringeva maternamente a se.

Raccomandava di non dire mai quella parola agli altri, agli estranei perché qualcuno avrebbe potuto aversene molto a male.

Lei, l’anziana Signora dall’aspetto austero ma pronta al sorriso con noi ragazzi, scuoteva le spalle e diceva chiaramente che, quelle erano “cose da superstiziosi e creduloni”.

Lei aveva i “suoi” Santi a cui poteva rivolgersi come e quando voleva e, soprattutto, aveva a “Madunnuzza” che, “Chidda”, poteva parlare come e quando voleva “’cu’ Signuruzzu”. Era tranquilla e nel dire questo, volgeva gli occhi neri verso l’alto, verso il “suo” Cielo e si segnava.

Donna Tana era fermamente convinta che la “Malanova” non esistesse e che, alla fine, se c’era avrebbe portato male solo a chi l’augurava. Anzi, che il male sarebbe tornato indietro “moltiplicato per dieci” a questi “mischini”.

Perché, Donna Tana, nella sua schietta semplicità e bontà, considerava “poverine” queste persone. Si, perché nell’augurare il male, “a Malanova” agli altri, alla fine, avrebbero sofferto e molto per i guai che da soli si erano “chiamati”. Mali sicuramente ben dieci volte peggiori di ciò che avevano “inviato”.

Questo, senza scampo, senza appello e anche con l’eventuale uso di potenti amuleti. E, naturalmente, era in grado di sciorinare una miriade di esempi.

Filosofia spicciola che la Vita mi ha fatto verificare, in fondo, essere vera!

- di Giuseppe Loteta -

 

Personaggi ed episodi dimenticati

(dal nr. 15 del Pagnocco)

 

In una calda giornata dell'agosto del 1943, gli eserciti inglese e americano si erano ricongiunti a Messina. I tedeschi fuggivano oltre lo Stretto. La guerra per i messinesi era finita. E lentamente la città riprese a vivere. Affossato dalle macerie, il viale San Martino, arteria principale era diventata la via Tommaso Cannizzaro, poco colpita dai bombardamenti aerei. E lì, nel caffè ad angolo poi nobilitato con la denominazione esotica di "Select", ma che allora si chiamava "Bar del Tribunale", cominciarono a riunirsi i vecchi antifascisti, appena usciti dalla galera, dal confino o da quell'altro carcere meno duro ma per loro altrettanto opprimente che erano stati la deportazione casalinga, la solitudine, lo sconforto nel ventennio appena concluso. Non erano molti, certo. Eccezioni, in un consenso al fascismo che negli anni Trenta era stato massiccio, finché la dichiarazione di guerra non aveva cambiato le carte in tavola, inimicando alla maggior parte degli italiani il regime fascista. E con loro c'era qualche ragazzo che per la prima volta sentiva parlare liberamente di democrazia, di partecipazione popolare alla vita politica e, in qualche tavolo, di rivoluzione.


Poi, subito dopo, gli antifascisti pensarono a darsi una sede, a creare strutture di partito, a prendere contatti con i paesi della provincia é con le altre città liberate. Al centro e alla destra dello schieramento politico non mancavano personalità di rilievo, a cominciare da Gaetano Martino. E c'era anche in città qualche vecchia figura della democrazia prefascista, come il costituzionalista Ettore Lombardo Pellegrino, baffoni alla Umberto I e cappellone a falde larghe in testa, appena reintegrato nella sua cattedra all'Università. Era stato lui nei primi anni Venti a rispondere picche al deputato fascista che attraversava il "Transatlantico" di Montecitorio insieme con il nuovo capo del governo e che, incontrandolo, gli aveva chiesto: "Onorevole, lei non conosce ancora Sua Eccellenza Mussolini?". Agitando nervosamente il bastone e roteando gli occhi, il professore aveva sillabato: "Non lo conosco e non lo voglio conoscere". Nascevano i separatisti, sotto la guida di Saro Cacopardo, di Renato Calapso, di Ciccio Restuccia, di Anselmo Crisafulli.

E tra gli iscritti al MIS (Movimentio Indipendentista Siciliano) erano parecchi i giovani, attratti dal miraggio di una Sicilia libera dai vincoli e dallo sfruttamento di uno Stato ita-liano accentratore, umbertino prima e fascista dopo. Alcuni di loro, fuggiti di casa, indossarono per qualche mese le uniformi dell'EVIS (Esercito Volontario per l'Indipendenza Siciliana) e ci fu anche, tra questi, chi partecipò nel catanese al conflitto a fuoco con i carabinieri che costò la vita del leader indipendentista Canepa. Nei ginnasi e nei licei cittadini molti ragazzi sfoggiavano all'occhiello della giacca il distintivo della Trinacria e allacciavano interminabili dibattiti, che spesso degeneravano in vere e proprie risse, con gli altri, gli unitari. Tra questi, ma sono soltanto i primi che mi vengono in mente, Sandro Staiti, Nazareno Saitta, Mimmo Ferraro e Gianni Cicala.


In tutti i partiti dominavano l'entusiasmo e la voglia di vivere intensamente la nuova vita democratica del Paese. A sinistra si aggiungeva la speranza di rinnovamenti profondi, non disgiunta da poco realistiche rivendicazioni del tutto e subito e da numerosi schematismi, allora difficilmente evitabili. I repubbli-cani avevano conquistato un paio di stanze nella ex "Casa Littoria", di fronte al mare, e piazzato il giornalista Silvio Longo alla direzione del "Notiziario di Messina". Tra i giovani del PRI emergeva Nino Modica, pallido e minuto ma animato da non comune forza dialettica. I socialisti avevano affittato una stanzetta in via Santa Cecilia e cominciavano a darsi un'organizzazione. Potevano contare sull'apporto del professor Miraglia, del ragioniere Peppino Lombardo, del dottore Enzo Messina, degli avvocati Sandro e Pietro Pisani, padre e figlio, dell'avvocato Franchina, del vecchio sindacalista Micio Scuderi che ogni primo maggio infilava un garofano rosso nell'occhiello della giacca e guidava un corteo per le strade cittadine intonando a tutta voce l'Inno dei lavoratori. Stefano D'Arrigo, Eugenio Fiorentino, Felice Canonico, Paolo Chiossone e altri studenti universitari avevano ricostituito la federazione giovanile socialista. Prende la tessera della federazione anche il giovanissimo Gianni Finocchiaro che negli anni successivi ne diventerà il dirigente.


In quel tempo andava sviluppandosi a Messina anche un consistente gruppo anarchico aderente alla FAI (Federazione Anarchica Italiana). Ne erano animatori Vincenzo Mazzone, un veterano che era sfuggito a una condanna a 14 anni di reclusione, inflittagli dal tribunale speciale fascista, aveva partecipato alla guerra di Spagna nelle brigate internazionali, era poi riparato nell'Africa del nord ed era ritornato a Messina subito dopo l'ingresso delle truppe alleate, e l'avvocato Placido La Torre. Ma il cervello del gruppo era Gino Cerrito, un giovane che si avviava agli studi storici (sarebbe diventato assistente di Giorgio Spini e poi docente di storia moderna nell'Università di Firenze) e che si era appena dimesso dal Partito Comunista con una veemente lettera che si concludeva con "Viva Bakunin! Viva l'anarchia! ". Con loro, Marco Parolini, Fifi Romanengo, Nino Crimi, Tullio Procaccianti e tanti altri giovani.

Anche gli anarchici avevano trovato al-loggio nell'ex "Casa Littoria", nelle stanze cha si af-facciavano sul mare. E lì, sul muro esterno, avevano piazzato uno striscione che non poteva essere ignorato dalle navi che entravano nel porto. A grandi lettere c'era scritto "Federazione Anarchica Italiana". E lì andò a trovarli per una riunione Armando Borghi, il vecchio libertario amico di Salvemini che aveva strapazzato Mussolini, quando questi aveva abbandonato il socialismo e fondato il partito fascista, prendendolo per il bavero e gridandogli in faccia: "Benito, traditore, chi ti dà i denari?". Quando Borghi arrivò a Messina, la città era soffocata da una di quelle calmerie di scirocco estive che tolgono la voglia di vivere. E il vecchio reagiva alla sua maniera, ignorando ogni conformismo. Accoglieva gli ospiti nella sua stanza d'albergo completamente nudo, ma elegantemente a suo agio come se avesse indossato un completo di lino.

I comunisti

I comunisti, all'inizio assidui frequentatori del "Bar del Tribunale ", cominciarono a tenere le loro riunioni più riservate nell'abitazione semidistrutta dai bombardamenti dell'avvocato Peppino Schirò, in piazza Cairoli. E poi rimediarono una baracca in largo Seggiola che fu per lungo tempo la loro federazione provinciale e dopo la sezione centro. Fecero stampare le prime tessere nella tipografia dei figli del vecchio anar-chico Tommaso De Francesco, che, durante il ventennio, anziano, malandato in salute e del tutto in-nocuo, veniva sbattuto in galera ad ogni passaggio in città di un gerarca fascista perché "anarchico perico-loso".

Da Schirò e in largo Seggiola si rividero vecchi compagni e se ne conobbero di giovani e nuovi. Umberto Fiore, con il pizzetto nero che cominciava a incanutirsi, era appena ritornato da Lacedonia, dov'era stato confinato insieme a molti altri antifascisti. Fu lui il motore di avviamento della federazione, insieme con gli altri confinati che avevano fatto ritorno a Messina e con quei compagni che, pur sottoposti a misure di sorveglianza, erano rimasti in città. Si ricostituì il grup-po di giovani che negli anni Venti e Trenta erano stati gli allievi di Francesco Lo Sardo: Pietro Pizzuto, Saverio Tignino, Masi Cannarozzo, Emilio Longo, Peppino Fusco, Antonio Romeo, Pippo Lo Re, Saro Catanzaro.

Si ricongiunse con la generazione di mezzo, Pierino Mondello, Emanuele Tuccari, Vittorio Terranova. E con i giovani che affluivano numerosi al partito: Pancrazio De Pasquale, che aveva fatto le sue prime esperienze in clandestinità, ispirato dal filosofo comunista Galvano Della Volpe; Eli Conti, che comparve un giorno in federazione con la divisa di ufficiale della marina, volontario nella guerra contro i tedeschi e i fascisti, mentre la maggior parte degli studenti universitari, molti reduci dal fronte, manifestavano contro il nuovo richiamo alle armi, Pietro De Francesco, decorato al valor militare per un'azione partigiana. Ancora: Corrado Curatolo, atletico capitano della squadra di pallanuoto del centro universitario sportivo messinese, Gigi e Gaetano Calarco, Salvatore Dugo, Silvio Castagna, Eolo Cogliani, Edoardo Biondi, Dino Minniti, Nino Bonanzinga, Filippo La Maestra, Alfre¬do Bisignani, Maria Polimeni, Maria Costantino e decine di altri.


L'avvocato Giovanni Millimaggi, comunista della prima ora, si tenne in disparte. Sognava una Sicilia indi-pendente e bolscevica. Ne parlò con Togliatti, allora più noto come "Ercoli", quando il segretario del PCI venne a Messina per una manifestazione di partito che si tenne nel baraccato "Supercinema", l'ex "Cinema Casalini" del periodo fascista. Ed Ercoli lo liquidò con un lapidario e sprezzante "Tu sei pazzo ". Nella stessa occasione si verificò un curioso episodio che misura correttamente l'atmosfera che si respirava in quel tem-po. Mentre la federazione era affollata di comunisti che aspettavano il segretario, si udì una voce levarsi alta nel brusio generale: "Togliatti è un porco. Bisognerebbe tagliare la testa a Togliatti". Era il professore Giambelli, docente all'Università, matematico insigne e bislacco che girava per la città vestito di abiti consunti e spesso appesantito da un fiasco di vino o da una cartata di pescestocco che fuoriuscivano da una delle ampie tasche della giacca. Seguirono attimi di gelido silenzio, di immobilità generale. Il linciaggio era nell'aria. Fu salvato da una donna che gli stava vicino e che si mise ad urlare: "Pugliatti. Ha detto Pugliatti, non Togliatti. E con Pugliatti che ce l'ha". Rivalità accademiche che potevano costare caro all'eccentrico professore.


La "svolta di Salerno", voluta con decisione da Togliatti al suo rientro in Italia da Mosca, tardò ad affermarsi nel partito comunista di Messina. Rinuncia, almeno per ora, alla rivoluzione, accettazione provvisoria della monarchia, collaborazione con i partiti borghesi erano concetti che stentavano a farsi strada nella mentalità bordighista di molti dei vecchi iscritti al partito. Uno di questi, Carmelo Chillemi, esule a Bruxelles nel ventennio fascista, mandò al diavolo in una burrascosa riunione i dirigenti togliattiani di Messina e se ne ritornò nella capitale belga.


I giovani, invece, erano affascinati dal "partito nuovo" di Togliatti. Loro, la collaborazione con i coetanei degli altri partiti di sinistra e con i giovani anarchici la praticavano giornalmente: nel Fronte della Gioventù, nella lotta serrata ai separatisti e ai tentativi velleitari di rivalsa fascista che a Messina, come in altre città del Sud, si traducevano in azioni terroristiche poco rilevanti, ma sistematiche e continue; nelle mille occasioni che la vita democratica offriva generosamente in quegli anni. II massimo di questa collaborazione si ebbe nel 1946, durante la campagna per il referendum istituzionale.

Ogni giorno insieme, i giovani comunisti, socialisti, repubblicani e anarchici (questi ultimi avevano rinunciato al loro tradizionale astensionismo elettorale per un voto a favore della Repubblica nel referendum) giravano per la città e per i villaggi ad attaccare manifesti e a diffondere opuscoli, a improvvisare comizi e dibattiti, a scontrarsi con i monarchici che in città non erano pochi, a sostenere, nei teatri e in piazza Cairoli, i comizi degli oratori repubblicani venuti da Roma, a contrastare quelli degli oratori monarchici. E ogni comizio, di qualsiasi partito fosse, si trasformava inevitabilmente in una rissa, almeno verbale. "Repubblica! ", si gridava da una parte; "Monarchia! ", dall'altra.

E non fu poco lo scorno dei ragazzi di sinistra quando interruppero, in piazza Cairoli, il comizio del liberale e monarchico Roberto Lucifero, avanzando verso il palco con il braccio teso e le dita della mano destra inequivocabilmente piegate in modo da simboleggiare un paio di corna. Furono bloccati da un oratore imperturbabile che scandì al microfono: "Vedo avanzare verso di me una schiera di giovani che innalza l'emblema dei loro padri...". Gli indici e i mignoli ritornarono subito al loro posto.

Messina città monarchica

Nei mesi che precedettero il referendum i giovani monarchici erano molti e ben organizzati. I ragazzi della sinistra facevano più del possibile, ma il confronto con gli avversari era decisamente impari. Se ne ebbe la prova soprattutto il 29 maggio del 1946, quando venne a Messina Umberto di Savoia, da poche settimane re, per salutare i sudditi dall'alto del balcone centrale del palazzo della prefettura, invitandoli implicitamente a votare per la monarchia. Quel giorno furono lì, prima che la folla dei fedeli rendesse impossibile l'accesso alle posizioni più ambite. L'appuntamento era sotto il balcone, tra il palazzo e il Nettuno del Montorsoli. Non in molti, trenta o quaranta, aspettarono che la piazza si gremisse. E poi il re apparve. Inconfondibilmente lui, il principe di Piemonte delle copertine della "Domenica del Corriere", anche se leggermente invecchiato e ormai quasi calvo. La folla esplose in un applauso che sembrò in-terminabile, inframmezzato da squillanti "Viva il re!", "Viva la casa Savoia!", "Monarchia, monarchia!". Quando subentrò il silenzio, Umberto si sporse lentamente dal balcone, alzò le braccia e regalò al suo pubblico un gran sorriso. 

E allora, nella piazza paralizzata, tutti udirono nettamente il giudizio dei giovani di sinistra, ritmato e urlato: "Buffone! Buffone!". L'udì per primo il re, da pochi metri d'altezza. E il sorriso si spense dal volto reale come un fuoco fatuo. Umberto si ritrasse, parve d'improvviso meno alto, più umano, quasi rassegnato, come l'avremmo rivisto anni dopo nelle fotografie dell'esilio.


Fu un attimo. E si scatenò il finimondo. I primi a reagire furono i marinai di tre navi da guerra ormeggiate nel porto, istigati dagli ufficiali che avevano fatto del giuramento al re una questione d'onore e di bastone. Poi i monarchici di città e il sottoproletariato messinese, entusiasta dei pacchi di pasta e delle scarpe spaiate che i seguaci del re erano andati distribuendo nei quartieri popolari. Alcuni "disturbatori", dopo un meticoloso pestaggio, furono issati di peso oltre la balaustra della passeggiata a mare e lanciati in acqua. Altri, abbandonati per terra con ancora un barlume di conoscenza. Altri ancora, più fortunati, riuscirono a scappare e a rifugiarsi in un caffè di piazza Municipio, tirandosi dietro la saracinesca e aspettando il tardivo, ma per quella volta auspicato, arrivo della "Celere". Ma non era finita lì. L'indomani, 30 maggio, era l'ultimo giorno utile per la propaganda elettorale, prima della pausa di riflessione che avrebbe preceduto il voto. In piazza Cairoli erano fissati per le diciassette un comizio dei separatisti e per le diciotto una manifesta¬ione repubblicana.

Al balcone, per gli indipendentisti, c'era Anselmo Crisafulli, avvocato di grido e buon oratore. Parlava ancora lui quando la piazza cominciò a riempirsi di cartelloni inneggianti alla Repubblica e di bandiere tricolori senza lo stemma sabaudo. E anche, curiosamente, di marinai. Erano quelli del giorno prima, tutti armati con un manganello nascosto dentro il giubbotto. E fu subito scontro. Dalle proporzioni preoccupanti, tanto da fare accorrere in poco tempo interi reparti di polizia e di carabinieri. Ma le cariche non bastavano a separare i contendenti. E a questo punto i carabinieri ricorsero alle armi.

Non spararono ad altezza d'uomo, s'intende. Ma in aria, per intimorire e cercare di riportare un po' d'ordine in piazza. Non tutti i colpi, però, finirono in cielo. Alcuni trapassarono il muro della casa dove al balcone stavano ancora i separatisti, a pochi centimetri dalle loro teste. E allora Crisafulli, che non aveva capito molto di ciò che stava accadendo in piazza e credeva si trattasse di un tentativo di interrompere il suo comizio, riprese il microfono che aveva abbandonato all'inizio dei tafferugli e cominciò a gridare: "I carabinieri ci sparano addosso? Ebbene sappiano che noi non ci facciamo intimidire. Assalteremo le loro caserme, prenderemo le loro armi, proclameremo l'indipendenza della Sicilia". Ci vollero ore perché tutto finisse.


Due giorni dopo, il 2 giugno, Messina diede 78.343 voti alla monarchia e appena 13.446 voti alla repubblica. Ma in molte altre città italiane andò diversamente.

- di Marco Giuffrida -

 

Anni 1955, 1956. Ma è storia questa che certamente comincia qualche anno prima. E comincia in Piazza Municipio quando solo ai margini, in prossimità dei marciapiedi, vi erano file di alte palme. La domenica, “trascinati” dalla presenza di un giovane, Donatello Romano, si andavano a vedere volare gli aeromodelli.

Donatello, alto, magro, capelli e barba di un bel rosso rame, arrivava a bordo di un motorino che si era costruito su un telaio recuperato fra i residuati bellici. Era il mezzo pieghevole di certe truppe paracadutate americane. Subito, Donatello, si metteva all’opera e, dopo pochi minuti, rombante, si levava in volo e cominciava a girare in circolo un piccolo aereo a motore che controllava con dei lunghi fili.

Aveva le mani d’oro ma, soprattutto amava le novità e ingegnandosi con quello che si riusciva a trovare sul mercato a “quei tempi”, costruiva i modellini e le cose più impensabili. Dal motorino, come ho scritto, allo slittino, per arrivare agli alianti di tutte le dimensioni. Aerei a motore a scoppio e  ad elastico “passando”, poi, ad un grande motoscafo radiocomandato, che presentò un agosto in Fiera. E per finire, costruì anche un aliscafo radiocomandato che riproduceva e, in qualche modo anticipava, quello in montaggio presso i Cantieri Rodriguez di Messina.

Splendido modello che faceva sognare con le sue evoluzioni e, soprattutto, che appena presa velocità si sollevava dall’acqua e navigava sostenendosi sull’ala a “V” a prora. Donatello con al collo la grossa e pesante scatola del radiocomando, spostando leve e premendo pulsanti, inviava i comandi necessari per la navigazione. Questo non passò inosservato a chi dirigeba quei Cantieri  e il “nostro” Donatello fu chiamato a svolgere non ricordo bene quale lavoro. Probabilmente per preparare modelli per le esposizioni o per ulteriori studi dell’Azienda.

“Lui” lavorava all’Ufficio Imposte (o qualcosa del genere) presso l’Intendenza di Finanza dove mio Padre era Funzionario. Nell’accettare questa nuova attività si mise in “aspettativa”, di questo ne sono certo e lo ricordo bene.

La domenica, comunque, tutti rispettavamo l’appuntamento ed io mi aggregavo, sempre se ero libero da riunioni o uscite con gli Scout. Donatello arrivava sul suo motorino color panna che aveva battezzato per la forma “Il Panino” ed io, assieme a qualche altro interessato, ero lì pronto a dargli una mano. Altre volte invece l’appuntamento era lungo la Passeggiata a Mare, per collaudare o provare le sue imbarcazioni.

Affascinante!

Anche a mio Padre piaceva assistere a queste prove e, un giorno, “loro adulti”, si misero a discutere di modelli ma, anche di navi vere, tanto che Donatello si impegnò a chiedere alla Direzione del Cantiere il permesso di farci vedere da vicino l’Aliscafo in costruzione: “La Freccia del Sole” o qualcosa del genere. Un Nome che “sapeva” di bello, di speranza, di luce.

Il permesso, però, non giunse subito perché gli estranei non erano ammessi di buon grado. Ma il modo cortese di Donatello e, probabilmente, il ruolo di mio Padre, ebbero la meglio e superarono ogni reticenza.

Andammo a piedi dal Torrente Boccetta fino alla Zona Falcata del Porto dove vi era il Cantiere. Non ho certo ricordo dei dettagli, ma dopo avere incontrato Donatello all’ingresso, fummo condotti in un grande capannone dove, ad assemblaggio quasi ultimato, illuminato da potenti fari troneggiava l’Aliscafo.

Nulla a che vedere con quelli maestosi ed enormi dei giorni odierni, ma per quegli anni era certamente un’imbarcazione “importante” e, sicuramente, complessa: un autentico “Mostro” della Tecnica!

Fu visione di pochi minuti con semplici descrizioni della funzione delle “ali” e del lungo asse che, uscendo dalla carena, dalla “Sala Macchine” andava fino all’elica. Attorno allo scafo vi era un brulicare di Operai e di Tecnici dediti alle loro mansioni: ognuno sapeva dove andare e cosa fare. Pareva quasi di osservare un grande e laborioso formicaio.

C’era di che sentirsi piccoli piccoli al di sotto di quelle capriate metalliche che nascondevano un’autentica perla della Marineria. Si, gli ospiti erano appena tollerati e, per tanti aspetti, dopo avere lavorato in Aziende “Operative” posso affermare che avevano ragione sia per motivi di sicurezza che di riservatezza.

Allora non fui in grado di rendermene conto e mi dispiacque molto quando ci allontanarono dalla zona di lavoro.

Fummo condotti in un ufficio/laboratorio. Doveva essere la “tana” di Donatello, dove in scala ridotta, naturalmente, potemmo prendere visione del “Mostro” in lavorazione e di altri “battelli” più avveniristici. Frutto, forse, di una fantasia fertile e capace di anticipare i tempi.

Purtroppo lasciai Messina proprio nel periodo in cui furono fatte le prove di navigazione e non ebbi il tempo e la possibilità di potere “volare” con quel battello, “l’Aliscafo”, sul mio Mare.

Peccato!

La "Notturna"

Ott 15, 2019

- di Marco Giuffrida -

 

Messina, una volta l’anno, per dieci ore, diventava “circuito”. Alcune strade erano transennate e nei punti ritenuti più pericolosi venivano messe delle balle di paglia.

Motori rombanti di tutte le cilindrate e potenze li sentivamo ruggire da lontano.

Noi ragazzi riuscivamo ad avvicinarci alle vetture allineate in ipotetici box, dove meccanici si davano da fare per gli ultimi ritocchi alla messa a punto. Scendevamo verso il mare a frotte, dal “Boccetta”, per andare a curiosare e vedere vetture da sogno, o altre che erano elaborazioni e rielaborazioni di macchine commerciali, con carrozzerie modificate e le meccaniche “spremute” fino all’inverosimile.

I gas di scarico, l’odore di benzina e degli oli lubrificanti superavano quello del vicinissimo mare.

Ad una certa ora avveniva la partenza ed allora cominciava il “rodeo” a cui potevamo assistere soltanto un pochino perché, “volenti o nolenti” si doveva rientrare per andare a letto.

Ci si allontanava un po’ frastornati ed un po’ “ubriachi” per il rumore e per avere respirato per ore i gas di scarico che impregnavano l’aria fino a saturare le vie vicine. Di tanto in tanto, per fortuna, il benevolo e “fedele” vento messinese “rimescolava” l’aria consentendoci di “assorbire” qualcosa di sicuramente migliore.

Biondetti, Marzotto, questi i nomi di due Piloti che, a torto o a ragione, mi ritornano in mente assieme alle “Marche” Ferrari, Bugatti, BMW, Alfa Romeo ed altre più o meno note.

Forse tutti questi nomi che ho citato non appartengono alla “Notturna” ma ad altre gare siciliane, che erano segno di Rinascita dopo la guerra.

Erano corse più o meno importanti che attraversavano la mia Città suscitando interesse e curiosità rendendo perfino sopportabile il disagio che causavano alla vita corrente..

Forse qualche riferimento è errato  e qualche imprecisione c’è stata nel mio scrivere. Spero i miei eventuali errori siano compresi e mi siano perdonati.

Troppi sono gli anni trascorsi.

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