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MESSANENSI

MESSANENSI

 

Un altro mito strettamente collegato alla nascita della città è quello dell'infallibile cacciatore Orione, figlio di Posidone e di Euriale, ritenuto il più bello tra i mortali. Egli era un gigante oltre che infallibile cacciatore. Innamoratosi di Merope, figlia di Enopione e nipote di Dioniso, si cimentò in diverse prove liberando l'isola di Chio da numerose belve ma quando si presentò da Enopione per reclamare la mano della figlia si rese conto di essere stato ingannato.

Deluso e ubriaco, di notte penetrò nella camera di Merope e la violentò. Per punizione, con l'aiuto di Dioniso, Enopione dopo averlo addormentato gli strappò gli occhi rendendolo cieco.

In seguito, dopo essere riuscito ad avvicinare le orbite vuote a Eos (il sole), recuperò la vista e pensò di vendicarsi ma l'incontro con Artemide, di cui si innamorò, lo dissuase.

Apollo ci restò male, e dopo avere tentato di dissuadere la dea la sfidò a gareggiare con lui per colpire un piccolo punto nel mare. Artemide lo centrò con una freccia senza rendersi conto che si trattava della testa di Orione. La dea pose tra le stelle l'immagine di Orione e del fido cane Sirio a eterno ricordo. Ancora oggi nella più antica piazza di Messina si pùò ammirare una fontana del XVI sec. che ne perpetua il mito.

Strettamente collegato a Orione è il mito di Peloro, che Omero tramanda come un suo epiteto. Altri autori narrano che la punta (capo Peloro) fu formata da Orione che vi costruì un tempio al padre Posidone.


Un'altra versione ci racconta che il promontorio prese il suo nome da un pilota della nave di Annibale il quale convinto di essere stato ingannato e condotto in un golfo senza uscita (sembrando unite le coste di Sicilia e Calabria) lo uccise e lo precipitò in mare. Resosi conto del fatale errore, il condottiero cartaginese gli intitolò il promontorio e gli elevò un tumulo e una statua che doveva servire da segnale ai naviganti. Un'altra etimologia riconduce a una ninfa venerata sul posto: Pelorias.

Tradizioni

Giu 19, 2019

La tradizione da sempre rappresenta l'identità di un popolo, tanto da condizionarne i comportamenti e gli atteggiamenti a prescindere dal luogo in cui questa tradizione è radicata, e ne testimonia gli usi e la cultura che lo rende unico rispetto a tutti gli altri.
Le feste e le processioni sono da sempre state sinonimo di preghiera e di folclore, in cui il sacro va a braccetto col profano e la parola d'ordine è: baldoria! Ancora oggi si mantiene saldo questo legame, eredità di un passato in cui i mercatini, nei giorni di festa, erano uno dei momenti in cui si poteva praticare il commercio con grande riscontro della popolazione. Attraverso i secoli processioni e bancarelle sono arrivate fino a noi e continuano a far riversare nelle piazze, e nelle vie della città e dei paesi fiumi di gente.

Proprio per sottolineare l'importanza di questo aspetto, vi presentiamo (attraverso testi e foto dagli anni passati ai giorni nostri) le feste popolari, alcune delle quali di rilevante interesse etno-antropologico. Elemento comune degli eventi descritti é l'assoluta partecipazione da parte delle comunità interessate, cosa che li rende particolarmente vivi e straordinariamente, incredibilmente attuali.

Insieme alle feste popolari, numerosi sono i miti e le leggende che emanano l'essenza delle nostre radici: Mata e Grifone, Dina e Clarenza, Scilla e Cariddi e la Fata Morgana.

Oltre a miti e leggende, a fiere e mercati, alle feste popolari ed ai mestieri di un tempo in questa sezione potrete assaporare il delicato ma intenso profumo della tradizione culinaria messinese racchiusa nei vari libri.

 

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Gli scienziati della NASA sono riusciti a filmare un'onda sulla superficie del Sole, una regione attiva sul lembo orientale scoppiata ed esplosa, liberando plasma nello spazio. Gli esperti del Solar Dynamics Observatory della NASA dicono che il fenomeno è chiamato "espulsione di massa coronale" (CME per il suo acronimo in inglese), e non è diretto verso la Terra.

 

Video: http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=ocqLj1P2aCw

 

La fossa delle Marianne

La fossa delle Marianne, la depressione oceanica più profonda al mondo e uno dei luoghi più inaccessibili del pianeta, è un ambiente ricco di vita che pullula di microrganismi. E' quanto ha scoperto un gruppo di ricerca internazionale coordinato dal danese Ronnie Glud, della Southern Danish University, e pubblicato sulla rivista Nature Geoscience.

Nonostante l'ambiente nel punto di massima profondità, a 11 chilometri sotto il livello del mare, sia sottoposto a una pressione estrema, quasi 1.100 volte superiore rispetto al livello del mare, ospita nei suoi sedimenti 10 volte più batteri rispetto alle aree circostanti, profonde 5-6 chilometri.
All'apparenza ostili alla vita, le fosse oceaniche, sono in realtà punti caldi per l'attività microbica perché ricevono un flusso insolitamente elevato di materia organica, fatta di animali morti, alghe e altri microrganismi, provenienti dall'ambiente circostante meno profondo.

Per studiare la Fossa delle Marianne i ricercatori hanno utilizzato un robot sottomarino che ha studiato l'ambiente direttamente sul posto. Se si raccolgono campioni dal fondo marino per indagini da fare in laboratorio, infatti, molti dei microrganismi adattati alla vita in queste condizioni estreme moriranno, a causa delle variazioni di temperatura e pressione.

Il robot ha utilizzato sensori che misurano la distribuzione di ossigeno sul fondale marino e che permettono di vedere se questo gas è correlato all'attività dei microrganismi presenti nei sedimenti. "Sappiamo molto poco di quello che accade nelle fosse oceaniche e l'impatto - osserva Glud - che queste depressioni hanno sul ciclo globale del carbonio e sul clima. Inoltre siamo molto interessati a descrivere e comprendere le comunità batteriche uniche che prosperano in questi ambienti eccezionali". Le informazioni provenienti da questa e altre fosse oceaniche, sottolinea l'esperto, "ci permetteranno di comprendere meglio quali sono le condizioni generali a queste profondità e ciò contribuirà a conoscere meglio la Terra".

 

ansa.it

 

 

 

 

- di Alessio Vinci -

 

Basta poco spazio all’aperto, un po’ di pratica, e la verdura fresca è servita. Parola di un “personal trainer della zappa”!

•Cosa coltivare.

Una fioriera da balcone, da un metro per 50, può dare soddisfazioni insperate. Con questo freddo invernale, si possono piantare fave e piselli, ma già da marzo-aprile via libera con le piante aromatiche, gli ortaggi (lattuga, zucchine, melanzane, peperoni, pomodorini, sedano; patate e carote, invece, richiedono un interramento maggiore e sono sconsigliate), e i frutti di bosco (fragole, more, lamponi). Sul terrazzo, con uno spazio più grande a disposizione, la rendita è maggiore. In autunno, le piante che garantiscono i risultati migliori sono cavoli, verza, broccoli, broccoletti, rape. Le piante da frutto invece hanno bisogno del terreno e raramente limoni o ciliegi resistono in vaso. Se si ha un giardino, bisogna calcolare almeno un centinaio di metri quadri d’orto per una famiglia di quattro persone. Altrimenti, ci si può sempre impossessare di un’area pubblica in degrado.

•Orto pensile

Non disperate se avete davvero uno spazio miserrimo: si può coltivare anche in verticale. Prendete un bancale alto 20 centimetri, chiudetelo nella parte inferiore, riempitelo di terra e fissatelo al muro. Tra un’asta di legno e l’altra, infilate le piantine, avendo cura di posizionare in alto quelle che si sviluppano di più in altezza (il basilico, per esempio, va in cima, mentre il peperoncino in basso). Per l’orto verticale, si possono anche utilzzare le taschiere di tela, quelle da bagno.

•Gli attrezzi di base

L’essenziale: vasi (meglio se di terracotta), sottovasi, guanti, palette, forbici, annaffiatoio. Se si ha intenzione di piantare i pomodori o fagiolini, occorrono tutori per sostenere la pianta in altezza.

•La terra e il concime

Il consiglio è rivolgersi a un vivaio, evitando il terriccio universale. La terra migliore è leggera, acida (ph 6-7) e ricca di ferro e sali minerali. Poiché i nutrimenti tendono a scomparire quando non c’è un ambiente circostante, è necessario aggiungere il concime per mantenere fertile la terra. Preferire quelli organici (come humus di lombrico).

• L’esposizione

La migliore è a sud, sud-est. Se il balcone guarda a nord-est si può tentare lo stesso, se affaccia a nord lasciate perdere: servono almeno 4-6 ore di luce al giorno per far crescere la maggior parte delle piante.

• Semina

Ricoprire le vasche di terra, rimestare il concime e procedere all’interramento. Bisogna calcolare almeno 20 centimetri per gli ortaggi e distanziarli di circa 30 centimetri. Se si è alle prime armi, conviene acquistare le piantine, anziché i semi: i primi 30 giorni di vita della pianta sono i più delicati e così si porta avanti un pezzo di lavoro, evitando frustrazioni. Dopo aver creato una piccola buca, si posiziona la pianta e si ricopre con la terra, stando attenti a non infossarla troppo, altrimenti c’è il rischio che marcisca. Quasi tutte le piante possono stare assieme. Con l’eccezione della rucola, che è molto invasiva, ed è meglio lasciarla da sola.

• Annaffiamento

Il terriccio deve restare umido, ma non bisogna innaffiarlo troppo. Il momento migliore per quest’operazione è il tramonto o comunque lontano dalle ore di sole.

•Raccolto

Se non arrivano i parassiti (nel qual caso si può chiamare il personal trainer), le piante crescono da sé. A volte anche troppo, e allora vanno spuntate per dare più respiro. Poi basta coglierle. E ci si porta in tavola un’insalata fresca di balcone.

Alessio Vinci - www.verdeaqua.net 

Amaryllis

Giu 19, 2019

- di Alessio Vinci -

TECNICA COLTURALE
L'Amaryllis è una pianta bulbosa semplice da coltivare. Essendo una pianta tipica del sud Africa non ha avuto alcuna difficoltà ad ambientarsi nel clima mediterraneo caratterizzato da estati calde e asciutte e inverni umidi e piovosi, soprattutto nelle zone dove l'inverno non è eccessivamente freddo.

CICLO VEGETATIVO
autunno: iniziano a comparire le nuove foglie (in natura coincide con l'arrivo delle prime piogge) subito dopo la fioritura. Queste crescono per tutto l'inverno appassendo nel mese di maggio-giugno (lasciarle appassire del tutto prima di toglierle);

durante l'estate e fino a circa la metà del mese di agosto della pianta rimane solo il bulbo (periodo in cui possono essere spostati e trapiantati);

da metà agosto a tutto settembre iniziano a spuntare dal terreno gli steli fiorali. Ciascun stelo formerà nella sua parte terminale da 8 fino a 16 fiori che si apriranno tutti dal lato esposto al sole. Le più belle fioriture si hanno quando le piante non vengono spostate. Non amano infatti i cambiamenti.
La loro coltivazione è preferibile che avvenga in piena terra anche se, con opportuni accorgimenti, può avvenire anche in vaso. In questo caso è importante però che il vaso sia grande e profondo e che si abbia l'accortezza di eseguire un corretto piano di concimazione.
Circa il tipo di terreno da utilizzare l'importante è che sia ben drenante in quanto sono piante non tollerano in alcun modo i ristagni idrici. E' preferibile che abbiano una discreta quantità di sostanza organica e una discreta quantità di sabbia. I bulbi vanno trapiantati ogni 5-6 anni (sia che la pianta sia allevata in piena terra che in vaso) ricordandosi che quasi sicuramente l'anno del trapianto l'amarillo non fiorirà in quanto non ama i cambiamenti e ha necessità di un lungo periodo per adattarsi alla nuova situazione.
L'amarillis va annaffiata con molta parsimonia solo durante la fioritura e la crescita delle foglie.
Circa l'ambiente nel quale ama vivere ha necessità di stare in pieno sole e se coltivata all'aperto occorre proteggerla da eventuali gelate che sono sempre mal tollerate (temperature di -5°C iniziano a essere fastidiose per la pianta). Se allevata in vaso sarebbe preferibile che durante la bella stagione sia portata all'aperto.
Durante tutto il periodo della fioritura e dell'emissione e crescita delle foglie somministrare un fertilizzante liquido con l'acqua d'annaffiatura una volta al mese a dosi dimezzate rispetto a quelle indicate nella confezione. È importante concimare soprattutto durante il periodo in cui l'amarillis è provvista di foglie in quanto aiuta ad accumulare maggiori sostanze nutritive nei bulbi e quindi ad avere successivamente, una fioritura più copiosa.
L'epoca per trapiantare i bulbi è quando la pianta è priva di vegetazione (tra giugno e agosto). I bulbi di media grandezza devono essere piantati ad una profondità di circa 1,5 o 2 volte la loro altezza restando pertanto sempre al di sotto del terreno e ben coperti. I bulbi invece particolarmente grandi, quindi pronti per la fioritura, devono invece essere piantati meno profondi, con la punta a livello del suolo. Non allarmarsi se la pianta il primo anno non fiorirà. Come già detto, la pianta si prende un lungo periodo di adattamento al nuovo ambiente nel quale è collocata.

Alessio Vinci - www.verdeaqua.net

- di Luigi Ciaccio -

  

Cinima tiatru Savoia esattamente si truvava
in via Gioddanu Brunu angulu Vintisetti Lugliu;
era bellu e signurili tiatru di prima catigoria,
chi so beddi pacchi, a so bedda sala,
e quantu cumpagnii chi vinnunu o Savoia
pi sinu avia u tettu chi si iaprìa:
quannu d'estati facia cauddu, chianu chianu si aprìa,
 e quannu scurava apettu ristava.
Poi c'era u Trinacria, sulu cinima però,
d'estati avia u giaddinu chi facla i fimmi all'apettu,
 esattamenti si truvava ntà via Maddalena
unni c'è u bari ora di facci a pillicceria Viniziana.
Poi c'era l'Imperu ntà via Tommasu Cannizzaru,
chi fu gghiamatu Peloru;
chistu era un tiatru piddavera,
comu a chiddi chi si vidunu ora ntà televisioni,
avìa a sala, tutti i pacchi a giriari,
a bedda tribuna, e pissinu a galleria,
poi non vi dicu dda bedda entrata
cu tanti esposizioni di divessi magazzini,
e dda scalinata prima di tràsiri d cinima,
cu a maschira chi nni ccumpagnava,
e ogni tantu si sintìa l'aria profumata,
picchi spruzzavuno profumu nta ]l'aria;
era abbastanza signurili.
Poi c'era u cinima Italia, oggi chiamatu Aurora,
cinima puru discretu e di genti boni frequentatu;
u Modennu Estivu chi si truvava nta via Santa Cicilia,
 scinnennu un palazzu dopu di  l'Upim,
chistu travagghiava sulu ntò periudu estivu,
facia di cinima e varietà.
Poi c'era u Garden e tanti iàutri:
Eccessior, Garibbaddi;
pi chiudiri u Casalini, dittu u pitucchieddu,
cinima di tutti chiddi chi dumannavunu a limosina,
 di chiddi chi sunavunu i pianini nta strada,
di chiddi chi cugghìunu i muzzuni di sigarette,
insomma cinima di scassissima categoria;
e cu si risicava pi trasiri nta stu cinima,
ddà intra si truvavanu genti di tutti i categorii,
però non sunnu comu a chiddi d'ora,
macari si vidiunu a unu cchiù puliteddu
non ci rumpivunu u ciriveddu;
vogghiu diri, cu tutta a fami c'avivunu,
a nuddu distubbavunu.
Poi c'era u Diana, cinima di studenti e di operai,
si pagava cchià picca e facia ddu' fimmi o ionnu,
 era u cinima di chiddi chi non ci annàunu a scola e a travagghaari,
trasivunu a matina e niscìunu a l'ura di manciari.

- di Luigi Ciaccio -

 

 

A Missina c'erunu quacchi sei setti casini,
cu fimmini di lussu e nno sempri i stissi,
ogni chinnici ionna canciàunu;
c'erunu uomini adatti chi s'interessàunu
propria pi fari stu travagghiu
d'un casinu a n'àutru.
U primu era u diciassetti gghiamatu l'Invidia,
 a scinnuta da cavaccavia,
poi girannu ntà via Torinu
c'era Ianciulina patruna da casinu,
poi accantu c'era Nasca gghiamata così,
ntà zona Industriali c'era a Gioggetti
(chistu era super, pi chiddi chi putlunu pagani),
 dopu na scinnuta di Santa Cicilia
dopu a piccula c'erunu
a Linda Romana, a Fiorentina, Lola;
a l'uttima di tutti era gghiamata i Rosi,
 chista avia sei salotti di primu oddini.
A spisa era caricedda,
cci vullunu centuottantaliri
chi poi passaru a ducentuvintiliri ntò 1949.
Pi chiddi riò sannu erunu cumminati così.
Ogni casa avia a so cassa
e tuttu a giriari i panchi.
Secunnu quantu ragazzi erunu
ognuna avia a so stanza di lettu,
completa un lavandinu e un bidé,
un flu chi scinnia da pareti dtì lettu
cu na piretta chi sivvla
pi chiddi chi piddlunu tempu,
cchiù ssài di cincu sei minuti,
cci sunava u campanellu ntà stanza,
vulla dici chi aviì pagani u doppiu;
eddocu succitlunu i sciari
chi nuddu u doppiu vulla pagani.
Ogni tantu a patruna i facia ritiraci
pi quacchi deci minuti,
e poi niscìunu n'àutra vota.
Ogni unu si sciglìa a racazza chi ci piacla
e sempri sta vita si facla;
c'era di ridici quannu si capitava
quacchi paesanottu chi spaisatu si truvava
e c'annàunu mi su sputtlunu,
i fimmini da casinu; quacchi vota succitia
 chi quacchi uno si facla russu
e sinni scappava dt fimmini.
In continuazioni vinunu visitati dA Boncustumi
e tutti cà catta identità à manu,
e fimmini chi non erunu in regula cA visita,
chi non avivunu annatu 6 Temmocetticu meccoleddl e venneddì,
si puttàunu a Carrubbara, si puttàunu a Custura
e gghiamavunu é sò patri (non avivunu 18 anni),
chi poi i salàunu di bastunati.

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