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MESSANENSI

MESSANENSI

Mata e Grifone

 

- di Mirella Formica -

Sulle origini dei due giganti processionali Mata e Grifone sono state avanzate numerose ipotesi, alcune suggestive ma destinate a rimanere tali in assenza di puntuali riscontri storici e d'archivio. Secondo l'erudito La Corte Cailler: "pel buon popolo messinese sono, da secoli, i fondatori della città ed anche i geni tutelari della stessa, come scrisse il Pitrè ... Ed effettiveramente nacquero in assai lontana età i due colossi, poiché durante i rifacimenti di oggi (scriveva La Corte nel 1926) sul petto del gigante si sono notati tre medaglioni, che prima nessuno aveva osservato, uno dei quali risale certamente al XIII secolo mentre gli altri due sono dei secoli susseguenti.

La Gigantessa venne rifatta completamente dopo il terremoto del 1783, essendo andata distrutta l'antica, ma la statua di Grifone è certamente della seconda metà del secolo XVI, quando la costruì Martino Montanini, fiorentino (1560), con la testa e le braccia mobili, che nel 1581 vennero fissate e forse rifatte, sul disegno precedente, da Andrea Calamecca da Carrara.


Le fonti da cui attingere notizie su questi personaggi che la credenza popolare ritiene i mitici fondatori di Messina, non sono molte a causa delle perdite di opere letterarie dovute ai continui disastri di cui la città, più volte è stata vittima. Naturalmente la credenza popolare è errata e la leggenda che ci è stata tramandata appartiene alla immaginosa letteratura che dall'inizio del medioevo va alla fine del Cinquecento.

Una prima tradizione racconta, che dopo la creazione del Regno di Sicilia, si venne a stabilire tra Messina e Palermo un'accesa rivalità in merito a quale delle due città dovesse considerarsi la legittima capitale dell'isola. Finché il Regno si mantenne autonomo, sotto i Normanni e gli Svevi, la polemica restò latente e Messina si accontentò di accumulare privilegi e vantaggi economici legati all'esportazione commerciale e alla sua attività portuale.


La polemica divampò aspra e furiosa nel '500, alimentata dai vari Governi vicereali e dalla stessa corte di Spagna. In appoggio alle rispettive tesi, ambedue le città esibivano titoli storici e prerogative regie di eguale peso. I messinesi asserivano che la loro città era stata capitale della Sicilia sotto i Romani e i Bizantini, mentre Palermo lo era divenuta sotto gli Arabi.

Palermo, invece, contestava come falsi e apocrifi tutti i privilegi dichiarati da Messina. Ai tempi della dominazione spagnola, Filippo II se ne lavò le mani e stabilì che i viceré di Sicilia trascorressero 18 mesi del loro incarico triennale nella città di Messina. Restando così le cose, la diatriba si spostò allora sui titoli di nobiltà che a quel tempo erano dati in modo preminente dalla precedenza di fondazione.

Messina, in questo campo, pareva primeggiare potendo collocare la data ufficiale della sua nascita tra il 757 e il 730 a. C., se non addirittura ancora prima, ai tempi dei Sicani e dei Siculi.


Ora avvenne che a quel tempo alcune leggi spagnole privarono del titolo di cittadinanza gli ebrei di Sicilia e anche Palermo dovette procedere all'espulsione dei propri ebrei. Costoro, che naturalmente non volevano andarsene -detenendo la maggior parte della finanza locale, cercarono di propiziarsi il Senato palermitano e riuscirono a ingraziarselo asserendo di aver scoperto una lapide antichissima recante un'iscrizione caldea. I Caldei, narra la Bibbia, erano popoli vissuti molto prima dei Calcidesi di Eubea, ritenuti i colonizzatori di Messina, allora detta Zancle.

Se le cose stavano così, Palermo poteva perciò vantare un diritto di priorità di fondazione e quindi acquisire, per anzianità storica, un titolo nobiliare superiore a quello di Messina. L'iscrizione lapidaria, alla fine, si dimostrò araba e appartenente ad un periodo compreso tra il V e il  VIIi sec. d. C.

I messinesi, comunque, appresa la notizia, si diedero subito da fare per ritrovarsi anche loro un titolo di più antica nobiltà. Nacque così il mito del gigante nero e della gigantessa bianca, lui di nome Cam figlio di Noè, da cui discendevano tutte le genti d'Africa e lei di nome Rea, la magna mater greca degli dei maggiori. L'abbinamento dei due nomi di Cam e Rea potrebbe collegarsi a Camaro, in dialetto i Cammari e di Antenna a mare, in dialetto 'Ntinnammari.

Ma anche la storiella messinese, messa su alla meno peggio, sapeva di posticcio e di inattendibile. Si cercò allora di attribuire al gigante anche il nome di Zanclo, primo re dei Siculi o anche di Saturno, che una leggenda afferma sia venuto a perdere la sua falce da queste parti e la cui orma avrebbe creato l'arco falcato del porto di Messina. A lei si diede anche il nome di Cibele, la feconda dea latina protettrice delle messi. È giudizio di alcuni studiosi che la leggenda del Gigante nero e della gigantessa bianca, possa aver avuto origine in tempi più recenti, e lo stesso colore della pelle del gigante fa pensare alla dominazione araba in Sicilia, che ebbe luogo dall'827 al 1072 circa. La mitologia nostrana, infatti, né latina né greca, ricorda alcun eponimo nume con la pelle nera.

Un'altra leggenda vuole invece che un gigantesco moro di nome Hassam Ibn-Hammar, sbarcato nei pressi di Messina verso i1964 con una cinquantina dei suoi compagni pirati, si sia niesso a depredare tutt'intorno alla città e in particolare tra Camaro e Dinnammare, denominazioni appunto che potrebbero essere derivate da Ibn-Hammar.

Un giorno, durante una delle sue solite scorrerie, egli vide una bella fanciulla di nome Marta, in dialetto Mata, figlia di tal Cosimo II di Castellaccio, della quale s'innamorò follemente. Era costei di nobile e ricca casata, di figura molto alta e forte, ma altrettanto virtuosa e castigata e, per di più, solida e convinta praticante della religione cristiana. Hassam, innamorato cotto, la chiese in sposa, ma essendo musulmano, saraceno e predone, ottenne un netto rifiuto. Salito su tutte le furie, per vendicarsi tornò a depredare e ad uccidere con una ferocia maggiore di prima. I genitori della ragazza, spaventati da tanto sanguinario furore, di nascosto, fecero salire Mata su un carro coperto e l'andarono a nascondere nei loro possedimenti. II Moro, saputo il fatto, non ci vide più dagli occhi e sguinzagliò i suoi sicari in tutte le direzioni. Costoro, un po' con le lusinghe, un po' con le torture, a furia di cercare, alla fine riuscirono a trovare il nascondiglio di Mata. Hassam radunò quanta più gente poté ° di notte, furtivamente, assaltò la casa in cui era stata nascosta e la rapì.

Alcune fonti fanno anche menzione di un poco attendibile torneo in cui il Moro vinse il padre di Mata ottenendone così la mano. Ma ottenere la mano non significò per Hassam ottenere anche il cuore di Mata che si chiuse in un ostinato mutismo e che nulla volle concedergli, nemmeno un bacio.

Egli, ora con furore e ora suadente, ora colmandola di doni e ora privandola persino del necessario, fece di tutto per farsi arrivare. Mata, sorda a tutti gli allettamenti e per nulla impaurita dalle minacce, trovava forza e animo nella preghiera e restava gelida.

Così alla fine il crudele saraceno, per amore di lei, si fece cristiano, cambiò nome in Grifo, Grifone per la sua altezza, e ricevette il battesimo, appendendo la spada al chiodo e dedicandosi d'allora in poi solo alla coltivazione dei campi e alle opere di beneficenza, in pace e in armonia con tutti.

La casta Mata, commossa e ammirata per quel pentimento, piano piano finì per essere presa d'amore per lui, che poi doveva essere anche un bell'uomo come si vede dalla stupenda testa nera e riccioluta che si crede opera del Calamech, e accettò di amarlo.


Naturalmente la leggenda su Mata e Grifone non si ferma qui. L' aneddotica locale vuole che i due personaggi di questo nome siano stati fatti prigionieri dal conte Ruggero il Normanno quando, nel 1061, liberò Messina dalla dominazione araba. Egli, dopo aver liberato l'isola, tornò a Messina e il 12 agosto 1086 volle solennizzare la sua vittoria con una grande sfilata in città. In quella circostanza ordinò che i principi della città assistessero al suo trionfo a cavallo dei loro destrieri, davanti al Duomo. Egli intanto, circondato dai suoi più alti dignitari, si empiva di gloria a dorso di un cammello, mentre i prigionieri di bassa forza venivano trascinati in catene, irrisi e percossi tanto da far loro maledire la sorte avversa.

Non ripetuta più negli anni seguenti, l'usanza di festeggiare l'avvenimento fu ripristinata, probabilmente, dal 22 settembre 1197 e d'allora in poi si ripeté negli anni successivi in diversi modi, fino a giungere alla tradizione attuale.

Tra le versioni più diffuse, giova ricordare quella che trae interpretazione dagli stessi nomi dei giganti. Griffones, infatti, nel medioevo era termine spregiativo che i messinesi usavano per indicare i Bizantini. Mata potrebbe perciò collegarsi al significato di ammazza, secondo l'interpretazione che qualche storico dà del toponimo dell'ex forte e castello di Roccaguelfonia, oggi Cristo Re e un tempo detto anche Matagrifone. L'interpretazione potrebbe quindi alludere alla rivolta di Messina contro i Bizantini. Non è neanche improbabile che Grifone possa anche rappresentare il Musulmano conquistatore di Messina e che le due statue un tempo partissero da luoghi diversi per incontrarsi a metà strada e "sposarsi".

I Giganti presero l'attuale posizione equestre nel 1723, infatti, nel passato non avevano forma stabile ma venivano di volta in volta montati e vestiti per l'occasione e, dopo il trasporto, smontati e spogliati, ridotti alle parti essenziali, cioè i personaggi lignei di Mata e Grifone e le teste dei cavalli. Tale tipologia originaria li rende maggiormente accostabili ad altri consimili Giganti concepiti in aree in aree rientranti nell'orbita culturale messinese, che probabilmente sono stati modellati sui Giganti di Messina, ad esempio i Giganti di Mistretta e quelli di Palmi.

L' ideologia complessiva di questi gruppi statuari pare possa essere ricondotta da un lato ad esigenze di patriottismo municípalistico, molto sentite nei '500 quando le città facevano a gara per dimostrare la propria antichità attraverso la esibizione di ciclopici resti ossei, rinvenuti durante scavi ed attribuiti ad ipotetici giganti, primi abítatori del sito; d'altro canto le modalità di messa in opera e le dinamiche di fruizione, squisitamente popolari, dei due Colossi, mostrano che anche questa particolarissima machina festiva ha subìto nel corso dei secoli una serie di plasmazioni.

Danneggiati dal terremoto del 1908, ma degradati dall'inclemenza del tempo, dalla trascuratezza degli amministratori e dall'insulto dei vandali, i Giganti o Gilanti, come affettuosamente erano allora intesi dal popolo, tornarono ad essere portati in trionfo per la città nel 1926.

Sospese le feste di mezzagosto, in conseguenza della guerra del 1940-45, l'usanza di riportare in giro per la città le due statue riprese nel 1951 e dall'ora in poi essa è stata ripetuta tutti gli anni successivi. La testa lignea del Grifone, interamente vuota, oggi si presenta ornata di un bel paio di orecchini a mezza luna ed è coronata da foglie di alloro. Il suo petto è ricoperto da una armatura ondulata che termina con una corta tunica bianca, con fregi in oro. Sulle spalle reca un manto di velluto rosso. Il suo cavallo oggi è di colore marrone scuro ed egli lo governa reggendo le redini con la mano sinistra. Al braccio sinistro ostenta uno scudo in legno, leggermente ovale, istoriato con un castello a tre torri nere poste in campo verde e con merli d'oro intorno. Con la destra impugna una specie di mazza. Al fianco sinistro gli pende una bella spada del XVI secolo con impugnatura a croce sovrastata da una testa di leone. Agli estremi dell'elsa spiccano due artistiche teste d'aquila.

La testa di Mata, scolpita verso il 1570, venne poi fatta (distrutta nel terremoto del 1783) e rifatta da Santi Siracusa che la volle "prosperosa... civettuola e con sulla gota il rituale neo settecentesco". Oggi essa si presenta con un volto tipicamente meridionale scolpito nel 1958.

Cavalca con maestà un bel cavallo bianco e indossa un'armatura a corpetto di colore blu con ricami in oro, al di sopra di un' ampia e corta gonna bianca. Un bel mantello blu le incornicia 1le spalle e s'adagia sul posteriore del cavallo. Nella mano sinistra regge un mazzetto di fiori e con la destra impugna una lancia. Attorno al collo reca un filo di perle e sulla testa porta con maestà una corona di foglie d'alloro con sul davanti un castelletto a tre torri. Dalle orecchie le scendono due pendagli di perle. Alcuni giorni prima del ferragosto i due giganti sono condotti in un piccolo slargo a lato della corsia discendente dello svincolo autostradale di Camaro, ritenuto luogo di nascita di Mata, e lasciati all'ammirazione dei visitatori locali e dei turisti. Il 13 agosto vengono prelevati e, dopo aver fatto percorrere in lenta e festosa passeggiata la zona sud della città, sono sistemati in largo Minutoli, di fronte al Municipio. Il 14 tornano ad essere prelevati e condotti, sempre in lenta e festosa passeggiata, lungo la zona nord della città, per poi tornare ad essere ricettati in largo Minutoli.

Un tempo, seguendo un'antica tradizione, venivano trascinati da una nutrita squadra di pescatori incostume. Oggi, invece, sono trainati in tandem da un trattore e preceduti da una lunga sfilata di grup­pi folcloristici e bande musicali e da folta folla vociante. Lunga il percorso sostano diverse volte e in diversi luoghi ed in particolare in piazza Unità d'Italia, per consentire, ad una delegazione dei gruppi di accedere nel salone di rappresentanza del palazzo della Prefettura ed esibirsi in un allegro e improvvisato concerto in onore del prefetto e dei suoi ospiti. Durante l'anno i giganti sono custo­diti in un deposito di via Catania, faccia al muro!

 

Un altro mito strettamente collegato alla nascita della città è quello dell'infallibile cacciatore Orione, figlio di Posidone e di Euriale, ritenuto il più bello tra i mortali. Egli era un gigante oltre che infallibile cacciatore. Innamoratosi di Merope, figlia di Enopione e nipote di Dioniso, si cimentò in diverse prove liberando l'isola di Chio da numerose belve ma quando si presentò da Enopione per reclamare la mano della figlia si rese conto di essere stato ingannato.

Deluso e ubriaco, di notte penetrò nella camera di Merope e la violentò. Per punizione, con l'aiuto di Dioniso, Enopione dopo averlo addormentato gli strappò gli occhi rendendolo cieco.

In seguito, dopo essere riuscito ad avvicinare le orbite vuote a Eos (il sole), recuperò la vista e pensò di vendicarsi ma l'incontro con Artemide, di cui si innamorò, lo dissuase.

Apollo ci restò male, e dopo avere tentato di dissuadere la dea la sfidò a gareggiare con lui per colpire un piccolo punto nel mare. Artemide lo centrò con una freccia senza rendersi conto che si trattava della testa di Orione. La dea pose tra le stelle l'immagine di Orione e del fido cane Sirio a eterno ricordo. Ancora oggi nella più antica piazza di Messina si pùò ammirare una fontana del XVI sec. che ne perpetua il mito.

Strettamente collegato a Orione è il mito di Peloro, che Omero tramanda come un suo epiteto. Altri autori narrano che la punta (capo Peloro) fu formata da Orione che vi costruì un tempio al padre Posidone.


Un'altra versione ci racconta che il promontorio prese il suo nome da un pilota della nave di Annibale il quale convinto di essere stato ingannato e condotto in un golfo senza uscita (sembrando unite le coste di Sicilia e Calabria) lo uccise e lo precipitò in mare. Resosi conto del fatale errore, il condottiero cartaginese gli intitolò il promontorio e gli elevò un tumulo e una statua che doveva servire da segnale ai naviganti. Un'altra etimologia riconduce a una ninfa venerata sul posto: Pelorias.

Tradizioni

Feb 22, 2020

La tradizione da sempre rappresenta l'identità di un popolo, tanto da condizionarne i comportamenti e gli atteggiamenti a prescindere dal luogo in cui questa tradizione è radicata, e ne testimonia gli usi e la cultura che lo rende unico rispetto a tutti gli altri.
Le feste e le processioni sono da sempre state sinonimo di preghiera e di folclore, in cui il sacro va a braccetto col profano e la parola d'ordine è: baldoria! Ancora oggi si mantiene saldo questo legame, eredità di un passato in cui i mercatini, nei giorni di festa, erano uno dei momenti in cui si poteva praticare il commercio con grande riscontro della popolazione. Attraverso i secoli processioni e bancarelle sono arrivate fino a noi e continuano a far riversare nelle piazze, e nelle vie della città e dei paesi fiumi di gente.

Proprio per sottolineare l'importanza di questo aspetto, vi presentiamo (attraverso testi e foto dagli anni passati ai giorni nostri) le feste popolari, alcune delle quali di rilevante interesse etno-antropologico. Elemento comune degli eventi descritti é l'assoluta partecipazione da parte delle comunità interessate, cosa che li rende particolarmente vivi e straordinariamente, incredibilmente attuali.

Insieme alle feste popolari, numerosi sono i miti e le leggende che emanano l'essenza delle nostre radici: Mata e Grifone, Dina e Clarenza, Scilla e Cariddi e la Fata Morgana.

Oltre a miti e leggende, a fiere e mercati, alle feste popolari ed ai mestieri di un tempo in questa sezione potrete assaporare il delicato ma intenso profumo della tradizione culinaria messinese racchiusa nei vari libri.

 

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Gli scienziati della NASA sono riusciti a filmare un'onda sulla superficie del Sole, una regione attiva sul lembo orientale scoppiata ed esplosa, liberando plasma nello spazio. Gli esperti del Solar Dynamics Observatory della NASA dicono che il fenomeno è chiamato "espulsione di massa coronale" (CME per il suo acronimo in inglese), e non è diretto verso la Terra.

 

Video: http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=ocqLj1P2aCw

 

La fossa delle Marianne

La fossa delle Marianne, la depressione oceanica più profonda al mondo e uno dei luoghi più inaccessibili del pianeta, è un ambiente ricco di vita che pullula di microrganismi. E' quanto ha scoperto un gruppo di ricerca internazionale coordinato dal danese Ronnie Glud, della Southern Danish University, e pubblicato sulla rivista Nature Geoscience.

Nonostante l'ambiente nel punto di massima profondità, a 11 chilometri sotto il livello del mare, sia sottoposto a una pressione estrema, quasi 1.100 volte superiore rispetto al livello del mare, ospita nei suoi sedimenti 10 volte più batteri rispetto alle aree circostanti, profonde 5-6 chilometri.
All'apparenza ostili alla vita, le fosse oceaniche, sono in realtà punti caldi per l'attività microbica perché ricevono un flusso insolitamente elevato di materia organica, fatta di animali morti, alghe e altri microrganismi, provenienti dall'ambiente circostante meno profondo.

Per studiare la Fossa delle Marianne i ricercatori hanno utilizzato un robot sottomarino che ha studiato l'ambiente direttamente sul posto. Se si raccolgono campioni dal fondo marino per indagini da fare in laboratorio, infatti, molti dei microrganismi adattati alla vita in queste condizioni estreme moriranno, a causa delle variazioni di temperatura e pressione.

Il robot ha utilizzato sensori che misurano la distribuzione di ossigeno sul fondale marino e che permettono di vedere se questo gas è correlato all'attività dei microrganismi presenti nei sedimenti. "Sappiamo molto poco di quello che accade nelle fosse oceaniche e l'impatto - osserva Glud - che queste depressioni hanno sul ciclo globale del carbonio e sul clima. Inoltre siamo molto interessati a descrivere e comprendere le comunità batteriche uniche che prosperano in questi ambienti eccezionali". Le informazioni provenienti da questa e altre fosse oceaniche, sottolinea l'esperto, "ci permetteranno di comprendere meglio quali sono le condizioni generali a queste profondità e ciò contribuirà a conoscere meglio la Terra".

 

ansa.it

 

 

 

 

- di Alessio Vinci -

 

Basta poco spazio all’aperto, un po’ di pratica, e la verdura fresca è servita. Parola di un “personal trainer della zappa”!

•Cosa coltivare.

Una fioriera da balcone, da un metro per 50, può dare soddisfazioni insperate. Con questo freddo invernale, si possono piantare fave e piselli, ma già da marzo-aprile via libera con le piante aromatiche, gli ortaggi (lattuga, zucchine, melanzane, peperoni, pomodorini, sedano; patate e carote, invece, richiedono un interramento maggiore e sono sconsigliate), e i frutti di bosco (fragole, more, lamponi). Sul terrazzo, con uno spazio più grande a disposizione, la rendita è maggiore. In autunno, le piante che garantiscono i risultati migliori sono cavoli, verza, broccoli, broccoletti, rape. Le piante da frutto invece hanno bisogno del terreno e raramente limoni o ciliegi resistono in vaso. Se si ha un giardino, bisogna calcolare almeno un centinaio di metri quadri d’orto per una famiglia di quattro persone. Altrimenti, ci si può sempre impossessare di un’area pubblica in degrado.

•Orto pensile

Non disperate se avete davvero uno spazio miserrimo: si può coltivare anche in verticale. Prendete un bancale alto 20 centimetri, chiudetelo nella parte inferiore, riempitelo di terra e fissatelo al muro. Tra un’asta di legno e l’altra, infilate le piantine, avendo cura di posizionare in alto quelle che si sviluppano di più in altezza (il basilico, per esempio, va in cima, mentre il peperoncino in basso). Per l’orto verticale, si possono anche utilzzare le taschiere di tela, quelle da bagno.

•Gli attrezzi di base

L’essenziale: vasi (meglio se di terracotta), sottovasi, guanti, palette, forbici, annaffiatoio. Se si ha intenzione di piantare i pomodori o fagiolini, occorrono tutori per sostenere la pianta in altezza.

•La terra e il concime

Il consiglio è rivolgersi a un vivaio, evitando il terriccio universale. La terra migliore è leggera, acida (ph 6-7) e ricca di ferro e sali minerali. Poiché i nutrimenti tendono a scomparire quando non c’è un ambiente circostante, è necessario aggiungere il concime per mantenere fertile la terra. Preferire quelli organici (come humus di lombrico).

• L’esposizione

La migliore è a sud, sud-est. Se il balcone guarda a nord-est si può tentare lo stesso, se affaccia a nord lasciate perdere: servono almeno 4-6 ore di luce al giorno per far crescere la maggior parte delle piante.

• Semina

Ricoprire le vasche di terra, rimestare il concime e procedere all’interramento. Bisogna calcolare almeno 20 centimetri per gli ortaggi e distanziarli di circa 30 centimetri. Se si è alle prime armi, conviene acquistare le piantine, anziché i semi: i primi 30 giorni di vita della pianta sono i più delicati e così si porta avanti un pezzo di lavoro, evitando frustrazioni. Dopo aver creato una piccola buca, si posiziona la pianta e si ricopre con la terra, stando attenti a non infossarla troppo, altrimenti c’è il rischio che marcisca. Quasi tutte le piante possono stare assieme. Con l’eccezione della rucola, che è molto invasiva, ed è meglio lasciarla da sola.

• Annaffiamento

Il terriccio deve restare umido, ma non bisogna innaffiarlo troppo. Il momento migliore per quest’operazione è il tramonto o comunque lontano dalle ore di sole.

•Raccolto

Se non arrivano i parassiti (nel qual caso si può chiamare il personal trainer), le piante crescono da sé. A volte anche troppo, e allora vanno spuntate per dare più respiro. Poi basta coglierle. E ci si porta in tavola un’insalata fresca di balcone.

Alessio Vinci - www.verdeaqua.net 

Amaryllis

Feb 22, 2020

- di Alessio Vinci -

TECNICA COLTURALE
L'Amaryllis è una pianta bulbosa semplice da coltivare. Essendo una pianta tipica del sud Africa non ha avuto alcuna difficoltà ad ambientarsi nel clima mediterraneo caratterizzato da estati calde e asciutte e inverni umidi e piovosi, soprattutto nelle zone dove l'inverno non è eccessivamente freddo.

CICLO VEGETATIVO
autunno: iniziano a comparire le nuove foglie (in natura coincide con l'arrivo delle prime piogge) subito dopo la fioritura. Queste crescono per tutto l'inverno appassendo nel mese di maggio-giugno (lasciarle appassire del tutto prima di toglierle);

durante l'estate e fino a circa la metà del mese di agosto della pianta rimane solo il bulbo (periodo in cui possono essere spostati e trapiantati);

da metà agosto a tutto settembre iniziano a spuntare dal terreno gli steli fiorali. Ciascun stelo formerà nella sua parte terminale da 8 fino a 16 fiori che si apriranno tutti dal lato esposto al sole. Le più belle fioriture si hanno quando le piante non vengono spostate. Non amano infatti i cambiamenti.
La loro coltivazione è preferibile che avvenga in piena terra anche se, con opportuni accorgimenti, può avvenire anche in vaso. In questo caso è importante però che il vaso sia grande e profondo e che si abbia l'accortezza di eseguire un corretto piano di concimazione.
Circa il tipo di terreno da utilizzare l'importante è che sia ben drenante in quanto sono piante non tollerano in alcun modo i ristagni idrici. E' preferibile che abbiano una discreta quantità di sostanza organica e una discreta quantità di sabbia. I bulbi vanno trapiantati ogni 5-6 anni (sia che la pianta sia allevata in piena terra che in vaso) ricordandosi che quasi sicuramente l'anno del trapianto l'amarillo non fiorirà in quanto non ama i cambiamenti e ha necessità di un lungo periodo per adattarsi alla nuova situazione.
L'amarillis va annaffiata con molta parsimonia solo durante la fioritura e la crescita delle foglie.
Circa l'ambiente nel quale ama vivere ha necessità di stare in pieno sole e se coltivata all'aperto occorre proteggerla da eventuali gelate che sono sempre mal tollerate (temperature di -5°C iniziano a essere fastidiose per la pianta). Se allevata in vaso sarebbe preferibile che durante la bella stagione sia portata all'aperto.
Durante tutto il periodo della fioritura e dell'emissione e crescita delle foglie somministrare un fertilizzante liquido con l'acqua d'annaffiatura una volta al mese a dosi dimezzate rispetto a quelle indicate nella confezione. È importante concimare soprattutto durante il periodo in cui l'amarillis è provvista di foglie in quanto aiuta ad accumulare maggiori sostanze nutritive nei bulbi e quindi ad avere successivamente, una fioritura più copiosa.
L'epoca per trapiantare i bulbi è quando la pianta è priva di vegetazione (tra giugno e agosto). I bulbi di media grandezza devono essere piantati ad una profondità di circa 1,5 o 2 volte la loro altezza restando pertanto sempre al di sotto del terreno e ben coperti. I bulbi invece particolarmente grandi, quindi pronti per la fioritura, devono invece essere piantati meno profondi, con la punta a livello del suolo. Non allarmarsi se la pianta il primo anno non fiorirà. Come già detto, la pianta si prende un lungo periodo di adattamento al nuovo ambiente nel quale è collocata.

Alessio Vinci - www.verdeaqua.net

- di Luigi Ciaccio -

  

Cinima tiatru Savoia esattamente si truvava
in via Gioddanu Brunu angulu Vintisetti Lugliu;
era bellu e signurili tiatru di prima catigoria,
chi so beddi pacchi, a so bedda sala,
e quantu cumpagnii chi vinnunu o Savoia
pi sinu avia u tettu chi si iaprìa:
quannu d'estati facia cauddu, chianu chianu si aprìa,
 e quannu scurava apettu ristava.
Poi c'era u Trinacria, sulu cinima però,
d'estati avia u giaddinu chi facla i fimmi all'apettu,
 esattamenti si truvava ntà via Maddalena
unni c'è u bari ora di facci a pillicceria Viniziana.
Poi c'era l'Imperu ntà via Tommasu Cannizzaru,
chi fu gghiamatu Peloru;
chistu era un tiatru piddavera,
comu a chiddi chi si vidunu ora ntà televisioni,
avìa a sala, tutti i pacchi a giriari,
a bedda tribuna, e pissinu a galleria,
poi non vi dicu dda bedda entrata
cu tanti esposizioni di divessi magazzini,
e dda scalinata prima di tràsiri d cinima,
cu a maschira chi nni ccumpagnava,
e ogni tantu si sintìa l'aria profumata,
picchi spruzzavuno profumu nta ]l'aria;
era abbastanza signurili.
Poi c'era u cinima Italia, oggi chiamatu Aurora,
cinima puru discretu e di genti boni frequentatu;
u Modennu Estivu chi si truvava nta via Santa Cicilia,
 scinnennu un palazzu dopu di  l'Upim,
chistu travagghiava sulu ntò periudu estivu,
facia di cinima e varietà.
Poi c'era u Garden e tanti iàutri:
Eccessior, Garibbaddi;
pi chiudiri u Casalini, dittu u pitucchieddu,
cinima di tutti chiddi chi dumannavunu a limosina,
 di chiddi chi sunavunu i pianini nta strada,
di chiddi chi cugghìunu i muzzuni di sigarette,
insomma cinima di scassissima categoria;
e cu si risicava pi trasiri nta stu cinima,
ddà intra si truvavanu genti di tutti i categorii,
però non sunnu comu a chiddi d'ora,
macari si vidiunu a unu cchiù puliteddu
non ci rumpivunu u ciriveddu;
vogghiu diri, cu tutta a fami c'avivunu,
a nuddu distubbavunu.
Poi c'era u Diana, cinima di studenti e di operai,
si pagava cchià picca e facia ddu' fimmi o ionnu,
 era u cinima di chiddi chi non ci annàunu a scola e a travagghaari,
trasivunu a matina e niscìunu a l'ura di manciari.

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