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MESSANENSI

MESSANENSI

"Lo gnuri"

Ago 18, 2019

 

Francesco Molonia, cocchiere simbolo della Messina, è una figura che riporta alla mente arti e tradizioni caduti nell'oblio, alle narici odori smarriti, alla vista vecchie carrozze storiche che ha acquistato e rigenerato per presentarle alla sua gente.

 

L'ultima richiesta - invito effettuata da Francesco MOLONIA è stato Venerdì 9 giugno 2006, alle 20.30, alla T.C.F di Messina (rete TV privata), nella trasmissione condotta da Mino Licordari, "Ieri. Oggi,domani" dove ha chiesto l'apertura di un Museo per le sue QUARANTA carrozze storiche.

Nel corso della trasmissione televisiva, diversi sono stati gli interventi dello gnuri messinese, in occasione dei quali sono emerse con cristallina chiarezza le qualità di un uomo che presenta con passione le più note carrozze storiche, mettendole a disposizione "GRATIS" , per uno spazio museo.

 

La professionalità ed il talento del signore dei cavalli, sono davvero tangibili e tali da incantare tutti coloro che ne odono le sue parole e sperano che i politici messinesi, il sindaco di Messina, possano trovare uno spazio - cultura per esporre sotto l'eloquente titolo "Le carrozze storiche" di Francesco Molonia.

A proporre in scena le carrozze storiche è il sito messinaweb.eu, che ringrazia con tanta affettuosità Francesco.

 

"Il ricordo galoppa al ritmo del cavallo con la sua carrozza e attraverso questo mezzo di locomozione si assoporano odori, sapori, luci e brezze dimenticati.

A raccontare la storia della città degli anni trascorsi è lo Gnuri che, a bordo di un calesse, ricorda la città degli anni 50, le passeggiate, Piazza Duomo, Piazza Cairoli, Viale S.Martino , la gelateria di Irrera, la libreria Ciofalo con altri antichi negozi.

 

Si riscoprono antichi mestieri. Sulla città di un tempo non è calato il sipario e lo gnuri ripercorre sentieri del passato non per versare lacrime amare, ma per favorire un riscatto di cui, in atto, si avvertono tutti i segnali"

"U custureri"

Ago 18, 2019

 

- di Rosario Fodale -

 

Domenico Costantino

Un lavoro creativo e ben remunerato che soffre, però, di un vero e proprio ricambio generazionale. I giovani che puntano su questa strada non sono molti e occorre sacrificio ed impegno per andare avanti, anche per i clienti: non ci sono orari, si lavora sempre, occorre prendere gli appuntamenti e la vita trascorre in questo laboratorio così, quasi senza accorgersene; per questo i giovani di oggi non fanno più "il sarto"!

Per fare il sarto occorrono competenze specifiche. Bisogna saper sviluppare e tagliare un modello, eseguire vari tipi di orli, tasche, colli, maniche ed asole, assemblare e confezionare le varie parti dell'abito.

Una professione complessa e lo  vedi là, sempre nella sua sartoria di Via Ospedale a Spadafora, dove il maestro sarto, Domenico Costantino,  oggi 70enne, esercita ancora la sua attività da ben 58 anni. L'intuito e le idee originali di Domenico hanno dato origine  ad una linea di abbigliamento di grande qualità.

Diplomatosi il 13 ottobre 1959 presso la "Scuola Moderna Internazionale" di Torino, condotta dal prof.Rocco Aloi, ha partecipato a defilè nazionali, ottenendo grandi successi. Socio del "Circolo Maestri Sarti" di Messina, dalla sua scuola sono usciti tanti giovani sarti.

"U Viddanu"

Ago 18, 2019

 

Oggi sono rimasti pochi, in questa nostra Italia,  ad esercitare il mestiere del ''contadino''. Il mestiere "du viddanu" incomincia la mattina all'alba e finisce la sera al calar del sole, con un breve intervallo per consumare un pasto a mezzogiorno. Nei ricordi del contadino  c'e in perticolare la coltivazione del grano. Tale coltivazione iniziava con l'aratura di maggio. Fino alla fine degli anni '40 l'aratura veniva eseguita con il tradizionale aratro di legno tirato dai buoi. L'aratura richiedeva la perizia del contadino e l'addestramento delle bestie.

L'accuratezza con la quale veniva eseguita, consisteva anche nella preparazione delle parti in legno che componevano l'aratro e che il contadino costruiva personalmente (ad eccezione del vomere in ferro), con l'esperienza trasmessa da padre in figlio,  lo rendeva abile e sicuro. L'aratura veniva esercitata sia a maggio che a settembre ed ai primi di dicembre per la semina. Prima della semina,  tracciava con l'aratro dei solchi paralleli, a distanza di 8-10 metri e scomponeva il campo in strisce aventi la stessa larghezza ; ogni striscia veniva percorsa in tutta la sua lunghezza dal seminatore che con ampi gesti "sventagliava" il grano uniformemente. In questi gesti, antichi come il mondo, il contadino affidava le sue speranze alla terra e  richiedeva la benedizione dal cielo. Lo stesso procedimento si eseguiva per la semina dei piselli e delle lenticchie. Ai primi tepori primaverili, il grano seminato germogliava e cresceva ; tra la fine di marzo e i primi di maggio, il campo si doveva "zzappuliari", che  consisteva nell'usare le mani e una zappetta leggera con la quale venivano estirpate le erbacce e rimosso il terreno in superficie, in modo da favorire l'accrescimento del grano.

Nonostante il contadino facesse il suo lavoro con cura,  non bastava : occorrevano acqua e sole. Se la pioggia tardava o non veniva , era compromesso l'intero raccolto.

E veniva il tempo della mietitura.... La giornata del mietitore era particolarmente lunga e pesante : dall'alba al tramonto si usava "a fauci" (falce) e si cantava per alleggerire la fatica. Il raccolto veniva depositato a terra e raggruppato in "manneddi", legati con "liami" e trasportati al mulino, che si trovava nell'attuale zona Riolo.

Ora la figura del "viddanu" va scomparendo e i metodi di coltivazione sono cambiati. L'aratro trascinato dai buoi ha ceduto il posto alle motozappe, mentre nelle campagne viene impiegato il trattore ; i sistemi d'irrigazione, di concimazione sono più moderni con l'impiego di sofisticate tecnologie.

La fatica è stata certamente ridotta ma permane l'amore della semina, della crescita delle piante, dell'attesa del frutto, della soddisfazione del raccolto... , sentimenti antichi che ormai pochi hanno ancora  dentro di sé.

"U scapparu"

Ago 18, 2019

- di Rosario Fodale -

 

Placido Amico

 

La vita degli artigiani di un tempo era fatta di sacrifici, di stenti, di privazioni, ma quella del calzolaio lo era particolarmente, in quanto  un mestiere scarsamente retribuito.

In genere l'attività del calzolaio consisteva nell'aggiustare le scarpe rotte: le risuolava, le ricuciva, rifaceva i tacchi e le punte, rattoppava suole e tomaie.

Per tutti, sfoggiare un paio di scarpe nuove era un evento che riscuoteva ammirazione, perché molti erano quelli che camminavano scalzi.

Anche se l'attività primaria del calzolaio di un tempo era la riparazione delle scarpe, quasi tutti sapevano fare scarpe nuove, dietro ordinazione. Il cliente si rivolgeva al suo calzolaio di fiducia e gli esponeva le sue esigenze : scarpe pesanti da campagna, oppure scarpe "fini" da passeggio con pellame di capretto.

Incontro dopo un po' di passi nel vialone Europa, di questa Messina, un vecchio calzolaio. Mi avvicino perché sento che ha voglia di parlare. Si lamenta che ha poco lavoro.

Osservo i suoi strumenti di lavoro : a banchitta ovvero una panca di legno a cui si siede per appoggiare i vari utensili (trincetto, lesina, raspa, strappa trincetto, brogna, rotellina, spago, chiodi di varie dimensioni, forme di ferro e di legno, lampa per riscaldare i ferri, mastice, tintura, tenaglie, pinze, tacchetti per uomo e donna, spazzola, giravite, tira-forme).

«Sono nato figlio d'arte - esordisce Placido Amico - mio padre Natale è stato il mo maestro, praticamente questo mestiere, allora, si tramandava di generazione in generazione, con tanta competenza. E sono 94 anni che faccio questo lavoro».

Si lamenta dei giovani che portano scarpe che non si possono aggiustare, non si fanno più i lavori  per le donne che usano scarpe in gomma, ed anche gli anziani gli danno poco lavoro.

Ricevuto il permesso gli faccio delle foto. Mi fa bene sentire che questo è un uomo appassionato al suo mestiere, uno che ha ancora voglia di lavorare.

Alla fine dell'interessante chiacchierata mi dice che è del ‘12, precisamente del 16 luglio, sono quasi 96 anni. Il suo parlare è una lode alle cose che ci sono anche quando è un parlare un pò sgomento o polemico.

Placido è un mastro calzolaio che in barba agli anni che inesorabilmente passano, nella sua bottega, ubicata al numero 223, lavora ancora sul cuoio.

( Foto di Giuseppe Romeo (Sig.Romeo - apprendista))

Non si tratta di spettri che lavorano presso qualche nota compagnia aerea, ma di spiriti che nel corso della loro esistenza terrena, per motivi a noi sconosciuti "persero la testa". La persero proprio, dato che furono decapitati per aver commesso chissà quale fattaccio.

Criminali, rivoluzionari, truffatori di ogni tempo, oggi ridotti a povere anime sofferenti, rimaste legate al luogo dove vissero la loro personale tragedia e con l'unico svago di apparire occasionalmente a qualche malcapitato, che non sa di essere un sensitivo, per terrorizzarlo o per avere da lui qualche parola di conforto, tipo: "Dai, non prendertela, sapessi quanta gente oggi non tiene la testa sulle spalle!".

Ma vediamo qualche caso.

Una sera di alcuni anni fa ricevetti una telefonata da un amico, Pippo, che fa il poliziotto, il quale mi disse con voce seria: "Sai, nella caserma dove attualmente presto servizio accadono cose strane, in special modo la notte..."

In breve mi mise a conoscenza di ogni particolare...tenebroso.

Lo scopo della sua chiamata era quello di convincermi a "visitare"  il luogo in questione nel tentativo di ravvisare eventuali "presenze invisibili", così da svelare l'arcano. Gli spiegai che non ero un sensitivo e quindi non avrei potuto captare vibrazioni provenienti da altre dimensioni. Doveva accontentarsi dell'intervento di uno studioso dell'occulto, quale io sono, e nulla più. Accettò lo stesso, convinto che avrei comunque risolto il suo problema.

Cosa dunque accadeva in quella caserma?

Secondo il racconto di Pippo e dei suoi colleghi, che conobbi quando mi recai sul posto, capitava che a tarda sera, all'improvviso, tutti i vetri delle finestre venissero bombardati da sassate paurose, ma, cosa strana, nonostante la violenza del fenomeno, mai uno di questi andò in frantumi.

Altre volte le pietrate infuriavano addirittura nei corridoi del locale. Però mai si individuò il responsabile di tali azioni, nessun estraneo fu visto aggirarsi nei dintorni della caserma.

Poi, un giorno, qualcuno notò un particolare curioso: i sassi che piombavano dall'invisibile erano di forma e colore diversi da quelli che solitamente si trovavano per strada, erano infatti triangolari e di tinta sulfurea, un genere di pietra mai vista prima dai poliziotti.

Un altro fatto insolito che capitava la sera, quando gli agenti si riunivano per vedere la tivù, era che proprio quest'ultima diventava come pazza e da sola, senza che nessuno dei presenti azionasse il telecomando, cominciava a cambiare ripetutamente canale, tanto che per fermare la sua folle corsa tra le varie reti bisognava spegnerla direttamente dall'interruttore generale.

Di notte, il meritato riposo dei poliziotti veniva disturbato da rumori e fischi che non si capiva bene da dove provenissero. Ormai i poveretti avevano le scatole piene di quest'assurda storia ed erano arrivati al punto di sospettarsi a vicenda. Magari era tutta opera di qualche collega buontempone...

Però, una sera, accadde un episodio che chiarì la natura di quelle inspiegabili manifestazioni. Un agente palermitano, che stava di turno al centralino telefonico, vide con la coda dell'occhio, attraverso uno specchio, uno sconosciuto che scendeva le scale che davano al basso.

Fulmineo, andò per acchiapparlo, quando la scena che gli si presentò davanti lo lasciò di ghiaccio: l'intruso vestiva abiti antichi, procedeva con passo solenne tenendo con disinvoltura la propria testa sanguinante sotto il braccio e per fortuna non degnò neanche di uno sguardo il povero poliziotto, che altrimenti ci sarebbe rimasto secco.

Dopo essersi ripreso, l'uomo raccontò ogni cosa ai colleghi, che, conoscendo la sua provata serietà e considerando i fatti precedenti, non tardarono a credergli.

È a questo punto che entro in scena io.

Recatomi sul posto, per prima cosa notai che la caserma sorgeva nella zona di San Raineri, luogo dove secondo la tradizione popolare venivano giustiziati i criminali tramite decapitazione, particolare questo totalmente sconosciuto agli agenti, pertanto non si può certamente parlar di autosuggestione.

Poi, con ansia, mi fu chiesto cosa fosse necessario fare per porre fine a quei fenomeni. Risposi che sicuramente sarebbe bastato celebrare uan Via Crucis all'interno del locale, senza tralasciare delle particolari invocazioni a San Michele Arcangelo, protettore dell'Arma.

Pippo mi disse che si sarebbe rivolto al loro cappellano affinché si attuasse ogni cosa da me consigliata.

Alla fine salutai i poliziotti e mi congedai da loro.

Seppi in seguito che proprio grazie alle mie raccomandazioni ogni fenomeno ebbe fine, ma di certo non si era spenta l'immane sofferenza di quell'anima in pena, che forse cercava solo di comunicare, nell'unico modo che conosceva, la sua orribile tragedia a chi aveva la fortuna di vivere ancora.

Dal libro "Fatti spiritici e diabolici nel messinese" di Giandomenico Ruta edito da Armando Siciliano Editore
"Si ringrazia Giandomenico Ruta e l’editore per l’autorizzazione"

 

L'Etna sarà proclamato a giugno patrimonio dell'Unesco a Phnom Penh, in Cambogia, in occasione della 37/ma sessione del Comitato del patrimonio mondiale, alla presenza dei rappresentanti di oltre 180 Paesi. Lo ha reso noto il Ministero dell'Ambiente aggiungendo che il Ministero degli Affari esteri ha comunicato l'esito positivo della valutazione del Monte Etna da parte dell'Unione internazionale per la conservazione della natura (Iucn), che ha riconosciuto l'importanza scientifica ed educativa, l'eccezionale attività eruttiva e l'ultra-millenaria notorietà del vulcano, icona del Mediterraneo".

"Il monte Etna - si legge nella dichiarazione - è rinomato per l'eccezionale livello di attività vulcanica e per le testimonianze inerenti a tale attività che risalgono a oltre 2700 anni fa.

 

La notorietà, l'importanza scientifica e i valori culturali ed educativi del sito possiedono un significato di rilevanza globale". "E' un traguardo significativo per l'Italia - ha commentato il ministro dell'Ambiente Andrea Orlando -. Il riconoscimento, come è già avvenuto recentemente con le Dolomiti, è un'opportunità per il nostro Paese per coniugare la tutela dell'ambiente con la valorizzazione del territorio, investendo così nello sviluppo sostenibile, la strada che dobbiamo percorrere". Per il ministero è un risultato importante "che riconosce l'unicità del patrimonio naturale italiano, il valore delle politiche nazionali di conservazione e il lavoro svolto negli ultimi anni dal Parco dell'Etna e dal Ministero dell'Ambiente, che nel gennaio 2012 ne ha patrocinato la candidatura".(ANSA).

La scoperta di un sepolcreto medievale insieme a resti archeologici di epoca romana. E' il risultato di quasi due mesi di lavori nella piccola chiesetta dei santi Filippo e Giacomo di Nosedo, quartiere della periferia sud di Milano. I reperti consistono in cocci, alcuni dei quali smaltati, pietre e una moneta risalente al periodo tra il 340 e il 343 dC, che raccontano di come questo territorio abbia avuto una sua parte nella Storia gia' almeno dai tempi dell'Editto di Costantino.

 

I lavori, diretti dall'Architetto Alberico Barbiano di Belgiojoso, sono stati realizzati grazie alla collaborazione tra Nocetum, la Soprintendenza per i beni archeologici, universita' Cattolica e con il contributo di Fondazione Telecom Italia.

 

Per il vicesindaco Lucia De Cesaris, quella di Nocetum, e del progetto Valle dei Monaci, e' "un'esperienza straordinaria sotto vari profili: artistico, architettonico, ma anche sociale, di recupero di una parte di Milano che non e' affatto periferica, bensi' pulsante. Nella sua opera di raccordo tra citta' urbana e agricola, nel suo contribuire a una Milano accogliente, capace di professare uguaglianza in modo profondo, nel rispetto di diritti ma anche dei doveri di ogni individuo, Nocetum - ha concluso - ha e avra' sempre il sostegno di questa Amministrazione".

 

(adnkronos)

 

Mata e Grifone

 

- di Mirella Formica -

Sulle origini dei due giganti processionali Mata e Grifone sono state avanzate numerose ipotesi, alcune suggestive ma destinate a rimanere tali in assenza di puntuali riscontri storici e d'archivio. Secondo l'erudito La Corte Cailler: "pel buon popolo messinese sono, da secoli, i fondatori della città ed anche i geni tutelari della stessa, come scrisse il Pitrè ... Ed effettiveramente nacquero in assai lontana età i due colossi, poiché durante i rifacimenti di oggi (scriveva La Corte nel 1926) sul petto del gigante si sono notati tre medaglioni, che prima nessuno aveva osservato, uno dei quali risale certamente al XIII secolo mentre gli altri due sono dei secoli susseguenti.

La Gigantessa venne rifatta completamente dopo il terremoto del 1783, essendo andata distrutta l'antica, ma la statua di Grifone è certamente della seconda metà del secolo XVI, quando la costruì Martino Montanini, fiorentino (1560), con la testa e le braccia mobili, che nel 1581 vennero fissate e forse rifatte, sul disegno precedente, da Andrea Calamecca da Carrara.


Le fonti da cui attingere notizie su questi personaggi che la credenza popolare ritiene i mitici fondatori di Messina, non sono molte a causa delle perdite di opere letterarie dovute ai continui disastri di cui la città, più volte è stata vittima. Naturalmente la credenza popolare è errata e la leggenda che ci è stata tramandata appartiene alla immaginosa letteratura che dall'inizio del medioevo va alla fine del Cinquecento.

Una prima tradizione racconta, che dopo la creazione del Regno di Sicilia, si venne a stabilire tra Messina e Palermo un'accesa rivalità in merito a quale delle due città dovesse considerarsi la legittima capitale dell'isola. Finché il Regno si mantenne autonomo, sotto i Normanni e gli Svevi, la polemica restò latente e Messina si accontentò di accumulare privilegi e vantaggi economici legati all'esportazione commerciale e alla sua attività portuale.


La polemica divampò aspra e furiosa nel '500, alimentata dai vari Governi vicereali e dalla stessa corte di Spagna. In appoggio alle rispettive tesi, ambedue le città esibivano titoli storici e prerogative regie di eguale peso. I messinesi asserivano che la loro città era stata capitale della Sicilia sotto i Romani e i Bizantini, mentre Palermo lo era divenuta sotto gli Arabi.

Palermo, invece, contestava come falsi e apocrifi tutti i privilegi dichiarati da Messina. Ai tempi della dominazione spagnola, Filippo II se ne lavò le mani e stabilì che i viceré di Sicilia trascorressero 18 mesi del loro incarico triennale nella città di Messina. Restando così le cose, la diatriba si spostò allora sui titoli di nobiltà che a quel tempo erano dati in modo preminente dalla precedenza di fondazione.

Messina, in questo campo, pareva primeggiare potendo collocare la data ufficiale della sua nascita tra il 757 e il 730 a. C., se non addirittura ancora prima, ai tempi dei Sicani e dei Siculi.


Ora avvenne che a quel tempo alcune leggi spagnole privarono del titolo di cittadinanza gli ebrei di Sicilia e anche Palermo dovette procedere all'espulsione dei propri ebrei. Costoro, che naturalmente non volevano andarsene -detenendo la maggior parte della finanza locale, cercarono di propiziarsi il Senato palermitano e riuscirono a ingraziarselo asserendo di aver scoperto una lapide antichissima recante un'iscrizione caldea. I Caldei, narra la Bibbia, erano popoli vissuti molto prima dei Calcidesi di Eubea, ritenuti i colonizzatori di Messina, allora detta Zancle.

Se le cose stavano così, Palermo poteva perciò vantare un diritto di priorità di fondazione e quindi acquisire, per anzianità storica, un titolo nobiliare superiore a quello di Messina. L'iscrizione lapidaria, alla fine, si dimostrò araba e appartenente ad un periodo compreso tra il V e il  VIIi sec. d. C.

I messinesi, comunque, appresa la notizia, si diedero subito da fare per ritrovarsi anche loro un titolo di più antica nobiltà. Nacque così il mito del gigante nero e della gigantessa bianca, lui di nome Cam figlio di Noè, da cui discendevano tutte le genti d'Africa e lei di nome Rea, la magna mater greca degli dei maggiori. L'abbinamento dei due nomi di Cam e Rea potrebbe collegarsi a Camaro, in dialetto i Cammari e di Antenna a mare, in dialetto 'Ntinnammari.

Ma anche la storiella messinese, messa su alla meno peggio, sapeva di posticcio e di inattendibile. Si cercò allora di attribuire al gigante anche il nome di Zanclo, primo re dei Siculi o anche di Saturno, che una leggenda afferma sia venuto a perdere la sua falce da queste parti e la cui orma avrebbe creato l'arco falcato del porto di Messina. A lei si diede anche il nome di Cibele, la feconda dea latina protettrice delle messi. È giudizio di alcuni studiosi che la leggenda del Gigante nero e della gigantessa bianca, possa aver avuto origine in tempi più recenti, e lo stesso colore della pelle del gigante fa pensare alla dominazione araba in Sicilia, che ebbe luogo dall'827 al 1072 circa. La mitologia nostrana, infatti, né latina né greca, ricorda alcun eponimo nume con la pelle nera.

Un'altra leggenda vuole invece che un gigantesco moro di nome Hassam Ibn-Hammar, sbarcato nei pressi di Messina verso i1964 con una cinquantina dei suoi compagni pirati, si sia niesso a depredare tutt'intorno alla città e in particolare tra Camaro e Dinnammare, denominazioni appunto che potrebbero essere derivate da Ibn-Hammar.

Un giorno, durante una delle sue solite scorrerie, egli vide una bella fanciulla di nome Marta, in dialetto Mata, figlia di tal Cosimo II di Castellaccio, della quale s'innamorò follemente. Era costei di nobile e ricca casata, di figura molto alta e forte, ma altrettanto virtuosa e castigata e, per di più, solida e convinta praticante della religione cristiana. Hassam, innamorato cotto, la chiese in sposa, ma essendo musulmano, saraceno e predone, ottenne un netto rifiuto. Salito su tutte le furie, per vendicarsi tornò a depredare e ad uccidere con una ferocia maggiore di prima. I genitori della ragazza, spaventati da tanto sanguinario furore, di nascosto, fecero salire Mata su un carro coperto e l'andarono a nascondere nei loro possedimenti. II Moro, saputo il fatto, non ci vide più dagli occhi e sguinzagliò i suoi sicari in tutte le direzioni. Costoro, un po' con le lusinghe, un po' con le torture, a furia di cercare, alla fine riuscirono a trovare il nascondiglio di Mata. Hassam radunò quanta più gente poté ° di notte, furtivamente, assaltò la casa in cui era stata nascosta e la rapì.

Alcune fonti fanno anche menzione di un poco attendibile torneo in cui il Moro vinse il padre di Mata ottenendone così la mano. Ma ottenere la mano non significò per Hassam ottenere anche il cuore di Mata che si chiuse in un ostinato mutismo e che nulla volle concedergli, nemmeno un bacio.

Egli, ora con furore e ora suadente, ora colmandola di doni e ora privandola persino del necessario, fece di tutto per farsi arrivare. Mata, sorda a tutti gli allettamenti e per nulla impaurita dalle minacce, trovava forza e animo nella preghiera e restava gelida.

Così alla fine il crudele saraceno, per amore di lei, si fece cristiano, cambiò nome in Grifo, Grifone per la sua altezza, e ricevette il battesimo, appendendo la spada al chiodo e dedicandosi d'allora in poi solo alla coltivazione dei campi e alle opere di beneficenza, in pace e in armonia con tutti.

La casta Mata, commossa e ammirata per quel pentimento, piano piano finì per essere presa d'amore per lui, che poi doveva essere anche un bell'uomo come si vede dalla stupenda testa nera e riccioluta che si crede opera del Calamech, e accettò di amarlo.


Naturalmente la leggenda su Mata e Grifone non si ferma qui. L' aneddotica locale vuole che i due personaggi di questo nome siano stati fatti prigionieri dal conte Ruggero il Normanno quando, nel 1061, liberò Messina dalla dominazione araba. Egli, dopo aver liberato l'isola, tornò a Messina e il 12 agosto 1086 volle solennizzare la sua vittoria con una grande sfilata in città. In quella circostanza ordinò che i principi della città assistessero al suo trionfo a cavallo dei loro destrieri, davanti al Duomo. Egli intanto, circondato dai suoi più alti dignitari, si empiva di gloria a dorso di un cammello, mentre i prigionieri di bassa forza venivano trascinati in catene, irrisi e percossi tanto da far loro maledire la sorte avversa.

Non ripetuta più negli anni seguenti, l'usanza di festeggiare l'avvenimento fu ripristinata, probabilmente, dal 22 settembre 1197 e d'allora in poi si ripeté negli anni successivi in diversi modi, fino a giungere alla tradizione attuale.

Tra le versioni più diffuse, giova ricordare quella che trae interpretazione dagli stessi nomi dei giganti. Griffones, infatti, nel medioevo era termine spregiativo che i messinesi usavano per indicare i Bizantini. Mata potrebbe perciò collegarsi al significato di ammazza, secondo l'interpretazione che qualche storico dà del toponimo dell'ex forte e castello di Roccaguelfonia, oggi Cristo Re e un tempo detto anche Matagrifone. L'interpretazione potrebbe quindi alludere alla rivolta di Messina contro i Bizantini. Non è neanche improbabile che Grifone possa anche rappresentare il Musulmano conquistatore di Messina e che le due statue un tempo partissero da luoghi diversi per incontrarsi a metà strada e "sposarsi".

I Giganti presero l'attuale posizione equestre nel 1723, infatti, nel passato non avevano forma stabile ma venivano di volta in volta montati e vestiti per l'occasione e, dopo il trasporto, smontati e spogliati, ridotti alle parti essenziali, cioè i personaggi lignei di Mata e Grifone e le teste dei cavalli. Tale tipologia originaria li rende maggiormente accostabili ad altri consimili Giganti concepiti in aree in aree rientranti nell'orbita culturale messinese, che probabilmente sono stati modellati sui Giganti di Messina, ad esempio i Giganti di Mistretta e quelli di Palmi.

L' ideologia complessiva di questi gruppi statuari pare possa essere ricondotta da un lato ad esigenze di patriottismo municípalistico, molto sentite nei '500 quando le città facevano a gara per dimostrare la propria antichità attraverso la esibizione di ciclopici resti ossei, rinvenuti durante scavi ed attribuiti ad ipotetici giganti, primi abítatori del sito; d'altro canto le modalità di messa in opera e le dinamiche di fruizione, squisitamente popolari, dei due Colossi, mostrano che anche questa particolarissima machina festiva ha subìto nel corso dei secoli una serie di plasmazioni.

Danneggiati dal terremoto del 1908, ma degradati dall'inclemenza del tempo, dalla trascuratezza degli amministratori e dall'insulto dei vandali, i Giganti o Gilanti, come affettuosamente erano allora intesi dal popolo, tornarono ad essere portati in trionfo per la città nel 1926.

Sospese le feste di mezzagosto, in conseguenza della guerra del 1940-45, l'usanza di riportare in giro per la città le due statue riprese nel 1951 e dall'ora in poi essa è stata ripetuta tutti gli anni successivi. La testa lignea del Grifone, interamente vuota, oggi si presenta ornata di un bel paio di orecchini a mezza luna ed è coronata da foglie di alloro. Il suo petto è ricoperto da una armatura ondulata che termina con una corta tunica bianca, con fregi in oro. Sulle spalle reca un manto di velluto rosso. Il suo cavallo oggi è di colore marrone scuro ed egli lo governa reggendo le redini con la mano sinistra. Al braccio sinistro ostenta uno scudo in legno, leggermente ovale, istoriato con un castello a tre torri nere poste in campo verde e con merli d'oro intorno. Con la destra impugna una specie di mazza. Al fianco sinistro gli pende una bella spada del XVI secolo con impugnatura a croce sovrastata da una testa di leone. Agli estremi dell'elsa spiccano due artistiche teste d'aquila.

La testa di Mata, scolpita verso il 1570, venne poi fatta (distrutta nel terremoto del 1783) e rifatta da Santi Siracusa che la volle "prosperosa... civettuola e con sulla gota il rituale neo settecentesco". Oggi essa si presenta con un volto tipicamente meridionale scolpito nel 1958.

Cavalca con maestà un bel cavallo bianco e indossa un'armatura a corpetto di colore blu con ricami in oro, al di sopra di un' ampia e corta gonna bianca. Un bel mantello blu le incornicia 1le spalle e s'adagia sul posteriore del cavallo. Nella mano sinistra regge un mazzetto di fiori e con la destra impugna una lancia. Attorno al collo reca un filo di perle e sulla testa porta con maestà una corona di foglie d'alloro con sul davanti un castelletto a tre torri. Dalle orecchie le scendono due pendagli di perle. Alcuni giorni prima del ferragosto i due giganti sono condotti in un piccolo slargo a lato della corsia discendente dello svincolo autostradale di Camaro, ritenuto luogo di nascita di Mata, e lasciati all'ammirazione dei visitatori locali e dei turisti. Il 13 agosto vengono prelevati e, dopo aver fatto percorrere in lenta e festosa passeggiata la zona sud della città, sono sistemati in largo Minutoli, di fronte al Municipio. Il 14 tornano ad essere prelevati e condotti, sempre in lenta e festosa passeggiata, lungo la zona nord della città, per poi tornare ad essere ricettati in largo Minutoli.

Un tempo, seguendo un'antica tradizione, venivano trascinati da una nutrita squadra di pescatori incostume. Oggi, invece, sono trainati in tandem da un trattore e preceduti da una lunga sfilata di grup­pi folcloristici e bande musicali e da folta folla vociante. Lunga il percorso sostano diverse volte e in diversi luoghi ed in particolare in piazza Unità d'Italia, per consentire, ad una delegazione dei gruppi di accedere nel salone di rappresentanza del palazzo della Prefettura ed esibirsi in un allegro e improvvisato concerto in onore del prefetto e dei suoi ospiti. Durante l'anno i giganti sono custo­diti in un deposito di via Catania, faccia al muro!

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