Login to your account

Username *
Password *
Remember Me
MESSANENSI

MESSANENSI

Riceviamo e pubblichiamo

 

Chi ha veramente a cuore lo sviluppo del tessuto imprenditoriale in Sicilia e rappresenta soluzioni concrete per garantirlo?

Ci troviamo in una fase davvero critica per la nostra Terra e non vediamo scelte politico-istituzionali che aiutino concretamente le imprese a scommettere ed investire in Sicilia.

La politica, gli organismi di rappresentanza datoriale e sindacale, le banche, i burocrati e quanti altri hanno in mano le leve del potere non stanno dando segnali precisi di accelerazione e semplificazione delle politiche di sviluppo.

A causa di ciò, le imprese muoiono di burocrazia e di mancato accesso al credito, annaspano dietro leggi obsolete o inique  e vi è la necessità di dare una svolta precisa in alcune direzioni chiave.

 

Senza lavoro e senza sviluppo produttivo non c’è futuro:

oggi il problema delle imprese che ancora credono ad un futuro è la malaburocrazia e, in conseguenza di ciò, il difficile accesso al credito. Capiamo che è complicato credere “a priori” nella bontà di un’impresa, ma non si può pensare che l’impresa debba attendere tempi indefiniti per far partire un progetto di sviluppo o accumulare crediti senza certezza di tempi di pagamento. Occorre allora una scelta di campo, occorre che il Governo decida di credere nel tessuto imprenditoriale, metta in campo strumenti seri sul fronte dell’accelerazione delle procedure (“con tutti i controlli a posteriori necessari”), dell’aiuto allo start up giovanile, del credito d’imposta, dei tempi di pagamento certi. Non servirà allora aiutare le imprese nell’accesso al credito, perché saranno forti nella contrattazione con le banche delle certezze di cui sopra. Inoltre, credere nell’impresa genera lavoro e propone un modello meritocratico di sviluppo e mai più assistenziale. Anche nel settore formativo occorre puntare prioritariamente sulla capacità delle imprese di fare formazione continua, sbloccando i fondi in questa direzione - legge 236/93.

 

La povertà:

mentre si ricostruisce un tessuto produttivo, occorre arginare la povertà dilagante e la Regione ha bisogno di puntare sul Welfare solidaristico che funziona, che è capace di costruire reti di protezione sociale, che anima processi di inclusione socio-lavorativa. In Sicilia c’è una concreta e cospicua presenza di reti di welfare che va sostenuta per progetti mirati e concreti (“senza dare soldi a pioggia, dato che poi la pioggia con il sole si asciuga e scompare”). La sperimentazione di progetti di rete sulla povertà, che ha messo in campo esperienze ecclesiali e laiche, così come la positiva esperienza del microcredito, sono modelli da perseguire ed implementare.

 

Le politiche socio-sanitarie:

da anni ci battiamo perché in Sicilia si riconosca il valore della persona, portatrice di bisogni e titolare di diritti esigibili. Il Sistema sociale e sanitario attuale lascia moltissime persone prive di servizi ed incapaci di tutela. Manca per le persone e le famiglie fragili la concreta possibilità di ottenere una risposta certa ad una domanda di tutele. Alla Commissione Bilancio dell’ARS ho presentato - in qualità di Garante - un articolo per la costituzione di un fondo per la disabilità, un concetto molto articolato per dare certezza dell’esigibilità dei diritti.

Non sappiamo ancora quanto si potrà resistere e non certo perché le imprese siciliane non sanno stare sul mercato, bensì perché si vuole mantenere un’idea di Terra del sottosviluppo, dell’illegalità, del collateralismo, così da poter continuare a fare finta di porgere la mano in segno di aiuto e sorprendersi perché aumentano i fenomeni di povertà, di microcriminalità, di usura, di suicidio.

La crisi delle imprese mette in crisi le persone e non sappiamo fino a quando potrà amministrarsi una politica dello stipendio e non già del lavoro, mantenendo l’ampia platea di cittadini che ricevono lo stipendio precario dalla Regione, dai Comuni, dalle partecipate e municipalizzate, dalle aziende pubbliche, dagli Enti finanziati dalla Regione.

Non vogliamo farla lunga, ma se doveste decidere di pubblicare queste poche espressioni che facciamo nell’esclusivo bene della Sicilia e mentre vediamo spegnersi la speranza nelle persone (“il capitale umano è la leva più importante per la crescita di un popolo e di un territorio”), chiediamo segnali evidenti e non solo proclami.

 

Dino Barbarossa - Presidente della Fondazione ÈBBENE

La lingua più antica del mondo risale a 15 mila anni fa e, nella preistoria, contava almeno 23 parole ancora esistenti.
Dall'Europa all'Asia gli scienziati dell'University di Reading, in Inghilterra, hanno viaggiato nel tempo e nello spazio, fino a raggiungere il cuore di un ceppo linguistico comune che si perde nella notte dei millenni.
Inclusa quella indoeuropea, la lunga ricerca ha scandagliato sette famiglie linguistiche del Continente euroasiatico, risalendo a un nucleo di 23 radici comuni: a tutti gli effetti, l'Abc della proto-lingua che, in pieno paleolitico, regolava la comunicazione di base.
L'ABC DELLA PROTOLINGUA. Nel vocabolario degli antenati c'era innanzitutto la parola «madre». Ma anche «maschio», «io», «tu», «noi», «vecchio», «mano» e «non».
Verbi di azioni frequenti come «dare», «sentire», «tirare» e anche «sputare».
Infine i nomi di piante, animali, persino colori e rituali che scandivano lo scorrere della vita quotidiana. «Fuoco», per esempio, è un concetto ricorrente in tutte le famiglie linguistiche. Al pari di «frassino» (stessa radice di «cenere»), «corteccia», «buio» e «verme».
La proto-lingua scoperta dall'informatica
La mappa delle famiglie linguistiche del mondo.

La mappa delle famiglie linguistiche del mondo.

Le radici della proto-lingua sono state ottenute rintracciando le corrispondenze tra i 200 vocaboli più usati nelle sette famiglie linguistiche studiate. Un campione di migliaia di parole, incrociate nel grande database del programma Torre di Babele.
La scoperta di Mark Pagel - biologo evoluzionista a capo del laboratorio di processing informatico che ha generato la nuova superfamiglia linguistica, è significativa non solo perché ha accomunato gli idiomi indoeuropei (tra i quali le lingue romanze e germaniche) a quelli altaici (turco e mongolo), uralici (finlandese e ungherese) e di altre famiglie asiatiche prese in esame.
PRIME SCRITTE 5 MILA ANNI FA. Prima del team di Pagel, nessuna ricerca linguistica era mai riuscita a datare una lingua prima dei 10 mila anni di età.
Le prime tracce di scrittura dell'uomo risalgono invece a circa 5 mila anni fa. «Il latino viene indicato una lingua morta, invece è quasi l'ultimo nato», ha ironizzato lo scienziato inglese.
LA STATISTICA SUPERA LA STORIA. Per ricostruire l'evoluzione del linguaggio nei millenni, il gruppo di Reading non ha usato il metodo comparativo tipico dei glottologi, che prende fonti e documenti storici come cartina di tornasole per verificare le caratteristiche lessicali e grammaticali delle lingue estinte.
Ma, come per altre indagini passate, il laboratorio informatico ha adottato modelli statistici di estrazione dati, privilegiando i sistemi astratti alla ricerca sul campo.
La parole più usate appartengono a più famiglie
La protolingua comune a sette famiglie risale a 15 mila anni fa.

La protolingua comune a sette famiglie risale a 15 mila anni fa.

La convinzione che le leggi matematiche possano individuare - come anche in campo medico e biologico - la genesi e i percorsi delle lingue umane si basano sulla scoperta, nel 2007, che alcune leggi biologiche sull'evoluzione valgono anche nella linguistica.
Quanto più, per esempio, una parola è usata nel linguaggio comune, tanto più raramente è destinata a cambiare nel corso degli anni. Lo stesso avviene per i geni più forti, portatori di informazioni ereditarie più caratterizzanti. Non è un caso che i verbi di base, necessari per comunicare, siano anche quelli conservano le declinazioni più irregolari, di struttura simile alle lingue antiche.
LA FORZA DELLE PAROLE COMUNI. Prima di selezionare il campione da incrociare al computer, Pagel e colleghi erano arrivati a concludere che le parole pronunciate più di una volta ogni 1.000 parole (in media, circa 16 volte al giorno) mutano così lentamente, da poter essere rintracciate in almeno due famiglie linguistiche diverse.
Come i corpi vivi, le lingue cambiano e si adattano all'ambiente. Ma la loro radice resiste e, come una matrice primordiale, custodisce i concetti essenziali del pensiero. Questa semplice legge della vita è la chiave, sembra, per la Babele delle lingue e della storia.

 

(lettera43.it)

Una città sepolta nella sabbia marina per oltre 1200 anni, le cui rovine sono state scoperte nel 2000 a 30 metri sotto il livello del mare ad Abukir, vicino ad Alessandria. A distanza di 13 anni dal ritrovamento è stato confermato il suo nome: si tratta della città di Heracleion, per i greci, conosciuta anche come Thonis dagli antichi egizi.

Fu scoperta come si è detto nel 2000, durante un viaggio di studi del dottor Franck Goddio ed il suo team dello IEASM ( European Institute for Underwater Archheology ). Dopo oltre 4 anni di ricerche geofisiche e 13 di scavi, i misteri della città scomparsa si stanno svelando a poco a poco.

Il professor Barry Cunliffe, un archeologo dell’Università di Oxford che ha partecipato agli scavi, ha asserito in un comunicato stampa: “È una scoperta archeologica travolgente! Reperti distesi sul fondo del mare, ricoperti e protetti dalla sabbia, sono stati stupendamente conservati per secoli”.

Sorprendentemente quindi, ci troviamo davanti a reperti ben conservati che raccontano di un vivace porto antico, centro nevralgico del commercio internazionale, ma anche di un attivo centro religioso. Un documentario racconta dettagliatamente i momenti del ritrovamento.

Quello che ne emerge, di conseguenza, è che Thonis-Heracleion sarebbe stato un punto di riferimento commerciale importante per gli scambi di merci e beni tra il Mediterraneo ed il Nilo.

Sono state ritrovati tantissimi ancoraggi, più di 700, monete d’oro, alcune appartenenti ad Atene, che non si sono mai trovate in un sito egiziano, ed altre invece con simboli egizi.

Finora sono stati dissotterrati 64 antichi relitti di navi, stele di grandi dimensioni con scritte egiziane e greco antico, manufatti religiosi.

È stata rinvenuta una grande statua di granito rosso di carattere religioso, una scultura di pietra alta più di 5 metri e mezzo, la stele richiesta dal faraone Nectanebo I (378 – 362 a.c.) che rievoca nell’aspetto la stele di Naucrati conservata presso il Museo Egizio del Cairo, e tanto altro ancora.

Nonostante l’entusiasmo generale, una domanda salta alla mente: perché è affondata Heracleion?
Questo rimane un mistero in gran parte ancora irrisolto, e circa il quale gli esperti non si esprimono con assoluta certezza.

La squadra di Goddio ipotizza che la causa debba essere ricercata nelle caratteristiche argillose del suo fondale che, in caso di terremoto, possono aver potuto provocare una distruzione di tale portata.

In sostanza, potrebbe esserci stato un terremoto, e la particolare conformazione argillosa del terreno, non avrebbe retto il peso dei grandi edifici della città, che sarebbe stata quindi inghiottita dal mare.

Tuttavia le ipotesi sono ancora tante e la verità tutta da sviscerare.

Il ritrovamento dei reperti archeologici di Heracleion coadiuverà gli storici nella ricostruzione dei fatti, un compito appassionante per tutti gli archeologi subacquei che stanno cercando di dare nuovamente luce a questa città.

Attraverso cocci di storia essi daranno vita ad un altro puzzle affascinante di quelle terre faraoniche d’Egitto che da secoli seducono il mondo, permettendo così di scrivere nuove pagine nei libri di storia.

 

(oubliettemagazine.com)

- di Nadia Trovatello -

Al dio romano Giano, quì raffigurato non secondo la sua iconografia tradizionale, ma come il dio Acquario che siede sul globo terrestre circondato dallo Zodiaco, è dedicata la fontana posta all'inizio del centralissimo Corso Cavour,  arteria fondamentale nel traffico cittadino messinese, e la via XXIV Maggio.

Appropriata e simbolica è tale collocazione, in quanto proprio al dio Giano, nel culto religioso latino, era affidata la protezione delle porte cittadine, delle entrate e delle uscite, rendendo animosa ogni partenza e felice ogni ritorno.

Ricorda quì, con questo suo atto di versare acqua da una brocca verso il popolo messinese, la sua duplice valenza divina, quella profetica e quella legata alla fertilità della terra.

Anche a Messina il culto di Giano bifronte, come dimostrano i  resti archeologici relativi alla presenza di un tempio dedicato allo stesso dio proprio nella zona in cui è collocata la fontana, e la stessa tradizione cittadina, era molto sentito, e nulla si intraprendeva d'arduo senza propiziarsene la benevolenza, soprattutto all'incedere della stagione invernale.

In fondo alla via Sant'Agostino, nella piazza Basicò, è stata collocata la fontana che nel 1842, in occasione delle feste secolari della Madonna della Lettera, fu commissionata all'architetto Carlo Falconieri e inaugurata l'anno dopo in piazza Ottagona (ora Filippo Juvarra).

Ha base ottagonale, con vasca a forma composita, contornata da altre piccole vasche portanti quattro mostri con corpo di cavallo ma con teste d'uomo, di uccello, di pesce, di leone; nel mezzo della vasca un basamento marmoreo sorregge una vasca più piccola dal centro della quale sorge una stele con ornamenti vari.

Tratto dal libro "Messina artistica e monumentale" edito dall'Azienda Autonoma di Soggiorno e Turismo di Messina, che si ringrazia per l'autorizzazione a pubblicare nel sito.

- di Mirella Formica -

La realizzazione della Fontana di Orione è in stretta connessione con la costruzione del primo acquedotto messinese poiché, vista la necessità nel XVI secolo di un maggiore approvvigionamento idrico, fu indi-pensabile canalizzare le acque del Camaro. Il progetto ideato dall'architetto Francesco La Cameola venne iniziato intorno al 1530 e  l'impresa risultò alquanto ardua a causa del perforamento di gallerie attraverso i colli Peloritani. L'inaugurazione fu celebrata nel giorno della solenne festività del Corpus Domini del 1547, dinnanzi al Magistrato ed alla cittadinanza riunita nella piazza della Cattedrale, allora Piano di Santa Maria la Nuova. Tra i molteplici festeggiamenti, le acque allacciate alla nuova conduttura ed introdotte per la porta dei Gentili furono viste scorrere da una piccola fontana provvisoria fino a quando al suo posto venne

L'arrivo del Montorsoli a Messina determinò un rinnovamento in tutta la cultura siciliana del Cinquecento. L'artista nel settembre del 1547 era già a Messina insieme all'allievo Martino Montanini. Assunta la carica di capo mastro scultore di fontane con lo stipendio di onze 110 e provvisto di alloggio a spese della città, provvide subito all'acquisto di marmi di Carrara e di altri blocchi che poté trovare a Messina. Questi vennero depositati nei magazzini della Munizione ed egli cominciò insieme ai lavoranti a preparare i vari pezzi della fontana, la quale doveva rappresentare il trionfo di Orione mitico fondatore della città, l'antica Zancle. Attesta il Vasari che l'opera venne "con molta prestezza ultimata" ma, nonostante ciò, trascorsero sei anni prima che la fontana potesse essere collocata nella piazza, come si ricava da una epigrafe datata 1553 scoperta nella galleria sotterranea del medesimo fonte. L'iscrizione conferma la data riportata dal Maurolico, contraria-mente a quella dell'anno 1551 sostenuta dal Buonfiglio.              .

Lo schema compositivo della fontana, a forma di piramide, con le coppe sovrapposte versanti acqua su di uno stelo variamente decorato, e con in cima un gruppo statuario, era allora un elemento acqui­sito alla decorazione rinascimentale, e non mancavano esempi illustri donatelliani e verrocchieschi nei cortili dei palazzi fiorentini. Preziosi antecedenti dell'Orione potrebbero anche riconoscersi in quelli della fontana del Giardino dei Boboli e delle due fonti della Villa del Castello a Firenze, crea­te da Nicolò Pericoli detto il Tribolo. Ma nella fontana del Montorsoli, se lo schema compositivo non è difforme da questi precedenti, assai maggiore è l'armonia degli elementi volumetrici e strutturali e la grazia delle decorazioni, che adeguandosi alla concezione letteraria che sta al. sottofondo del­ l'opera, si risolvono in ritmi e modulazioni assai eleganti.

La fontana è dedicata al mitico gigante Orione al quale una favolosa tradizione attribuisce la fonda­zione della città. Su di un basamento poligonale di dodici lati sono quattro vasche dentro le quali versano acqua dalle anfore quattro statue maschili, adagiate sul fianco. Esse rappresentano quattro fiumi: il Nilo, il Tevere, l'Ebro ed il Camaro. Il bordo della vasca è ornato di formelle rettangola­ri ed ovali raccordate da cornici ed elementi decorativi. Sotto ogni simulacro fluviale sono appo­sti distici latini che illustrano i simboli ed i bassorilievi scolpiti; ai lati di ognuno di essi sono due targhe ovali anch'esse istoriate.

Nella formella sotto la statua che simboleggia il Nilo è scolpito il fiume come gigante disteso tra palme e canne, con sette puttini (le sette bocche del delta) variamente posti, forse ispirato dall'el­lenistico Nilo dei Musei Vaticani; nelle targhe ovali è rappresentato il pastorello Aci (l'amante di Galatea) lapidato da Polifemo, da una parte, e dall'altra l'idillio di Pomona e Vertumnio. Sotto la statua del Tevere è incisa la lupa con i gemelli e nelle targhe contigue Narciso trasformato in fonte e Atteone trasformato in cervo di fronte a Diana, candidamente nuda al bagno. Poi, sotto il fiume Ebro sono scolpite l'Aquila spagnola e le Colonne d'Ercole (emblema di Carlo V), Atlante da una parte e dall'altra Ercole e le Ninfe nel Giardino delle Esperidi; nelle targhe Pegaso che sale in Elicona per farvi sgorgare 1'Ippocrene, ed Europa rapita dal toro. Sotto la quarta statua, raffigu­rante il Camaro, assai modesto torrente messinese di fronte ai grandi fiumi, è scolpita una porta della città con una immagine femminile rappresentante Messina in atto di invitare il fiume ad immettersi; nelle formelle è narrata la storia di Frisso ed Elle sull'Ariete d'Oro mentre sprofondano nelle acque marine che poi dai lei presero il nome di Ellesponto. Le figure che sono rappresentate nelle formelle si ispirano, per lo più, a soggetti tratti dalle Metamorfosi di Ovidio.

Otto mostri marini in pietra scura completano e ravvivano con la diversa tonalità di colore la conca marmorea. Al centro della vasca quattro sirene alate decorano gli angoli della base quadrata, i cui lati sono ricoperti dalle ali dispiegate e dalle code ricurve delle quattro figurazioni acquatiche. Su di essa poggiano altrettanti tritoni-cariatidi, con le braccia converse sopra la testa e le code intrecciate, che sostengono una prima coppa ornata con motivi rinascimentali, e quattro Meduse, le cui chiome si intrecciano sull'orlo circolare della coppa. Dalla coppa emergono tre Najadi, che con aggraziato movimento di danza reggono la seconda tazza, anche questa decorata con motivi rinascimentali. Nella parte superiore quattro puttini a cavallo ai delfini reggono un globo sul quale si eleva Orione, col cane Sirio, la mano destra aperta in segno di saluto e la sinistra appoggiata allo scudo, nel quale campeggia lo stemma di Messina.

Mano a mano che la struttura della colonna si sviluppa verso l'alto, le sculture diminuiscono in dimensione ed aumentano in tensione e movimento. Da una posizione statica delle sirene, si passa all'intreccio delle code dei tritoni che impediscono qualsiasi movimento e gradualmente la corposità perde ogni pesantezza per assumere leggerezza di ritmo nelle figure sottili ed aggraziate delle Najadi sino ad arrivare al culmine dell'azione con la sfrenata cavalcata sui delfini dei piccoli putti che con grande vivacità tengono aperte le loro bocche permettendo all'acqua di zampillare.

II movimento e la posizione delle braccia innalzate delle varie figure per sostenere le coppe, guidano l'occhio dell'osservatore direttamente all'apice della fonte per enfatizzare maggiormente il trionfo di Orione.

La fontana attraverso la scenografica utilizzazione del marmo e dell'acqua, diviene depositaria di svariati messaggi in un medesimo contesto. Così la fontana di Orione, per la sua teatrale monumentalità, si rifà alla tradizione romana dei monumenti trionfali intesi come celebrazione permanente, e le figurazioni acquatiche che la compongono assumono i connotati di sculture parlanti, comunicando messaggi mitologici, storici e politici celati nella rappresentazione allegorica. Inoltre essa si inserisce perfettamente nella politica autocelebrativa del senato messinese dedito alla creazione di una fastosa immagine della città, che coinvolge il pubblico nel meccanicismo psicologico dello stupore, inducendolo alla riverenza.

La scelta dei fiumi e delle sculture raffigurate nella fontana esplicita un preciso contesto storico e geografico: l'Ebro, principale fiume dell'Aragona viene inserito in omaggio alla corona spagnola; il Nilo, emblema della civiltà egiziana; il Tevere, simbolo dell'antico impero romano ed infine il Camaro, fiume di Messina, quale anima della fontana.

- di Daniele Espro -

In posizione di classifica il teatro "Vittorio Emanuele" di Messina, già "Santa Elisabetta", ricopriva uno dei primi posti in Italia per grandezza e lusso dopo i teatri "Alla Scala" di Milano, "La Fenice" di Venezia, "San Carlo" di Napoli e "Massimo" di Palermo.

Al turista in visita a Messina saltava subito all’occhio, con grande piacevolezza, la mole del teatro, costruito secondo i canoni dell’Ottocento italiano ed europeo in stile Neoclassico. La costruzione dell’imponente edificio non ebbe un solo motivo catalizzatore, ma diversi. Innanzitutto, bisogna fare un passo indietro per capire la situazione dello spettacolo a Messina agli inizi del XIX secolo.

Nel giornale "Il Faro" del 29 giugno, dell’anno 1836, Carlo Gemelli, prendendo spunto da una polemica che un ignoto viaggiatore, in visita a Messina, aveva mosso contro la Cittadinanza, affermando che «I Messinesi hanno gusto pe’ divertimenti e per ogni sorta di piaceri, meno che di teatro», replicava: «Sappia il nostro censore che l’aver noi un "infelicissimo teatro" non porta quella sua "gentile illazione" di non avere i Messinesi alcun gusto teatrale. Venga egli a vedere come presso di noi la musica è universalmente coltivata, vegga i progressi che la nostra Filarmonica Società ha fatto nel breve periodo di pochi anni nella sublime scienza musicale, e poscia di noi di non aver nessuno gusto per il teatro…».

Messina quindi, da quanto raccontatoci dal nostro Carlo Gemelli, aveva un "infelicissimo teatro"…Ma a quale teatro si riferiva?
L’angusto edificio teatrale era il teatro "Della Munizione", vecchio di circa un secolo. Non fu solo Gemelli a lamentarsi del vecchio teatro, ma anche il celebre patriota messinese Giuseppe La Farina, che in seguito ai rifacimenti subiti dal teatro all’indomani del sisma del Febbraio 1783 così diceva: «Oggi [il teatro nda.] è reputato opera sconcia e barbara. I corridoi sono angustissimi, le scale incomode e meschine, la platea lunga e disarmonica…».

Altro motivo che portò alla nascita del "Vittorio Emanuele" trae origine dalla secolare rivalità tra le città di Messina e Palermo. Il Re Ferdinando di Borbone delle II Sicilie, concedendo la costruzione del nuovo teatro, inaugurava la tattica delle concessioni nella logica di un disegno politico subdolo, volto ad acuire la secolare rivalità tra le due città siciliane.
I messinesi,approfittando della disponibilità dimostrata dal monarca volta ad accattivarsi la classe egemone della città,riuscirono ad ottenere la concessione di ulteriori privilegi come l'ormai famosa concessione del "Portofranco" (di cui la statua di Giuseppe Prinzi al porto ricorda lo storico avvenimento) e l'istituto "Maurolico".

Altri segni di distensione da parte della corona sono riscontrabili nella concessione di un servizio postale inaugurato nel 1838 con la prima vettura corriera postale Messina-Palermo.

Messina aveva richiesto al governo dei Borboni, già a partire dal 1827, un nuovo teatro, degno delle fiorenti condizioni culturali. Tuttavia, la risposta della corona borbonica non fu repentina. Bisognò aspettare qualche anno affinché il sogno ambito dai Messinesi diventasse realtà.

Le cause che ritardarono la costruzione del nuovo teatro furono di ordine squisitamente finanziario. Ma improvvisamente avvenne il miracolo.
Nel 1838, per Regio Decreto, si decise la costruzione del "Novello Real Teatro della città di Messina".
Le autorità, interpellate da S.M. Ferdinando II delle Due Sicilie, scelsero come luogo l’area ricavata dalla demolizione del teatro "Della Munizione", ma la posizione non felice dell’edificio eliminò questa proposta. E non fu la sola a decretare il rifiuto di costruire in quel luogo il nuovo teatro.

Sulla via Ferdinanda (pressoché l’attuale via Giuseppe Garibaldi), infatti, sorse all’indomani del terremoto del 1783 un carcere costruito sulle rovine della chiesa e convento del Carmine, dove erano stati precedentemente sepolti numerosi uomini illustri messinesi, come ad esempio lo storico Costantino Lascaris e il pittore lombardo Polidoro Caldara da Caravaggio.

Si decretò quindi di costruire proprio in questo luogo il nuovo teatro. Ferdinando II delle Due Sicilie inviava così da Catania all’Intendente del Vallo di Messina, Don Giuseppe De Liguoro, un rescritto con cui ordinava di costruire il teatro sull’area delle vecchie prigioni, che erano considerate come uno scempio alla bellezza architettonica della lunga via Ferdinanda, che era il centro propulsore della vita economica e sociale della città.
Molti cittadini, all’indomani della decisione di demolire il tetro edificio, vollero portarsi il vanto di aver demolito, anche loro, una o più pietre della prigione, al momento in cui venne fatta "tabula rasa" dell’area (di circa mq.2.971) su cui sorgerà il teatro.

Ma a chi poter intitolare questo nuovo "tempio delle Muse"? La risposta era semplice. Per rendere omaggio alla madre di Ferdinando II delle Due Sicilie, la regina Isabella, si decide di chiamare l’edificio con il titolo di "Teatro Regina Isabella", in seguito cambiato in "Santa Elisabetta", in onore sempre della medesima.

Il giorno 20 Dicembre del 1838 cominciava così la demolizione dell’edificio carcerario. I detenuti furono trasferiti nel castello di Roccaguelfonia (dove attualmente sorge il sacrario di "Cristo Re"). Fu quindi bandito il concorso per la costruzione del teatro, che vide tra i partecipanti molti illustri uomini della Messina del tempo, quali Letterio Subba e Carlo Falconieri.

Presidente della commissione giudicatrice fu Antonio Niccolini, uomo di origine toscana ma napoletano per adozione. E forse fu proprio per volere di quest’ultimo, che vincitore del concorso non fosse un Messinese, ma un napoletano, il cui nome era Pietro Valente. Questi, uomo molto colto e apprezzato nell’ambiente partenopeo, era, infatti, docente di Architettura civile presso l’Università di Napoli.
I concorrenti Messinesi contestarono tale assegnazione, e le critiche al Niccolini non furono poche. Tuttavia, il Valente, rimase il fautore del nostro teatro Vittorio Emanuele II. Il progetto prevedeva una facciata a tre ordini con un corpo avanzato munito di portico. Lateralmente, invece, il teatro prevedeva nel progetto numerose finestre distinte fra i tre piani totali del nuovo edificio.

La prima pietra fu posta il 23 Aprile 1842, con solenne cerimonia, tra la generale euforia del pubblico presente. Il rustico del teatro fu pronto straordinariamente in pochi mesi. L’ 8 Giugno del 1846 fu bandito invece il concorso per il sipario del novello edificio. Vincitore risultò il messinese Michele Panebianco. L’apertura del teatro fu decisa per il 12 Gennaio 1852, giorno del quarantaduesimo compleanno di Ferdinando di Borbone. Il teatro,la serata inaugurale,risultò stracolmo di persone. Si decise l’apertura con l’opera "Il Trionfo della Pace", azione melodrammatica di Felice Bisazza con musiche di Antonio Laudamo.

Per ricordare l’evento fu fatta collocare nel peristilio del "Santa Elisabetta" una lapide marmorea, oggi non più esistente, che così recitava:

«I messinesi
Avendo edificato questo Teatro
Lo aprirono nell'anno MLCCCLII
Il di' 12 del mese di Gennaio
Natale di Re Ferdinando II
Per attestare solennemente la loro profonda gratitudine
E la divozione non peritura verso il Principe Generoso
Il quale dopo aver restituito con la Università degli Studi
Un domicilio alle più severe discipline
Accrebbe la magnificenza della Città
Concedendole
Uno splendido albergo delle arti più gentil

Nel 1853 il Municipio di Messina affidava a Saro Zagari, l’incarico di eseguire le decorazioni esterne del nuovo tempio della musica messinese.
Il “Vittorio Emanuele” si inserì così nella vita del popolo messinese, tra la contentezza generale. Dopo 56 anni, però, si giunse così a quella fatidica alba del 28 Dicembre 1908. Il terremoto risparmiò quasi per interno il teatro (se si esclude la parte posteriore), ma l’ignoranza, l’abbandono, e la distruzione da parte dell’uomo, lo ridussero ad un rudere.
Già la ditta Ciocchetti negli anni 50, con la scusa dei danni bellici causati dall’ultimo conflitto mondiale al vecchio edificio, eliminava la bellissima sala del teatro, che anche i manuali di fisica, per la sua acustica, avevano definito perfetta.

Nel 1980 ciò che rimaneva del teatro “Vittorio Emanuele”, distrutto per mano dell’uomo a partire dagli anni 50 del XX secolo, lasciava il cittadino messinese per sempre, ormai lontano dal vissuto storico. Ciò che rimaneva dello stabile venne distrutto e gettato nella discarica di Maregrosso. I messinesi, comunque, riuscirono a riappropriarsi del loro teatro e la scommessa durata ormai 77 anni fu così vinta.

Il 25 Aprile del 1985, a centotrentatré anni dalla prima storica inaugurazione, il “Vittorio” ritornava a nuova vita, tra la commozione generale.

Palazzo Zanca

Ago 18, 2019

- di Alessandra Basile -

Del 1924 è il Palazzo municipale, realizzato su disegno dell'architetto palermitano Antonio Zanca occupa l'isolato  324 del Piano Regolatore, delimitato con contorno di pen­tagono dalla piazza Municipio, dalla via Consolato del Mare (già via Rovere), dalla piazza Circolare Antonello da Messina, dal Corso Cavour e dalla via S. Camillo. Esso è costituito da padiglioni a doppia elevazione oltre il piano cantinato, collegati fra loro da apposite gallerie e sviluppati perifericamente ad un grande cortile.

Notevoli le sculture del fastigio, degli artisti messinesi Bonfiglio e Sutera, e, all'interno, gli affreschi dell'aula consiliare di Adolfo Romano e Daniele Schmeidt, un busto di Antonello e un Colapesce, di Bonfiglio. L'affresco raffigurante l'Ultima Cena che Alonzo Rodriguez dipinse nel 1617, è stato collocato nella Sala Giunta.  Le pareti di alcune sale e di un corridoio sono ornate da quadri e sculture di proprietà del Comune o ceduti in uso al Museo Nazionale.

Calendario

« Agosto 2019 »
Lun Mar Mer Gio Ven Sab Dom
      1 2 3 4
5 6 7 8 9 10 11
12 13 14 15 16 17 18
19 20 21 22 23 24 25
26 27 28 29 30 31