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MESSANENSI

MESSANENSI

 

I mestieri di strada furono un'importante risorsa per gli emigrati. Il lustrascarpe, lo strillone, lo spazzino, erano assegnati agli adolescenti che dopo la scuola (obbligatoria sino ai 12 anni) contribuivano al mantenimento familiare.

I lustrascarpe iniziarono la loro atttvità presso i barbieri o davanti alle banche.

Dopo mille sputi sulle lussuose scarpe e dieci ore passate in ginocchio, si riusciva a raggranellare qualche soldo da portare a casa. Era sicuramente meglio che rubare e vagabondare.

Le bambine, pur lavorando tra le mura di casa, non avevano un destino diverso. Dopo la scuola, insieme alla loro madre ,partecipavano ai più svariati lavori manuali; arrotolando cartine per sigarette o confezionando maccheroni. Le più esperte cucivano abiti o tovaglieria per i negozi della città, all'interno di una casa in cui i profumi e i canti della terra amata si mescolavano ai pensieri della quotidianità e al pianto dei più piccoli, mentre nel cuore regnava l'incertezza del domani.

Il commercio ambulante fu uno dei fenomeni più importanti che caratterizzarono l'emigrazione italiana in America, nella speranza di conquistarsi un avvenire migliore. Lungo i viali affollati, come Mulberry Street, Elizabeth Street, Mott Street, modellati sulle abitudini e caratteristiche degli abitanti dell’Italia meridionale si ricreava  l'ambientazione dei propri luoghi di origine in terra straniera.
Luoghi indubbiamente di confino, dalle pareti spesse ed invisibili, ma unica condizione di sopravvivenza per chi era stato costretto ad abbandonare la propria terra natia.

Oltre al commercio vero e proprio abbondavano i suonatori ambulanti, spesso derisi dai passanti americani, definendoli feccia dell'umanità.

La ricchezza più grande che gli emigrati italiani portavano con sé era il desiderio di una vita più generosa e la forza delle loro braccia. Per questo finivano con lo svolgere i lavori più pesanti e rifiutati dagli altri: scavare in miniera, opere stradali o ferroviarie e il piccolo commercio, attività capaci di garantire un guadagno immediato da spedire alla famiglia rimasta in Italia.

Anche i bambini, purtroppo, erano coinvolti nella sopravvivenza dell'intera famiglia. I più fortunati impiegavano le ore pomeridiane in piccoli lavori manuali, altri si improvvisavano  lustrascarpe o strillone, i più sfortunati in miniera.

Da un’inchiesta del 1897 a Chicago risultò che il 22 per cento degli immigrati italiani lavorava per un padrone; ciò implicava il versamento di una tangente per ottenere un lavoro e l’abitazione e l’obbligo di acquistare le merci in uno spaccio indicato.

Nell’Ovest americano l’emigrazione italiana ha avuto esiti positivi in diversi ambiti: dal lavoro nei campi, alla coltivazione della vite, alla pesca, al piccolo commercio. Nel 1910 le aziende agricole, tenute da italiani, erano 2.500; in California c’erano 5 banche italiane nel 1908 (nessuna a New York nello stesso periodo), di cui la più famosa è la Bank of America and Italy, divenuta poi Bank of America. Le più importanti colonie italiane del West sono state la Italian Swiss Colony di Asti, California, la Italian Vinayard Co. di Cucamonga, California, le Colonie di Napa Valley, Sonoma, Santa Clara Valley, Mendoncino, San Joaquin Valley, Monterrey.

La storia dell’emigrazione italiana è segnata anche da grandi tragedie e lutti, dovuti a volte da calamità naturali e spesso da errori umani o da decisioni infami, come la strage di operaie accaduta a New York il 25.3.1911, quando un incendio devastò gli ultimi piani di un palazzo che ospitava una camiceria dove lavoravano in condizioni disumane, con le porte sbarrate dall’esterno, 500 donne: delle 146 vittime 39 erano italiane.

Il disastro di Monongah
Il 6 dicembre 1907, nelle gallerie 6 e 8 della miniera di carbone di Monongah, cittadina del West Virginia, ebbe luogo il più grave disastro minerario della storia degli Stati Uniti d’America.
L’incidente rappresenta anche la più grave sciagura mineraria italiana:  Monongah con i suoi morti rappresenta l’icona del sacrificio dei lavoratori italiani costretti ad emigrare per sopravvivere.
Le vittime furono inizialmente calcolate «in circa 350», ma già nei giorni successivi alcuni giornali parlarono di 425 morti e tale cifra divenne infine quella “ufficiale”, confermata dai rapporti della Monongah Mines Relief Committee, la commissione che provvide al risarcimento dei parenti dei minatori scomparsi.

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"Ammirai gli studenti americani compilare esami scritti, senza nessuno che li sorvegliasse, nel silenzio assoluto. Non davano nè ricevevano aiuto, non copiavano, non tiravano di tasca le note e non estraevano libri di sotto il panciotto.

Il metodo si chiamava honor system. Alla fine, sull'ultima pagina del quadernetto riempito, dovevano aggiungere una frase nella quale dichiaravano di non aver dato nè ricevuto aiuto da nessuno. La prima volta che osservai questo rito, al mio primo esame, non potevo credere ai miei occhi."

Luigi Barzini, O America!

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INGLESE: Madam, sir, miss, I wish you a good moorning

- I wish it to you like wise; how is your health?

PRONUNCIA: mèdèm, sor, miss, ai uisc juu e good mòòrning

- Ai uisc et tu juu lai chuais; hau es juur hèltd?

ITALIANO: Signora, signore, signorina, io vi auguro buon giorno

- Io ve lo auguro del pari; come sta la vostra salute?

Tratto da "Manuale per imparare gli elementi della retta pronuncia della Lingua Inglese senza Maestro. Per uso principalmente degli emigrati italiani", del Prof. Augusto Bassetti, New York 1885

Il viaggio

Apr 08, 2020

- di Giuseppe Cavarra -

 

 Un «viaggio» verso la "nuova terra" è vissuto come un'esperienza traumatica: andrà bene? andrà male? Il motivo dominante è quello dell'uscita dalla normalità e della lacerazione di un nucleo affettivo che faceva da scudo contro le difficoltà della vita. Le due ottave sono opera di Filippo Ragusa.

E-ssugnu supra mari ca caminu
e-vvàiu nta lu Statu australianu.
Cu sa sa-mmi va bbeni stu caminu...
Parar di la ma terra e-mm'alluntanu.
Vàiu mi svòrgiu ddhà lu ma distinu:
nomini scordu ca sugnu sicilianu.
In Sicilia lassàiu lu ma bbamminu:
Diu speru ca mi crisci forti e-ssanu.

E sono sopra mare che cammino
e vado nello Stato australiano.
Chissà semi va bene questo viaggio...
Parto dalla mia terra e m'allontano.
Vado a svolgere là il mio destino:
non mi scordo che sono siciliano.
In Sicilia ho lasciato il mio bambino:
spero in Dio che cresca forte e sano.

Pi rrivari a lu Statu australianu
quanta distanza c'è, quantu caminu!
Mi nzonnu, ti ddisìu, ti cercu e-cchiamue-
notti e-gghjomu sempri ti luminu;
tremu sempri di testi,pedi e-mmanu
sa-mmi rricordu a-mma figghju Santinu.
E ogni tantu fazzu un sognu vanu:
viu a-mma mamma, cristazzu ddivinu.

Per arrivare allo Stato australiano,
quanta distanza c'è, quanto cammino!
Sogno, ti desidero, ti cerco e chiamo
e notte e giorno sempre ti nomino;
tremo sempre ti testa, piedi e mani
se mi ricordo mio figlio Santino.
E ogni tanto faccio un sogno vano:
vedo mia madre, cristaccio divino.

La partenza

Apr 08, 2020

- di Giuseppe Cavarra -

 

La decisione di emigrare è sempre accompagnata da aspettative di occupazione e di cambiamento della condizione sociale, mentre il distacco dal paese è vissuto come la perdita di una condizione umana fondata sulla sicurezza e sulla normalità. Il canto che segue, raccolto a Limina a metà degli anni Settanta, è anonimo.

Ti salutu, paisi tradituri,
ca mi manni luntanu a-ttravagghjari;,
passari vògghiu st'àutri ddu uri
salutannu l'amici e li cumpari;
n salutu cci lu fazzu a lu m'amuri:,
l'ùrtumu a idda cci lu vògghju fari.,
Quantu timpesti e-cquantu rruvituri,
ca spèttunu a-ccu va ddhabbanna mari.


Ti saluto, paese traditore, / che mi mandi lontano a lavorare; / passare voglio queste altre due ore /
salutando gli amici e i compari; / un saluto lo faccio al mio amore: / l'ultimo a lei glielo voglio fare. /
Quanto tempeste e quanti turbini / che attendono chi va al di là del mare.

 

 

- di Antonio Dell'Aversana -

Sotto gli occhi di tutti le drammatiche immagini che i Mass Media nazionali propongono periodicamente in occasione degli sbarchi di “clandestini” sulle coste italiane. “Intrusi”, generalmente definiti extracomunitari, che in gran parte muoiono di stenti, soprattutto donne e bambini, prima di approdare in una terra che ritengono amica e distante anni luce dalle tante problematiche (guerre, fame, miseria, persecuzioni, malattie) che hanno voluto lasciarsi alle spalle per tentare di vivere quella vita dignitosa che il Padre Celeste ha destinato ad ogni uomo.

La breve “commozione”, finta o vera che sia, che pervade ciascuno di noi ogni volta che assistiamo a sciagure televisive, lascia, però, ben presto il posto a ben altri sentimenti svanendo davanti alla prospettiva che potrebbe essere richiesto a qualcuno di noi di interessarsi in modo concreto alla sopravvivenza futura di sconosciuti esseri umani, di pelle diversa pergiunta! Dimentichi non solo di essere i discendenti di coloro che nemmeno un secolo addietro hanno invaso, come gli extracomunitari adesso, a milioni le terre altrui cercando aiuto per vedersi riconosciuta la dignità di uomini, ma di essere il prodotto di plurisecolari incroci di popoli diversi che sin dal medioevo, laceri e disperati, si sono diffusi nel Bel Paese, preferiamo nasconderci dietro tante scuse pur di non perdere la nostra illusione di essere “perbene e civili”.

E ci ergiamo, in pochi attimi, a giudici inesorabili ritenendo questi nostri simili solo fonte di futuri grattacapi. Da buoni cristiani diventiamo lesti a far tacere il cuore, l’unico che capisce il Vangelo, cancellando da esso, in fretta e furia, il linguaggio dei buoni samaritani che ci competerebbe per dovere morale. E neppure le parole “ero forestiero e mi avete accolto” sembrano turbarci minimamente per il peso che esse assumeranno nei nostri riguardi all’atto del Giudizio Finale.

Le responsabilità, però, non risultano essere solo individuali; sono collettive e soprattutto addebitabili agli Organi preposti alla pubblica amministrazione.

Poche Comunità italiane si sottraggono alla regola generale della totale indifferenza verso questi indigenti capitati sul nostro territorio che sopravvivono, alla bene e meglio, in tuguri affittati ad alti costi, ignorati e mal sopportati dalla maggioranza della popolazione e mai realmente integrati nella nostra “civile” ed antica Nazione. Oggetto solo di sporadiche attenzioni di associazioni “pie e di volontariato” dalle quali ricevono stracci dimessi, qualche pacco dono ed un machiavellico pasto caldo in qualche occasione natalizia (festività estranea alla cultura della maggioranza di loro), sfuggono sempre, loro malgrado, ad una concreta sussidiarietà (intesa nel senso più ampio del termine) da parte degli Organi competenti.

Ma è giunta l’ora, ormai, di invertire rotta e di risvegliare in tutti noi, nessuno escluso, quella coscienza che ci impone, non solo quali seguaci del Cristo ma soprattutto quali appartenenti al genere umano, i doveri dell’accoglienza e della fraternità universale!

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