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MESSANENSI

MESSANENSI

Si chiamava Annunziata dei Teatini per distinguerla da altre chiese dello stesso titolo, quali l'Annunziata dei Catalani (sopravvissuta al terremoto), l'Annunziata alla Zaera (nei pressi dell'attuale chiesa di S. Clemente, in via Porta Imperiale, sulla sponda Nord del torrente Zaera, già appartenente agli Agostiniani Scalzi).

La chiesa dell'Annunziata dei Teatini era tra le più ricche della città di Messina, ed era stata progettata dall'architetto Guarino Guarini, che ne riprodusse la pianta e la facciata nella sua opera postuma su « L'Architettura Civile » (Torino 1737).

Fu costruita dai Padri Teatini tra il 1620 e il 1640, con il concorso dell'Arcivescovo Simone Carafa e della Contessa Giovanna Cibo, la cui munificenza era ricordata in due monumenti della chiesa. La volta era stata dipinta dal Tancredi nel 1709, ma fu parzialmente rovinata dal terremoto del 1733; la cupola era stata restaurata dal Paladino nel 1791. Numerose le opere d'arte: stucchi, tele, marmi, affreschi, opere di Agostino Scilla, Andrea Subba, Innocenzo Mangani, Giovanni Battista Quagliata, Giuseppe Paladino e altri.

La Parrocchia S. Antonio Abate è certamente tra le più antiche della città di Messina (1), ma da quando il terremoto del 1783 ne distrusse la chiesa, essa ha dovuto trovare sede presso diversi edifici sacri.

Dapprima fu trasferita nella Chiesa della confraternita di Tutti i Santi (2), che occupava l'area dell'attuale sede stradale di Via della Zecca, tra l'isolato 291. e il 306 (Liceo Maurolico); successivamente fu trasferita nella vicina Chiesa della Addolorata (3), che sorgeva alle spalle dell'attuale Liceo Maurolico, occupando parte dell'isolato 306 e parte della Via 24 Maggio. Distrutta anche questa chiesa dal terremoto del 1908, la Parrocchia fu portata presso la Chiesa di Gesù e Maria del Selciato (o S. Maria del Selciato) alle spalle della Chiesa di S. Paolino, sulla via che ancora oggi porta il nome di S. Maria del Selciato. Anche questa Chiesa era stata demolita dal terremoto, ma al suo posto era stata costruita una chiesa baracca, e fu proprio questa baracca a offrire la sede alla Parrocchia sino al 1930.

Dopo il terremoto l'Arcivescovo D'Arrigo programmò la riorganizzazione delle varie Parrocchie, tra le quali trovò posto quella di S. Antonio Abate. A seguito di accordi con l'amministrazione comunale del tempo furono reperite le aree per le chiese, e con la deliberazione N. 1905 del 30 giugno 1916 la Giunta municipale assegnò a questa Parrocchia tutta l'area dell'Isolato 333, di oltre 4.000 metri quadrati, isolato che oggi è occupato dalla Chiesa e dal Monastero di Montevergine e dall'Istituto S. Anna, ma che allora era di proprietà del Comune, avendolo questo rilevato dal Demanio a seguito delle leggi eversive del 1865. La stessa Giunta comunale, con successiva deliberazione, incaricava l'Ufficio Tecnico Comunale di redigere il progetto del la nuova Parrocchia, ma le cose andarono alle lunghe per contrasti sopravvenuti tra la Curia Arcivescovile e il Comune di Messina proprio sul problema delle aree delle chiese. Questi contrasti venivano definitivamente superati nel 1925, quando l'Arcivescovo Paino, con la convenzione del 9 Aprile in Not. Potestà otteneva dal Comune in permuta un certo numero di aree, tra le quali figura appunto quella di « S. Antonio Abate - Isolato 333 del P. R., mq. 3372 circa » (4).

Nella nuova impostazione data da Mons. Paino alla riorganizzazione delle Parrocchie, anche quest'ultima sede veniva cambiata e venne così scelta l'area della Chiesa dell'Annunziata dei Teatini. E' per questo che, con riferimento alla titolare della Chiesa, la Parrocchia S. Antonio Abate viene talora chiamata Parrocchia dell'Annunziata, così come prima del terremoto veniva chiamata Parrocchia dell'Addolorata.

Dati architettonici e strutturali

La nuova chiesa dell'Annunziata, nelle sue linee architettoniche di stile neoclassico, arieggia la Basilica di Superga, del Messinese Filippo Juvara.

Fu progettata nel 1927 dall'Ufficio Tecnico Arcivescovile, come Chiesa succursale della Parrocchia S. Antonio Abate, in quanto solo più tardi fu abbandonata definitivamente l'idea di costruire la Parrocchia sull'area dell'Is. 333. Il progetto è firmato dall'Ing. Francesco Barbaro, direttore di quell'ufficio.

Nella relazione illustrativa che accompagna il progetto si legge tra l'altro: « Ho prescelto la forma rotonda per utilizzare nel modo migliore l'area disponibile, che è alquanto irregolare, e per ottenere un buon movimento di massa.

« La parte centrale è costituita da otto colonne in cemento armato, riunite da un corrente a pianta ottagonale che serve « di sostegno al tamburo.

« Alla sommità di questo passa un corrente, pure di cemento armato, che serve a collegare le strutture verticali e ad eliminare la spinta della cupola.

« Questa è costituita da costole montanti (meridiani) e da anelli ripartitori (paralleli) in cemento armato, di cui quello terminale sopporta il lanternino.

« Concentricamente disposto alle colonne si ha un muro di « recinzione a pianta circolare, che misura un diametro di m. 20. « Esso è solcato da montanti e da correnti e collegato alla parte « centrale con correnti disposti in senso radiale, sia alla base che alla sommità...

« Addossate al muro di recinzione si costruiranno tre cappelle e il pronao disposti a croce...

« Sul fianco posteriore della chiesa, sulla parte di via Romagnosi, sarà costruito il campanile di forma quadrata, con montanti agli spigoli e correnti ai diversi piani in cemento « armato... ».

La costruzione fu affidata all'Impresa Fratelli Cardillo fu Ignazio; i lavori furono iniziati il 10 gennaio 1928 ed ebbero termine il 1. ottobre 1930.

Il costo dell'opera fu di L. 1.398.094,62, quasi interamente coperto dal contributo dello Stato, che fu di L. 1.394.076. (7) La chiesa fu benedetta e inaugurata il 14 agosto 1930 da S. E. Mons. Paino.

Fino al 1908, anno del terremoto, i confini del centro urbano di Messina, dal lato Sud, erano segnati dal torrente Zaera, oggi coperto dal Viale Europa; al di là di questo torrente e sino a Giampilieri, si susseguivano i villaggi, o casali. Proseguendo Via Cardines (oggi Cesare Battisti) verso Catania e oltrepassato il ponte Zaera, si incontrava a destra una chiesetta, situata, approssimativamente, nell'angolo Nord-Est dell'attuale Ospizio Collereale. Era quella la chiesa di S. Clemente, della quale ora resta il ricordo nella piazzetta antistante, al cui centro è stato costruito un mercatino rionale, e alla quale è stato lasciato il nome di Piazza S. Clemente.

La storia di questa chiesa, come sede di parrocchia, ha inizio nel 1600, anche se il riconoscimento civile si ebbe solo il 4 agosto 1921 essa ebbe come territorio tutta quella contrada che anche oggi porta il nome di Carrubara e che si estendeva in lungo e in largo a Sud del Torrente. Ma come semplice chiesa ha origine ben più remote, che si fanno addirittura risalire a S. Gregorio Magno (540¬604), il quale avrebbe introdotto a Messina il culto del terzo successore di S. Pietro dedicandogli uno dei monasteri benedettini della Città, con la chiesa annessa. Pare che a partire dal 1175 questo monastero sia stato posto sotto la giurisdizione del Vescovo di Monreale e vi sia rimasto per un tempo imprecisato. Nel corso dei secoli la chiesa è stata più volte distrutta e ricostruita. L'ultima distruzione fu quella del terremoto del 1908, ma nel 1910 il Genio Civile di Messina la sostituì con una baracca molto ammirata che fu la sede di una importantissima parrocchia, essendo al centro della grande zona baraccata della città. Ma anche questa costruzione ebbe breve vita, perché fu travolta dall'incendio che il 10 luglio 1924 distrusse il quartiere Lombardo, con alcuni padiglioni adibiti a scuola e 250 baracche, gettando nella costernazione centinaia di famiglie.

L'area della vecchia chiesa distrutta dal terremoto fu intanto assegnata dal nuovo piano regolatore in parte, e precisamente per 178 metri quadrati, alla formazione dell'attuale sede stradale di via Piemonte, mentre la rimanente parte, circa 22 metri quadrati veniva incorporata nell'area dell'isolato 41. La parte destinata a sede stradale fu espropriata dal Comune nel 1913 e susseguentemente fu anche oggetto della permuta stipulata da Mons. Paino con il Comune di Messina nel 1925, il resto fu espropriato a favore dell'ospizio Collereale, proprietario dell'isolato 41.

Si ringrazia Padre Luigi La Rosa che ha autorizzato la pubblicazione

- di Monsignor Foti -

La parrocchia dei Santi Pietro e Paolo, era originariamente detta "San Pietro dei Pisani". I Pisani, alleati dei Normanni durante il loro dominio in Sicilia, si stabilirono nella città di Messina e qui, in una zona ubicata tra il porto e il Duomo, costruirono una chiesa intitolandola al loro protettore San Pietro, che, secondo la tradizione, era anche fondatore della Chiesa Pisana.

Dopo l'allontanamento dei Pisani, la chiesa, eretta parrocchia nel 1267, fu affidata alle cure dell'Arcidiacono della Cattedrale che funse da parroco fino al 6 agosto 1951 quando, dopo il parere favorevole del Capitolo Protometropolitano, la cura delle anime passò al Vicario di allora, il sacerdote Giovanni Curreri.

Nel dicembre 1559 padre Francesco Niglio, provinciale della Provincia religiosa e terzo generale dell'ordine dei Camilliani, giunse nella nostra città con numerosi confratelli stabilendosi in alcune case dirimpetto il tempio dei Santi Pietro e Paolo. Ben presto i Camilliani si stabilirono nella piccola chiesa intitolata Regina Coeli che poi fu giudicata insufficiente ed inadatta per le attività dei Padri, per cui, dietro interessamento dell'Arcidiacono Don Francesco Centelles, fu permutata con la chiesa dei Santi Pietro e Paolo.

Nel maggio 1606 i Padri Crociferi, ottenuta l'approvazione apostolica, vi si trasferirono, prodigandosi nell'ampliare ed abbellire il tempio, grazie anche alla generosa donazione di 5.400 onze da parte di Donna Francesca Balsamo Aragona, principessa di Roccafiorita. La chiesa Regina Coeli divenne così chiesa parrocchiale dei Santi Pietro e Paolo, e, nel luglio 1716, fu solennemente consacrata dall'arcivescovo Giuseppe Migliaccio, mentre era Arcidiacono e Parroco Don Vincenzo Migliaccio dei Principi di Baucina, fratello dello stesso arcivescovo. La chiesa era abbellita dall'immagine della Vergine e dei due Apostoli, opera cinquecentesca di Polidoro Caldara da Caravaggio.

Il tempio, distrutto dal terremoto del 1783, non fu più ricostruito e il titolo parrocchiale fu trasferito nella piccola chiesa di Gesù e Maria del Selciato, situata dove oggi sorgono gli isolati 108 e 129, nei pressi di Piazza del Popolo. Nel frattempo, un incendio scoppiato durante i moti rivoluzionari del 1848 distrusse l'archivio parrocchiale, che attualmente parte della seconda metà dell' 800. La piccola chiesetta del Selciato fu anch'essa distrutta dal terremoto del 1908 e il nuovo tempio non più ricostruito.

Il titolo della parrocchia, invece, fu trasferito in una chiesa baracca voluta da Papa Pio X, eretta in Via Salandra, dedicata alla Madonna del Carmine e affidata ai Padri Carmelitani. Nel 1932 questi si trasferirono presso l'attuale chiesa del Carmine, lasciando la parrocchia dei Santi Pietro e Paolo al sacerdote Giuseppe Galletta. Intanto, nell'aprile del 1925, l'arcivescovo Paino stipulava una convenzione col Comune ottenendo l'area dell'attuale isolato 16 e i relativi finanziamenti per la costruzione, da parte dello Stato, della nuova chiesa dei Santi Pietro e Paolo. Autore del progetto fu il sacerdote ingegnere calabrese Carmelo Umberto Angiolini che a Messina aveva realizzato le altre chiese di S. Giuliano, S. Luca, S. Giacomo, S, Francesco di Paola e S. Domenico.

La chiesa si estende su un'area di 750 metri quadrati, è a croce greca in stile neogotico e fu inaugurata il 19 novembre del 1933, con solenne benedizione impartita dall'arcivescovo.

Il nuovo tempio, nel 1936, fu fornito di un ottimo organo, opera della ditta Tamburini, costituito da dodici registri, due manuali, pedaliera e 952 canne. Nella stessa occasione, in forma solenne, vennero riportate le sacre reliquie dei Santi Eleuterio o Liberale, vescovo di Messina e martire, e Anzia, sua madre, che monsignor Barbaro riuscì a riavere dalla Curia di Palermo. Alla solenne precessione dalla Cattedrale alla nuova chiesa dei Santi Pietro e Paolo intervenne il Seminario, il Capitolo e parecchie Confraternite (I due Santi furono martirizzati sotto l'imperatore Adriano e i loro corpi sepolti nella chiesetta Regina Coeli, poi divenuta sede della parrocchia. In seguito ai danni causati dal terremoto del 1783, le ossa dei martiri furono portate nella chiesa di Santa Ninfa a Palermo e passate, poi, nelle mani della Curia palermitana).

Durante la seconda guerra mondiale la chiesa subì i bombardamenti, registrando lievi danni, immediatamente riparati dall'Ufficio Tecnico arcivescovile con i contributi del Governo.

La parrocchia si vanta anche di avere ospitato la prima associazione intitolata al beato Pier Giorgio Frassati, morto a Torino il 4 luglio 1925 e compagno di università di un parrocchiano, che suggerì di intitolare a lui il novello Circolo di Azione Cattolica. La parrocchia, che conserva la scrivania e la bandiera, ha sempre intrattenuto rapporti con la sorella del Beato, festeggiando sempre solennemente la figura del giovane.

La chiesa custodisce due paliotti marmorei intarsiati ed un Crocifisso. La campana settecentesca, decorata dall'immagine di un santo vescovo a rilievo, reca l'iscrizione:

MARIA IOANNA ANNA FELIX AUGUSTINA FRANCISCA OPUS PACIS BERTOCCELLI 1713

Luogo di culto è stato, dal 1970 al marzo 1985, un prefabbricato costruito su terreno comunale concesso in affitto e il lavoro del parroco è stato affiancato, sin dall'inizio, da suore dell'Istituto Missionarie dell'Immacolata Regina Pacis di Mortara (Pavia)

Con diversi acquisti, frattanto, l'Arcivescovo dotò la parrocchia di ampi terreni su cui fu possibile progettare dapprima un Centro Sociale, che venne costruito col contributo della Cassa di Risparmio Vittorio Emanuele e ora é gestito dalla parrocchia con la collaborazione delle citate suore. Nel 1981 il Ministero LL. PP. concesse un contributo di £ 94 milioni per la costruzione al rustico della chiesa ai sensi della legge 18,4.1962 n. 168, mentre con l'aiuto di cantieri regionali e con l'intervento diretto della Curia Arcivescovile fu possibile attrezzare campi di giuoco per i ragazzi e completare la stessa chiesa.

È stata progettata dall'Arch. Giuseppe Spina e dall'Ing. Adriano Crinò Allo scopo di sottrarre il minore spazio possibile alla fruizione dei ragazzi, il progetto ha previsto la costruzione della casa canonica sopra la chiesa. Questa ha pochi elementi architettonici e decorativi ma nell'insieme si presenta gradevole e funzionale. Ha, in pianta forma trapezoidale col lato maggiore di m. 22.00, il lato minore di m. 10,00, e la distanza tra i due lati di m. 18.00. L'altezza dal pavimento è di m. 4.00. L'area presbiterale si svolge in uno degli angoli interni del lato maggiore, mentre all'angolo opposto del lato minore si colloca l'ingresso principale. Lungo il perimetro si alternano contro pareti semicircolari e vetrate, scandite da pilastri cilindrici. Due di questi sorgono, anche, per ragioni statiche, lungo l'asse della chiesa senza tuttavia disturbare la funzionalità della sala.

La costruzione della chiesa parrocchiale di Contesse, intitolata alla Vergine Immacolata, è dovuta alla devozione del Can. Giuseppe De Pasquale e del suo fratello Samuele, facoltosi abitanti del casale.

Bisogna dire che, sino al 1908, parrocchiale del casale fu la chiesa di S. Maria della Calispera. Questa però divenne inagibile a causa del sisma e fu abbandonata, e il culto, per qualche anno, fu trasferito nell'oratorio privato di S. Francesco di Paola, finchè non fu costruita una delle tante chiese baraccate, donate dal Santo Padre Pio X. Si pensò quindi alla ricostruzione della parrocchiale, ma fu presto scartata l'idea di ripristinare l'antica chiesa della Calispera, sia perchè la sua collocazione ai margini del torrente S. Filippo la esponeva al pericolo delle frequenti alluvioni. Sia perchè, per l'esercizio del culto si desiderava un sito più centrale nello sviluppo del casale.

Intervenne a questo punto la generosa iniziativa dei fratelli De Pasquale. Essi acquistarono il terreno del sito attuale, sulla via Consolare Valeria, lato monte, di fronte all'antica fonte costruita dal Senato Messinese nel 1629 in altro luogo e qui trasferita nel 1753; un posto che per la sua ubicazione lasciava tutti soddisfatti. Un nipote dei munifici donatori, il Cav. Eugenio De Pasquale si sbizzarì a disegnare la chiesa e il 16 luglio 1922 ne fu iniziata la costruzione, affidata all'impresa Dabbene e Fiordalisi. Frattanto il 6 maggio 1924 un violento incendio distruggeva la chiesa baracca e questa circostanza affrettò la data dell'inaugurazione della nuova chiesa, che avvenne il 10 luglio 1925. Con atto del 15 Novembre 1928 in Not. Giuseppe Saya i benemeriti fratelli donarono la chiesa, con tutta l'area da essi acquistata, che comprendeva la piazzetta antistante, all'Arcivescovo di Messina perché la destinasse a sede parrocchiale di Contesse.

Il sacro edificio sorge su di un'area di 870 metri quadri, mentre altri 207 appartengono alla sacrestia e a locali di uso pastorale. Antistante alla chiesa uno spiazzo di m.13,00 X 17,50.

Il partito architettonico è caratterizzato da un pesante prospetto che arieggia il gotico lombardo: ampie finestrature, due torri campanarie quadrate, con cuspidi ottagonali, tre grandi ingressi che immettono nel pronao, una larga fascia che attraversa orizzontalmente la facciata tagliandola a metà, con una serie consecutiva di 28 piccole nicchie con altrettante statuette dello scultore messinese Ovidio Sutera. Nel pronao sono collocati i cenotafi dei due fratelli De Pasquale. L'interno è a tre navate, ripartite da due serie di quattro pilastri quadrati.

Dal libro "Casali di Messina" di Giuseppe Foti

- di Mons.Foti -

Il piccolo oratorio di S. Maria di Trapani sorge, a circa tre chilometri dalla circonvallazione, a Messina, in fondo alla vallata del torrente che dalla stessa chiesa prende il nome di Torrente Trapani.

Le sue origini non sono ben conosciute, ma sono certamente antiche e legate al culto di una immagine marmorea collocata in una nicchia ad opera, forse, di qualche anacoreta che in quel luogo si era ritirato a vivere solitario. Il nome si spiega col fatto che la sacra immagine richiama quella che si venera nella città di Trapani e che, secondo una tradizione, dall'oriente era diretta a Pisa, ma approdò nella città siciliana, dove rimase e della quale divenne la patrona.

Questa chiesetta entrò nella storia con l'arrivo a Messina, nel 1531, dei Padri Cappuccini, i quali presero la loro prima dimora precisamente in un conventino che si costruirono accanto all'oratorio. Vi stettero, però, soltanto pochi anni, perché si trasferirono, poi, più vicino alla città sul colle che ancora oggi porta il nome di "Cappuccini", benché su di esso risiedano ora i Padri Gesuiti, per i quali è stato costruito dall'Arcivescovo Angelo Paino l'Istituto Ignatianum.

Il conventino di S. Maria di Trapani, dopo la partenza dei Cappuccini, rimase per qualche tempo abbandonato, sino a diventare rifugio di gente sospetta. L'Arcivescovo lo affidò perciò, anche allo scopo di ottenerne la custodia, a pie persone e, nel 1654, é segnalata la presenza di due Spagnuoli che vi conducevano vita eremitica. Il loro esempio mosse altri e il numero cominciò a crescere, specialmente dopo che della famiglia entrò a far parte P. Saverio Amato, sacerdote di santa vita, molto apprezzato, che fece crescere il prestigio di quel ritiro.

Egli organizzò la piccola comunità distribuendo il tempo e la vita di preghiera, di penitenza e di lavoro secondo la regola di S. Pacomio. La cosa fu molto apprezzata dai Messinesi, i quali aiutarono con molte elemosine quei religiosi per ampliare i locali e suscitò emulazione in altri, che, seguendone l'esempio, fondarono nuovi romitori, sparsi sui colli della città.

L'Eremo di S. Maria di Trapani venne considerato come punto di riferimento e modello degli altri eremi, e il P. Saverio Amato fu riconosciuto come maestro e capo carismatico di tutti quei luoghi di preghiera e di penitenza.

A testimonianza del suo prestigio, in una lapide murata accanto al portale si legge: AEREMUS REGIA (Eremo Reale).

Ciò fu anche occasione per la crescita della devozione verso la Madonna di Trapani nel popolo messinese. La sua festa si celebrava con grande solennità nella seconda domenica dopo Pasqua e faceva accorrere all'eremo larghissimo stuolo di cittadini devoti.

Nell'ottocento il fervore dell'eremo, così come degli altri romitori, cominciò a declinare, e quando. aopraggiunsero le leggi del 1866 c'era solo qualche frate. Quelle leggi, comunque, segnarono ufficialmente la conclusione della storia dell'eremo.

Non però la fine della storia della chiesetta, la quale continuò a essere officiata e curata grazie all'interessamento della Confraternita di S. Maria di Trapani, sorta sin dal 1670.

Quando la chiesa fu gravemente danneggiata dal terremoto del 1908, se ne addossò le spese per la riparazione la famiglia Guarnera, cui l'Arcivescovo D'Arrigo l'affidò con scrittura privata del 18 maggio 1910, registrata il 19 dello stesso mese, concedendo lo "jus patronatus" con tutti i doveri e i diritti che esso comporta, e riservandosi il diritto di nominare il custode. La confraternita da parte sua continuò a curare la celebrazione della festa annuale con immutato concorso di devoti della Santa Vergine.

 

Ai lati di questa congestionata main-street incombevano i tenements, massicci casermoni di alveari umani che con i loro cinque o sei piani formavano stretti passaggi e vicoli bui, dove la luce del sole faceva fatica a penetrare e dove brulicava un folto sottobosco di mille popoli e cento dialetti.
Veniva così a crearsi una città formata da mille piccole città, una sorta di grande mosaico organizzato per tante aree contigue, veri e propri insediamenti sociali con specificità etniche: processo che diede vita a tante piccole o grandi comunità sulla base dell'identità nazionale come quella, per esempio, di Little Italy a New York che con le feste e le processioni rivendicava il proprio diritto a mostrarsi differente.

Gli italiani si insediarono a Mulberry Street (che godeva in passato di una reputazione terribile) quando ormai le condizioni erano migliorate, grazie agli sforzi di alcuni gruppi religiosi.

 

I mestieri di strada furono un'importante risorsa per gli emigrati. Il lustrascarpe, lo strillone, lo spazzino, erano assegnati agli adolescenti che dopo la scuola (obbligatoria sino ai 12 anni) contribuivano al mantenimento familiare.

I lustrascarpe iniziarono la loro atttvità presso i barbieri o davanti alle banche.

Dopo mille sputi sulle lussuose scarpe e dieci ore passate in ginocchio, si riusciva a raggranellare qualche soldo da portare a casa. Era sicuramente meglio che rubare e vagabondare.

Le bambine, pur lavorando tra le mura di casa, non avevano un destino diverso. Dopo la scuola, insieme alla loro madre ,partecipavano ai più svariati lavori manuali; arrotolando cartine per sigarette o confezionando maccheroni. Le più esperte cucivano abiti o tovaglieria per i negozi della città, all'interno di una casa in cui i profumi e i canti della terra amata si mescolavano ai pensieri della quotidianità e al pianto dei più piccoli, mentre nel cuore regnava l'incertezza del domani.

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