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San Fratello

Mar 05, 2024

 

 

di Michele Cappotto

Altitudine: m. 675 s.l.m.

Denominazione: Il nome del paese deriva dai tre Santi Fratelli Alfio, Cirino e Filadelfio, martiri cristiani del IV secolo d.C.
Abitanti:  sanfratellani (4.076 unità nel 2010)
Densità:  60 unità per km/q
Patrono: S. Benedetto il Moro (festa il 17 settembre)
Prefissi: c.a.p. 98075  tel. 0941

Numeri utili: Comune via Serpi - tel. 0941-794697
Polizia locale via Serpi - tel. 0941-794030
Carabinieri  via Trapani, 1 - tel. 0941-794000 / 799260
Guardia Medica notturna e festiva  v. Milano, 2 - tel. 0941-799241.
Ufficio postale  via Cirino Scaglione n.93 - tel. 0941-799449.
Farmacia  via S. Latteri n.94  tel. 0941-799460 / 799761
Tabacchi via Roma n.74 tel. 0941-794091 / 799630
Istituti scolastici  Scuola Media A.Manzoni via Apollonia n.1 tel. 0941-794331

Territorio e risorse: Le attività economiche prevalenti sono l'agricoltura (fichi, l'uva, olive, grano, cereali, nocciole ed agrumi) e l'allevamento di bovini, ovini e suini ed equini. Particolare vanto è  l'allevamento dei cavalli propriamente denominati Sanfratellani. Di lontane origini normanne sono resistenti alle fatiche ed alle avversità climatiche nonché adatti ed agili per lo sport ed il trasporto. Si adattano bene al turismo equestre sui tanti percorsi naturali esistenti. La prima  domenica di settembre si svolge la tradizionale Mostra-Mercato del Cavallo Sanfratellano. Vivo l'artigianato locale del Ricamo su tela e lino e del Coltello Sanfratellano forgiato e creato nell'antica tradizione. Esso presenta la lama a “foglia di ulivo” ed il manico in corno bovino o di metallo.

Come arrivare: Autostrada A20 uscita S. Agata Militello. Imboccare la Strada Statale 113 in direzione Palermo per 3 km. fino al  bivio con la SS. 289 sulla quale proseguire per 14 km.

Cenni storici: Sulla sommità pianeggiante del vicino Monte Vecchio (S. Fratello) sorgeva l'antica città greca di "Apollonia" (IV sec a.C.), centro siculo poi ellenizzato. Nel IX secolo Apollonia fu invasa e in parte distrutta dagli Ottomani che imposero a forza religione e costumi. Ciò spinse molti abitanti ad abbandonare il monte e a rifugiarsi presso la vicina rupe “Roccaforte”. Sorse così facendo il primo nucleo abitativo da cui si sviluppò la nuova città grazie anche alla volontà della regina Adelasia di Monferrato moglie del Gran Conte Ruggero il Normanno il cui seguito di coloni provenienti dal Piemonte, Lombardia ed Emilia, diffusero il loro dialetto gallo-italico tuttora parlato. Il centro fu dotato di un castello e di molti altri edifici tra cui l’antica Chiesa dedicata a San Nicolo di Bari nei pressi della Roccaforte.  I Normanni introdussero pure il culto dei Tre Santi Martiri Alfio, Fladelfio e Cirino martirizzati, sotto l'imperatore Valerio nel 312 d.C., ai quali dedicarono l'omonima chiesa e convento sul Monte Vecchio. Col regno di Federico III d'Aragona  San Fratello divenne feudo baronale. Durante la dominazione aragonese fu governata dagli Alagona, gli Olivieri e i Russo. In seguito appartenne anche ad altri signori, quali Angelo di Larcan nel 1408 e i Lucchesi nel 1639.  Nel 1754 e nel 1922 S. Fratello fu danneggiato gravemente da due grandi frane. Nel 1922, in particolare, il dissesto provocò lo smottamento di un'ampia parte a nord del paese. Ciò  spinse gli sfollati a fondare la frazione marinara di Acquedolci, in seguito diventata centro autonomo. Purtroppo tra l'11 e il 17 febbraio 2010, S. Fratello è stato nuovamente colpito da estese  frane che hanno provocato l'evacuazione di moltissimi fabbricati e costretto oltre duemila persone (su circa 4000 abitanti) ad abbandonare le casa in attesa di adeguati interventi conservativi.


Luoghi e cose da vedere:  L'Area archeologica di Apollonia la città siculo-greca è sede di ritrovamenti di epoca greco-romana (IV-III sec. a.C.) e arabo-normanna. Al suo declino seguì lo sviluppo dell'odierno centro chiamato S. Filadelfio (S. Frareau) ad opera di una colonia di genti lombarde fatte migrare dal normanno Conte Ruggero. In seguito il nome fu mutato in S. Fratello in onore dei martiri cristiani Alfio. Filadelfio e Cirino le cui reliquie furono rinvenute nella cripte del vicino Monastero (fondato nel XII secolo), posto sul Monte Vecchio uno dei punti più alti del paese sui resti di un tempio greco. Il tempio è costituito da un'unica navata e da due piccoli vani laterali. I tre ambienti sono divisi da archi sovrastati da una cupola. Sul fianco destro dell'edifico si trova il piccolo monastero ormai abbandonato. La Chiesa Madre “Maria SS. Assunta” sorge a fianco dell'ex Convento Francescano. La struttura, con campanile quadrato, presenta linee semplici arricchite però da un'elegante portale in pietra sormontato da un finestrone e affiancato da due edicole con cornici di analoga fattura con volute alla base e timpani che racchiudono due composizioni in ceramica di recente fattura (1988) raffiguranti i Tre Fratelli e S. Benedetto il Moro. Nell'interno della chiesa, oltre alle Reliquie di San Benedetto il Moro e dei Martiri Filadelfio, Alfio e Cirino, si possono ammirare il settecentesco tabernacolo dell'altare maggiore, mirabile opera in legno intagliato, la statua in marmo di Santa Maria di Gesù, la statua in marmo della Madonna col Bambino (Scuola dei Gagini), e il Crocifisso di Fra Umile da Petralia posto sull'altare al centro della pala pittorica raffigurante la Madonna, San Giovanni e la Maddalena. La Chiesa conserva pure un secondo crocifisso ligneo di forte valenza spirituale per i fedeli di San Fratello che viene portato in Processione a Pasqua.

L' attiguo ex Convento dei Padri Riformisti, è dotato di un grande chiostro colonnato sotto gli archi del quale le lunette presentano coevi affreschi di Fra Emanuele da Como. All'interno si trova una biblioteca (sec.XVII) che custodisce pregevoli e rari volumi. La Chiesa Maria SS. delle Grazie (sec. XVIII) è in stile barocco. Di dimensioni contenute la chiesa riveste un rilevante valore artistico essendo arredata con mirabili composizioni di marmi, stucchi tele ed altre opere d'arte. Tra queste vi è una statua della Vergine scolpita dal celebre scultore Girolamo Bagnasco (1759-1832)  posta sull’altare maggiore. La Chiesa del SS. Crocifisso anch'essa risalente al XVII secolo,  è anch'essa in stile barocco. La struttura è ottagonale, arricchita da pregevoli decorazioni e i dipinti di scuola siciliana raffiguranti episodi della Passione del Cristo. Di fronte al sagrato è posto un crocifisso in pietra datato 1664 oggetto di culto di molti fedeli. La Chiesa di San Nicolò infine fu edificata nel 1953 conformata all’originaria chiesa che risaliva al ‘500 che rimase  distrutta a causa della frana del 1922 e di cui oggi ne restano solo i ruderi. La nuova Chiesa, che conservava parte dei materiali marmorei e degli arredi sacri della precedente, è stata  a sua volta sgomberata a causa dell'ennesimo episodio franoso del febbraio 2010. Il centro storico presenta il tipico agglomerato medioevale: un intreccio di viuzze lastricate, cortili, archi, eleganti portali, balconi, graziose finestre. Tra i palazzi nobiliari è da citare il possente Palazzo Mammana.

Tradizioni da non perdere: San Fratello è sede di una delle tradizioni più caratteristiche famose della Sicilia e anche d'Italia: La Festa dei Giudei. Si tratta di un evento di antichissima e pagana istituzione che si svolge nei giorni di mercoledì, giovedì e venerdì della Settimana Santa. I Giudei sono cittadini indossanti singolari e pittoreschi costumi (che si tramandano di padre in figlio) composti da pantalone e giacca di colore rosso riccamente ricamati e corredati da particolari elementi ornamentali, simili a divise militari, come spalline frangiate, elmi piumati e maschera che impedisce di vedere il volto di chi le indossa. Essi girano per la città suonando con particolari trombe per festeggiare la morte di Gesù Cristo e disturbare con corse, urla e canti la stessa processione religiosa che ne commemora la Passione determinando una folkloristica commistione tra il dolore dei fedeli e la festosità demoniaca degli uccisori del Cristo.  Altre tradizioni di grande partecipazione popolare sono la Festa dei Tre Santi (10 maggio) con processione per le vie cittadine fino al Santuario del Monte Vecchio e contestuale “cavalcata”.

Peccati di gola: A settembre da non perdere la Sagra dei Funghi. Ottimi gli insaccati di suino nero, il caciocavallo e la ricotta. Da assaggiare le frittelle di cardi selvatici, con farina e uova. Per i golosi ci sono le paste Bianche e Nere.

Raccuia

Mar 05, 2024

La Chiesa Madre, di stile rinascimentale, sorge nella piazza principale della cittadina ed è dedicata all'Assunta. L'interno è a tre navate su colonne a croce latina. In essa si conservano importanti opere d'arte tra le quali spiccano due gruppi marmorei bianchi della Bottega dei Gagini: il primo raffigura “l'Annunciazione” (1552), il secondo “la Trinità” (1535). Di notevole pregio sono anche una tela di Gaetano Mercurio (1774) raffigurante l'Immacolata e una tela raffigurante il Martirio di Sant'Agata di Pietro Novelli. Si possono poi ammirare varie tele firmate e datate da Giuseppe Tresca (1753-1818) una statua barocca di San Giacomo Apostolo, una di S.Rocco ed una scultura lignea di scuola fiammingo-renana raffigurante San Sebastiano (1480) collocata nell’Altare del Sacramento anch’esso in legno risalente al XVII secolo.

Castello Arabo-Normanno fu per quattro secoli la vita feudale di Galati. Si tratta di una imponente costruzione posizionata su di uno spuntone roccioso. Di esso oggi esistono solo i ruderi poiché tutto è andato in rovina a causa del tempo e dell’abbandono avvenuto nel corso del XVII secolo. Esso fu edificato dagli Arabi (sec.XI) sotto la dominazione dei quali potrebbe aver preso il nome l'intero abitato. Il castello aveva molte stanze e cisterne ed anche le prigioni. Nella parte di nord est esistono i ruderi dell'abside di una cappella normanna interna ad esso dedicata all'Arcangelo San Michele. Dal castello si poteva controllare tutto il territorio circostante fino alla costa, di concerto con quello di San Salvatore di Fitalia (Bufana) e di Frazzanò (Beddumunti).

La Chiesa di S. Caterina è molto antica, fu restaurata nel 1581. All’interno tra eleganti colonne in stile corinzio, custodisce una statua gaginesca della Santa titolare (1550), una statua lignea dell’“l’Immacolata” (1808) opera di Girolamo Bagnasco, un Crocifisso ligneo del XVII secolo della bottega di Frà Umile di Petralia dall'anatomia precisa e commovente, forse l’opera più bella del Frate madonita, e alcune ammirevoli tele, tra cui la “Madonna col Bambino” del Tresca (1753) ed il “Trapasso di S.Anna” (ignoto del sec.XVIII).

Chiesa del Rosario (già chiesa di S.Martino) è una semplice realizzazione novecentesca. Essa tuttavia contiene varie opere antiche e di pregio, tra cui, la statua marmorea della Madonna delle Grazie (o della Neve), bellissima opera di Antonello Gagini (1534), la statua barocca di San Rocco, il gruppo scultoreo in legno raffigurante Gesù che consegna le chiavi a San Pietro (opera di Gabriele Cabrera di Naso del 1666). Da ammirare altresì un armadio in legno di artigianato locale, posto in sacrestia, realizzato nel 1831, il coro ligneo, il pulpito e la “Porta Santa”. La Chiesa di S. Luca, in stile rinascimentale, è da tempo sconsacrata. Imponente la sua elegante scalinata realizzata in pietra locale.

Nell'ambito del patrimonio architettonico civile troviamo il Palazzo De Spuches (Palazzo del Principe) sontuosa costruzione del 1622 che Don Filippo I Amato fu il primo ad abitare. Essa rimane isolata rispetto agli altri coevi palazzi baronali (Palazzo Marchiolo e Palazzo Parisi) che a seguire delimitano da un lato l’ampia piazza S. Giacomo formando nel loro insieme la cd. “Palazzata baronale”. Il Palazzo è formato da numerose stanze, compreso il grande salone dove il Barone o il Principe oltre alle feste, teneva i suoi consigli di governo insieme coi Nobili e i Dignitari e dove nominava i Magistrati. D

al cortile interno dove si affaccia l’elegante e famosa loggia con “bifora” che si ispira al Montorsoli, si accedeva alle scuderie , ai magazzini e alle abitazioni delle servitù.  Successivamente fu residenza di altri rinomati casati nobiliari quali gli Squiglio, i Lanza, i De Spuches, i Marchiolo e infine i fratelli Stazzone. Questi ultimi vendettero il palazzo alla Regione Siciliana che lo cedette all'Amministrazione Comunale per l'esercizio delle attività culturali e per essere adibito a sede del centro Museografico Polivalente della Valle del Fitalia, con sale riunioni e convegni, Biblioteca Comunale ed archivi vari. In posizione dominante sui quartieri del paese ma meno elevata rispetto al castello (in evidente subordinazione) si trova la sede della storica Universitas Galatensis edificata nel secolo XIII di cui oggi rimane solo la cd. Loggia dei Bandi formata da tre archi romanici rivolti ai tre quartieri che costituivano l’antico centro medievale interno alla cinta muraria. Da questa loggia venivano letti i bandi dei Signori del paese per essere portati a conoscenza dei sudditi.

Oggi sono ancora visibili due due dei tre archi mentre del terzo ne rimangono tracce inglobate all’interno dell’adiacente fabbricato cinquecentesco. Il panorama culturale infine offre altri due siti di grande rilievo: il Museo di oggetti di vita contadina sito presso il “ Palmento” cioè una serie di antiche strutture ed ambienti usati per la lavorazione dell’uva e vinacce; la Sezione Paleontologica del Museo Geologico Gaetano Giorgio Gemellaro di Palermo ove sono visibili interessantissimi reperti preistorici del mondo minerale, vegetale ed animale tra cui spicca un esemplare di Elephas Mnaidriensis vissuto in Sicilia circa 200.000 anni fa.

 


 

Storia

Raccuia domina una bellissima vallata attraversata dal fiume Mastropotimo. Si tratta di un territorio di particolare valore naturalistico e grande impatto paesaggistico.
Le origini storiche del borgo risalgono al 1091 quando il Gran Conte Ruggero, dopo la sanguinosa e vittoriosa battaglia contro i Saraceni, combattuta nella vallata "del Fico"fece ampliare una preesistente struttura fortificata di origine bizantina ed un vicino monastero basiliano, con annessa chiesa, che fu dedicato a San Nicola di Mira (detto poi di Bari) a cui fu aggiunto l’appellativo “del Fico”dal nome del luogo. Questo monastero era abitato da pochi monaci appartenenti all’Ordine di San Basilio che tuttavia si resero famosi per essere stati gli autori dei cosiddetti "Codici Raccuiesi", cioè svariate copiature di antichissime opere di scrittori latini e greci. Di questa struttura oggi restano solo dei ruderi e la piccola chiesa.

Il periodo medioevale vide Raccuia dominio di potenti famiglie quali gli Orioles (1296), gli Alagona (1393), i Valdina (1507) e i La Rocca, contro i quali la popolazione insorse nel (1549), accettando infine da Carlo V di Spagna la baronia di Nicolò Branciforti, il quale nel 1552 divenendo Conte di Raccuia. I Branciforti restarono signori di Raccuia fino a quando nel periodo risorgimentale nel paese si affermò un importante ceto di aristocratici e borghesi proprietari terrieri che col tempo finì per acquisire non solo tutte le terre del feudo ma anche gli immensi possedimenti e beni ecclesiastici derivanti dalla chiusura dei conventi disposta dal nuovo stato italiano nel 1866.

 


 

Beni Culturali

 

L'abitato conserva ancora molto del suo aspetto medioevale.
La Chiesa Madre (Santa Maria di Gesù),  fu costruita nel sec. XI e rifatta nella prima metà del Cinquecento. Presenta una facciata barocca con lesene e capitelli corinzi. Il portale è sovrastato da un arco aperto ribassato. L'interno è a tre navate, con arcate di stile romanico, sorrette da colonne monolitiche in pietra. In essa si ammira il dittico in marmo della Madonna Annunziata, bellissima realizzazione della scuola del Gagini, e le due statue in marmo, di analoga fattura, raffiguranti San Sebastiano e Santa Maria di Gesù, entrambe con basi artisticamente istoriate con il Martirio del Santo e la Natività. Pregevoli sono poi due sarcofaghi gentilizi in marmo, uno dei quali, quello di Girolamo Giambruno, è del 1601. Molto bello, infine, un polittico del '500 (Madonna del Rosario) ed un dipinto del '600 che raffigura la Deposizione.

Chiesa di San Pietro Apostolo, fu costruita attorno all'antica torre araba che ora funge da campanile. L'interno presenta un raro impianto su due navate di diversa ampiezza divise da pregiate colonne con capitelli corinzi che sorreggono archi a tutto sesto, ciascuna recante lo stemma dei Branciforte. Il soffitto è ligneo a falde. In fondo alla navata minore vi è un prezioso altare ligneo del XVII secolo. L’altare maggiore, in marmo, è invece delimitato da un bellissimo arco arabo-normanno. Arredano il tempio un’antica statua di San Pietro, una dell’Addolorata ed altre opere di più recente realizzazione.

La Chiesa del Carmine edificata nel XVI secolo faceva parte del complesso conventuale delle Carmelitane Scalze. L'esterno in pietrame è lineare ma arricchito con elementi in stile neoclassico misto a barocco. La facciata presenta da un portale in pietra arenaria, con sovrastante stemma dell'Ordine del Carmelo. L'interno, ad una sola navata, presenta altari in marmo policromo e due preziose statue lignee del Settecento: una raffigurante la Madonna nera del Tindari e l’altra la Madonna del Carmelo.

Il Convento dei Frati Minori Osservanti, fu fondato alla fine del 500 e dedicato alla SS. Vergine Annunziata. Abitato da pochi monaci ebbe vita fino al 1866. Al suo posto oggi sorge il cimitero della città. Vi è annessa la chiesa che presenta un magnifico portale di stile barocco. L'interno è tutto rivestito in conci di pietra da taglio con quattro nicchie laterali ornate con lesene finemente scolpite sormontate da capitelli corinzi  su cui poggia un  elegante cornicione, anch'esso in pietra scolpita.

Il Castello, domina la parte alta del borgo e controllava strategicamente la sottostante fiumara. Fu edificato intorno all'anno 1000, per volere del Gran Conte Ruggero d'Altavilla, su di una probabile preesistente struttura bizantina dopo che il valoroso condottiero ebbe riportato una vittoriosa battaglia contro i Saraceni. Nel tempo l'aspetto della struttura è stata modificata, infatti le diverse caratteristiche architettoniche evidenziano tre fasi epocali (normanna, medioevale e rinascimentale) che lo trasformò da struttura tipicamente difensiva a palazzo nobiliare.
La costruzione occupa un'ampia area di forma rettangolare che si sviluppa su due piani messi in comunicazione da uno scalone in un'unica rampa. Negli ultimi secoli è stato adibito a carcere mandamentale e, a tale scopo, la torre di nord - ovest è stata utilizzata fino agli anni 60. Sono ancora visibili le robuste inferriare a protezione delle finestre.

Attraverso un elegante portale manieristico in pietra arenaria, sovrastato dallo stemma di casa Branciforti - Lanza, si accede al salone centrale arredato da un grande camino riquadrato in arenaria. La sala presenta una caratteristica copertura, ripresa dall'antica volta ad incannucciato. All’interno, attraverso stretti passaggi, corridoi ed archi si accede ai vari locali e stanze che conservano ancora singolari strutture di vita quotidiana. Parte del primo piano è attualmente adibito a Biblioteca Comunale.

 

 


 

Tradizioni

 

La festa più significativa è quella patronale, che si svolge il 21 settembre di ogni anno, dedicata alla Madonna Annunziata. Nell’occasione il bellissimo simulacro, ricoperto da un manto dorato, viene portato in solenne processione dalla Chiesa Madre per le vie della città sulla sua tradizionale vara processionale lignea, seguito dall'intera comunità che partecipa con canti preghiere, inni e manifestazioni di penitenza. Alle ritualità religiose fanno pure da contorno anche manifestazioni di spettacolo ed intrattenimento che arricchiscono la festa di una atmosfera giocosa e spensierata.

Altra festa religiosa di grade partecipazione popolare è la caratteristica processione della Madonna Odigitria. Si tratta di un'antichissimo rito bizantino che viene celebrato il martedì dopo Pasqua quando il simulcro della Madonna che "Guida del Cammino" viene condotto presso un'altura vicino al borgo, chiamato proprio Colle dell'Itria, presso il quale si trovava un’antica chiesetta bizantina ed ove, fino alla metà dell’Ottocento, ha vissuto una piccola comunità di religiosi. Qui, dopo la benedizione dei campi, viene consumato un pasto a base di prodotti tipici del tempo pasquale che comprende le cosiddette "cuddure" e le "nuvolette", che sono dolci tradizionali in pasta bianca a base di uova, farina e zucchero.

 

Piraino

Mar 05, 2024

Altitudine: m. 415 s.l.m.

Etimologia: l’origine è dialettale da "pirainu" (pero selvatico)

Abitanti: pirainesi (3944 unità nel 2008)

Densità: 229 Km/q

Patrono: San Giuseppe (festa il martedì dopo Pasqua)

Ambiente e risorse: È un centro prevalentemente agricolo-artigianale. I prodotti agricoli principali sono le nocciole, le mandorle, le olive, gli ortaggi, l'uva e gli agrumi. Oltre all'agricoltura, vi sono industrie per la trasformazione dei suoi prodotti. Vivo è il commercio e il turismo rivolto essenzialmente alle sue spiagge. Caratteristici sono inoltre i manufatti in legno, ferro battuto, rame (ancora vive la figura del "pignataro" costruttore di pentole in rame) e l’industria artigiana delle ceramiche.

Personaggi illustri: Il paese ha dato i natali ad Alberto Denti di Piraino, uno dei più colti ed attenti gastronomi del Novecento. Tra le suo opere si ricordano "Il gastronomo educato" (1950) e i "Siciliani a tavola : itinerario gastronomico da Messina a Porto Empedocle" (1970).

 

 

 


 

Storia

 

Piraino sorge su un crinale che degrada bruscamente sul mare, tra i promontori di Capo d'Orlando e Capo Calavà. Secondo le ricerche storiche le prime notizie certe sull'esistenza di Piraino sono da collocare temporalmente in epoca greca. Successivamente fu casale romano, subendo anche la dominazione bizantina.
Nell'860 i Saraceni occuparono Piraino costruendovi la torre cilindrica come punto di osservazione e le mura del paese, mentre la chiesa cristiana venne trasformata in moschea. Della presenza musulmana sopravvivono evidenti tracce anche nei toponimi di alcune importanti borgate di Piraino come Salinà, Scinà e Maraona. A partire dal 1070 con la dominazione normanna, la città conobbe un periodo di grande splendore grazie alla riorganizzazione dell'agricoltura.

Nell'alto Medioevo Piraino insieme a Brolo, Ficarra e Galati appartenne alla nobile famiglia dei Lancia che ressero l'esteso feudo fino agli inizi del XVIII secolo. Durante le lotte fra Svevi e Angioini, che per decenni devastarono l'isola, i Lancia, che avevano combattuto eroicamente sotto le bandiere di Federico, persero i loro beni. Soltanto con l'avvento degli Aragonesi recuperarono parte dei loro antichi possedimenti. Nel 1640 il reverendo canonico Francesco Denti acquistò da Vincenzo Paternò la Baronia di Piraino affidandola a Vincenzo Denti che per privilegio del re Filippo IV di Spagna, nel 1656, ottenne il titolo di Duca. Iniziava così il dominio della nobile famiglia Denti che legò al suo nome le pagine più gloriose della storia della città.

I Denti governarono per circa due secoli. A Vincenzo Denti successe, nel 1678, Gregorio Castelli al quale venne conferito il titolo di Principe di Castellano. Questi promosse la ricostruzione e l'ampliamento del palazzo Ducale per farne una prestigiosa dimora della sua famiglia, come in passato lo era stata per i Lancia. Di quel magnifico edificio oggi, purtroppo, restano i ruderi e il portale sulla sommità del quale spicca lo stemma araldico.
Per volontà dello stesso Gregorio nel 1867 fu costruita anche la chiesa di Sant'Anna per dir messa per la famiglia. Legato oltremodo a Piraino, Don Gregorio si fece costruire la tomba destinata ad accogliere le sue spoglie mortali nella chiesa del convento dei Minori Osservanti, ancora oggi esistente. Ma la morte lo colse improvvisamente a Palermo e lì fu sepolto.

L'ultimo ad avere l'investitura ed il titolo di duca di Piraino fu nel 1798 Vincenzo Denti Bonanno, morto a Palermo nel 1813. I duchi governarono saggiamente il loro feudo. Grande sviluppo ebbe l'agricoltura con la pratica delle coltivazioni intensive di ulivi, vigne e soprattutto gelsi che legata alla fiorente attività della bachicoltura, rappresentò una importante fonte di reddito per la comunità. Negli ultimi decenni un grande sviluppo urbanistico ed economico ha investito la frazione marina di Gliaca che ha visto nascere rapidamente insediamenti turistici ed il moltiplicarsi della già consistente popolazione.

A Gliaca, il piccolo borgo marinaro di Piraino, situato lungo la statale 113, oggi enormemente sviluppatosi grazie al fatto essere diventato meta di vacanze e turismo, conseguentemente  all’invidiabile bellezza della costa e del mare che la bagna, nonchè attivissimo centro di commercio ed artigianato, si trova la vecchia Stazione di Posta Fondaco (sec. XVII) uno dei unici due edifici del genere rimasti sull’antico asse viario Messina – Palermo adibito alla sosta e ristoro dei viaggiatori ed al cambio dei cavalli delle carrozze. Completamente restaurato e recuperato esso oggi si presenta integro nel suo aspetto originario.

 


 

Beni Culturali

Piraino, è una città con una storia ricca di prestigio e gloria come testimoniano i suoi sontuosi monumenti, le chiese, le torri e i palazzi baronali.

Il Convento di San Francesco dei Frati Minori Osservanti, è sicuramente uno dei simboli del paese. Dello splendido edificio originale, costruito tra il 1604 e il 1614, ancora oggi si conservano parte delle mura perimetrali e soprattutto il bellissimo chiostro con colonne e capitelli in arenaria sapientemente scolpita. Nel porticato sono ancora visibili le tracce dei preziosi affreschi che lo ornavano, in parte occultati verso la fine dell'Ottocento dalla trasformazione del cenobio francescano in cimitero. La chiesa annessa è un’ampia costruzione secentesca.

All'interno si ammirano eleganti stucchi raffiguranti festoni e puttini ispirati all’arte del palermitano Serpotta.
Splendido l’altare in marmo che presenta preziose sfumature di vari colori. L'altare è sovrastato da un'edicola sostenuta da quattro colonne dalle originali forme artistiche. Completano l'arredo del tempio alcune tele del Settecento ed una deliziosa statua di marmo pregiato raffigurante la Madonna della Neve, opera della scuola del grande scultore palermitano Antonello Gagini (1478-1536).

La Chiesa Madre esisteva già al tempo dei Normanni, come si evince da un documento del 1523, ove viene sancita l’appartenenza della Chiesa alla giurisdizione del Vescovo di Patti. Il portale, costruito nel XVI sec., presenta sul lato destro, un bassorilievo in marmo bianco, con lo stemma, raffigurante l'emblema di Piraino. La Chiesa, in origine era a croce latina, furono, poi, aggiunte la navata laterale destra, coperta con le volte a crociera e le cappelle sulla sinistra. La navata centrale è coperta con una volta a botte lunettata, all'incrocio della navata centrale con il transetto, quattro pennacchi sorreggono un basso tamburo, su cui è impostata la cupola elissoidale, completata nel 1885. Di particolare pregio è l'altare ligneo, decorato in oro, risalente al 1600. In esso si trova anche la statuetta che rappresenta  la Madonna Bambina avvolta in fasce tipica iconografia bizantina. Ad esso fa sfondo, l'organo settecentesco, in legno scolpito, di fattura siciliana.

Circondano l'altare ai due lati gli stalli in legno del coro dei sacerdoti. Possiamo inoltre ammirare, un quadro di S. Orsola, datato 1618, dipinto da Franco Ferlito catanese, l'altare di Santa Bruna ove, dietro un’artistica cancellata secentesca in ferro battuto, è custodita l'urna laminata in argento contente le reliquie della Santa , donate alla chiesa dai duchi Denti, nella seconda metà del 1600. Un cofanetto decorato in stile portoghese racchiude le ossa della Santa. Segnaliamo, il quadro di Santa Rosalia in mezzo a San Francesco d'Assisi e Santa Maria Maddalena. Il quadro è opera dell'artista Rosalia Novelli di Monreale figlia del più noto Pietro Novelli. Suggestiva infine una grande croce lignea con tutti i simboli della crocifissione risalente al XVI sec. Sotto la Chiesa vi è una cripta adibita a sepoltura, risalente al 1771, nella quale si trovano i corpi dei sacerdoti di Piraino, ancora ben conservati, grazie alla tecnica del "colatoio".

La Chiesa della Badia o "TEOTOKOS" cioè Casa della Madre di Dio, è quella più antica risalente al XII sec.
Nel 1101 venne concessa dal Gran Conte Ruggero, il Normanno, all'Abate della Badia di San Nicolò Lo Fico di Raccuia. Nel 1681 la madre di Girolamo Lanza, per grazia ricevuta, fece dono alla chiesa di una campana. Nel 1732, Lucio Denti, la fece restaurare e a testimonianza questo avvenimento fu apposta una lapide marmorea. Negli ultimi anni sulle pareti interne della chiesa, sono stati rinvenuti degli affreschi, di stile bizantino, raffiguranti una Madonna con Bambino. Di fattura locale è l'acquasantiera in pietra arenaria. La chiesa attualmente è in restauro.

Chiesa della Catena si presenta coperta con un tetto in legno con finte capriate. Fu eretta nel secondo '600 per devozione alla Madonna che libera dai pirati, dal carcere e dai legami extraconiugali. Da una relazione dell'arcivescovo di Messina, si ha notizia dell'esistenza a Piraino, già nel 1500, di una confraternita della Madonna della Catena.
La Chiesa fu luogo delle prime libere elezioni dopo l'Unità d'Italia. E' il centro del culto a S. Rocco, e godette di diversi "lasciti" per celebrazioni di S. Messe, che nella Novena del Santo dovevano essere cantate. Come per la festa dell’l'Ecce Homo si faceva la raccolta del funicello (la seta che estratta dai bozzoli veniva lavorata e venduta ai commercianti locali).

La Chiesa del Rosario fu fondata su di una precedente chiesa dedicata alla S.S. Trinità risalente al 1400. Modificata nel 1635 dalla confraternita del S.S. Rosario, fu dedicata al culto della Madonna del Rosario. La Chiesa conserva ancora, il suo vecchio campanile del 1500, con la campana forgiata nel 1546. Il Portale in pietra arenaria, risale al 1600. Le colonne, poggiate su due grosse basi sono arricchite da motivi floreali, nella parte inferiore, e scanalate nel fusto superiore, sostengono i capitelli in stile corinzio, sormontati da un timpano spezzato con mondanature che si accartocciano in volute terminali. All'interno possiamo ammirare l'altare ligneo scolpito di stile barocco fiorito risalente al 1630-1650. La statua della Madonna del Rosario, con ai lati S.Domenico e S. Caterina da Siena, anch'essa in legno scolpito e risalente al 1703, è coronata dai 15 Misteri del Rosario. La Chiesa è a navata unica, è coperta da un soffitto in legno a cassoni quadrati con rosoni di stile bizantino-normanno restaurato nel 1972. Recenti restauri hanno portato alla luce la Cappella del Rosario e l'antica tomba della Confraternita.

La Chiesa di Santa Caterina d'Alessandria è ritenuta di epoca antichissima. Era parrocchia già alla fine del 1500 e continuò ad esserlo fino al 1960. Il portale d'ingresso, in pietra arenaria è datato 1694 (presumibilmente fu costruito in seguito al terremoto, avvenuto nel 1693). L'impianto basilicale della Chiesa risale al sedicesimo secolo. Esso è costituito da una navata centrale, coperta da una volta a botte lunettata, e da due navate laterali, coperte da volte a crociera. Le colonne che dividono le navate, sono in pietra arenaria e presentano diametri diversi. I capitelli, di stile composito, in pietra arenaria, sostengono degli archi a pieno centro, abbelliti da medaglioni raffiguranti gli apostoli, affrescati tra il 1935-1940. L'altare, in legno scolpito, è dipinto in oro zecchino con due colonnine in ebano e due dipinti di San Pietro e San Paolo ai lati del tabernacolo.

Al centro ed in alto è collocata la statua in marmo bianco di S. Caterina d’Alessandria (Bottega del Gagini - sec.XVI) con i simboli del martirio (spada) e della regalità e della saggezza (corona e libro). Ci sono poi varie tele del sec. XVII e XVIII  tra cui quella dei santi Cosma e Damiano, il Crocifisso con Maria Maddalena, San Gaetano da Thiene e la Trasfigurazione sul Tabor. Di grande pregio sono le statue lignee della Madonna Immacolata (1786), quella della Madonna del Carmine con San Simone, quella di San Vito e quella di San Sebastiano. Sotto la chiesa si trova una cripta adibita al culto dei morti, dove esistono anche i colatoi che servivano ad inumare i cadaveri.
Alla Chiesa è annessa la settecentesca Cappella del Signore Ecce Homo, le cui pareti furono dipinte nel 1724 con scene che ripropongono la devozione alle anime purganti. Sul soffitto un bellissimo affresco raffigurante Cristo il cui sangue scorre sulle Anime del Purgatorio.

La Torre Saracena, (detta anche Torrazza) fu realizzata dagli Arabi nel X secolo per la difesa e l'avvistamento: la sua particolare posizione geografica consente infatti una visione panoramica a 360°.
Presenta una forma cilindrica ed una superficie esterna in muri tipo a "faccia a vista" cioè realizzati con mattoni pieni privi di ulteriore rivestimento (tipo intonaco). La torre faceva parte di un sistema di avvistamento che partendo dalla cinquecentesca Torre delle Ciavole, posta lungo la costa, comunicava con la Guardiola, situata nord del paese e quindi con il Castello Brolo e quello di Capo d’Orlando. Si sviluppa su 3 livelli e con una terrazza collegati tra loro da una scaletta interna. Nel XVIII sec. fu anche adibita a carcere.
Essa è l'edificio posto sul punto più in alto di tutto il centro storico ed è sicuramente attorno ad essa che si sviluppò il primo nucleo abitato.

Palazzo Ducale. Fatto costruire dai Lancia tra il XV-XVI sec. fu da questi abitato fino al 1641. In seguito, fino al 1812 fu proprietà dei Denti. Era la sede del governo feudale e in certe occasioni diveniva anche sede del “Baiuolo” ( bagghiu) che era un giudice competente a dirimere questioni penali e civili tra cittadini. Il cortile dietro l’ingresso principale era il luogo di riunione. Il palazzo, oggi non agibile, contava 36 stanze, 12 magazzini ed una cappella privata.

Museo etnoantropologico. Inaugurato nel 1999, propone etno-reperti fondamentalmente espressivi della tradizione contadina di attività artigianale e commerciale molto importante nell'economia locale. I Pirainesi forti e orgogliosi di queste loro tradizioni, hanno messo insieme parecchio materiale, i loro ricordi più cari capaci di richiamare alla memoria ricordi di un fare rispettoso della natura e della cultura una stretta interdipendenza che i protagonisti, possono ritrovare nel loro museo, la cui sede si trova a Piraino in Via Roma (centro storico). Il Museo è diventato meta di numerose scolaresche e di turisti che dimostrano grande interesse per queste raccolte ricche di folklore, storia e tradizione, e che vengono presentate attraverso fotografie e pannelli informativi, sia per conoscere il nostro bene architettonico ma anche per spiegare le tecniche dei vari processi lavorativi. P

iraino sembra voler rivivere l'antico proverbio:" Pirainisi cannistri, cannistri picciuli e ranni su tutti maistri" che in un lontano passato indicava la "maestria" delle persone del luogo, capaci di svolgere "vari" mestieri (fornai, contadini, fabbri, calzolai etc.). Un bellissimo esempio di acquasantiera è custodita nel museo etno-antropologico. Risale al 1625, e si trovava nella Chiesa del Convento dei Frati Minori Osservanti di San Francesco. L'acquasantiera sulla base inferiore riporta scolpito il nome del Frate e la data (1685) dell'epoca della sua realizzazione.
La Guardiola  era una piccola fortezza e antico punto di osservazione (di qui "Guardia") la cui costruzione risale al XVI sec. Da questo osservatorio sul mare, a 380 m. di altezza, si ha la visione del tratto di mare che va da Milazzo a Capo d'Orlando con le Isole Eolie che chiudono l'orizzonte a nord.

Torre delle Ciaule Sulla costa, tra Gioiosa Marca e Gliaca, protesa verso il mare si erge la Torre della Ciaule. La Torre delle Ciaule ( o Ciavule) così detta per il tipo di uccelli che vi trovavano dimora (in italiano le Taccole). Si tratta di una bellissima realizzazione di epoca spagnola, costruita dall'architetto Camillo Camilliani tra il XVI e XVII sec. che sorge su di un costone roccioso che parte dalla riva si spinge nel mare per circa trenta metri. Di base quadrata, presenta il piano inferiore con pareti esterne, piano superiore con alloggio dei soldati e terrazza con parapetto, fu costruita con grossi blocchi di pietra.

Costituisce un magnifico esempio di quel sistema difensivo approntato lungo le coste siciliane intorno al 1500. Fungeva infatti con quella di Brolo da luogo di avvistamento e segnalazione per difendere il territorio dai saccheggi dei turchi, barbari, saraceni e da tutti i pirati che per secoli hanno infestato i mari di Sicilia. Era presidiata giorno e notte da quattro soldati con armamento di artiglieria. Ad essi spettava il compito di controllare i vascelli in transito o di lanciare l'allarme in caso di incursioni piratesche, in quell'epoca assai frequenti.
Legata a questa torre è la tradizione popolare che racconta di due giovani, lui abitante questa torre e lei quella della vicina Brolo il cui amore fu contrastato e tragicamente spezzato con l'uccisione degli amanti buttati poi nella cisterna della torre stessa.

 


 

Tradizioni

 

La Festa di San Giuseppe, patrono del piccolo centro, è fissata dalla tradizione il martedì della benedizione, immediatamente dopo Pasqua. L'altra festa importante è dedicata all' Ecce Homo il venerdì, sabato e domenica della seconda settimana di ottobre. Di grande interesse è pure la manifestazione Paese Presepe che si tiene al centro del borgo.

Assai suggestivo e di grande partecipazione popolare è il corteo storico della "Castellana" il 15 agosto, con fiaccolata a mare che si svolge nei pressi della torre delle Ciaule.

 

 

 

 

 

 

di Michele Cappotto

 

Altitudine: m. 650 s.l.m.

Etimologia: da “Noa” termine di origine sicana che significa “maggese” posto ad indicare la cospicua produzione di frumento che caratterizzò il periodo della colonizzazione greca.
Con i Romani cambiò in Novalia (campo di grano) e in seguito per gli Arabi fu “Nouah” (giardino, orto, fiore).
Nel medioevo si trasformò in  “Nucaria”, poi “Nuara”, e “Noara”, fino alla definitiva trasformazione in Novara.

Abitanti: novaresi (1517 unità nel 2008)

Densità: 31 Km/q

Patrono: Maria SS. Assunta e S. Ugo Abate (festa 15 e 16 agosto)

Ambiente e risorse: Posto al confine tra i monti Peloritani e i Nebrodi, Novara di Sicilia sorge sulle pendici della montagna da cui si scorge l’antica Tindari, in un incantevole scenario naturale a valle di un imponente sperone di roccia, la Rocca Salvatesta, che raggiunge i 1340 m. Questo vario e fertile territorio, caratterizzato anche da pinete e vegetazione mediterranea, vanta anche una ricca produzione agricola di nocciole, noci, castagne, frutta e ortaggi. Ottimi sono inoltre i formaggi locali, in particolar modo il già citato "maiorchino", che si possono gustare nell'annuale Sagra del Formaggio che si tiene nei mesi di febbraio e marzo. Gli allevamenti di bovini, ovini, suini e caprini sono ampiamente sviluppati. Rinomato per la sua qualità è l’artigianato dolciario con alla base i prodotti tipici locali tra cui, oltre alle nocciole, sono il miele, la ricotta fresca e i fichi secchi.

Personaggi illustri:

Salvatore Furnari, nato nel 1808 in una casa del quartiere Falanga che ancora si conserva intatta, fu davvero uno scienziato nel campo della medicina, ammirato dall’Europa bene del tempo. Ha trascorso quasi per intero la vita professionale in Francia, dove si è dedicato agli studi scientifici e alla ricerca specie in oculistica. Ha infatti inventato un nuovo metodo d’operare la cataratta. Ha documentato le sue ricerche e le sue scoperte in numerosi scritti e opere librarie. Conosceva l’italiano, il francese e l’arabo. Oltre alle scientifiche ha lasciato opere letterarie. Delle prime ricordiamo : “Essai sur une nouvelle méthode d’opérer la cataracte avec planches” e “Histoire Ancienne et Moderne de l’ophtalmologie”. Per i grandi meriti, in Francia è stato insignito del titolo di cavaliere della Legion D’Onore e in Italia decorato con medaglia dell’Ordine Reale del merito Civile da Francesco I, Re di Napoli e ammesso a membro effettivo dell’Accademia delle Scienze di Napoli. Morì improvvisamente a Palermo il 19 Giugno 1866.

Riccardo Casalaina nato il 19 marzo 1881 da genitori originari di Castroreale, il padre era stato incaricato di dirigere la  banda musicale di Novara di Sicilia, incarico mantenuto per pochi anni. Il suo impegno musicale, a parte la parentesi novarese, continuò sempre con la banda musicale di Castroreale, della quale fu Vice Direttore e primo trombone cantabile.
Fra le sue opere si ricordiano l’”Attollite Portas” (poema per soli, coro ed orchestra); “Aretusa” e la sua opera più importante l' “Antony”  tratto dall'omonimo lavoro di Alexandre Dumas (padre). Morì prematuramente, a soli 26 anni, nel terremoto di Messina del 1908. A Novara di Sicilia la cittadinanza gli ha intitolato il Teatro Comunale.

 


 

Storia

 

I ritrovamenti di età preistorica in contrada Casalini e le rudimentali abitazioni scavate all’interno della roccia Sperlinga documentano l’esistenza di un insediamento umano. L’antico centro abitato ebbe uno sviluppo consistente con i greci e poi i Romani che la chiamarono Noa ed i suoi  abitanti “noeni”(Plinio). Proprio con questi ultimi ebbe il suo massimo splendore. Tuttavia  tra il 24 ed il 79 d.C.fu gravemente danneggiata da un terremoto che distrusse anche la città di Tindarys.
Con la dominazione saracena (sec.IX) la città tornò a svilupparsi. Essi costruirono un ampio castello da dove era possibile controllare il territorio circostante. In tal modo il borgo sviluppatosi  intorno ad esso diventò il nuovo centro della vita civile sostituendo quello  nell’attuale contrada Casalini, abitato fino a tutta l’epoca bizantina.

Intorno al 1072 Ruggero il Normanno, Gran Conte di Sicilia, nell’attuare una seria politica di ripopolamento di ampie zone dell'isola, incrementò ulteriormente la popolazione di Novara con lo stanziamento di una colonia di popolazione lombarda di religione cattolica con rito latino proveniente soprattutto dal Monferrato. Da allora il dialetto locale fu influenzato tanto da trasformarsi in tipico dialetto gallo-siculo.
Nel XIII secolo, divenuto feudo, Novara fu acquisita dal signore Ruggero di Lauria che fortificò ulteriormente il borgo. Nel XIV sec., terra e castello furono possedimento della famiglia Palazzi e, in seguito, dei Vinciguerra Aragona.
Da questi il dominio passò alla famiglia degli Alogna sino al 1392. In seguito appartenne ai nobili Gioieni fino all'abolizione della feudalità. Il comune è incluso nel club de “I borghi più belli d'Italia” ossia un' esclusiva associazione di piccoli centri italiani che si distinguono per grande interesse artistico, culturale e storico, per l'armonia del tessuto urbano, vivibilità, servizi ai cittadini.

 


 

Beni Culturali

 

Il Duomo di Novara di Sicilia risale al secolo XVI, costruito sui resti di una più antica chiesa.
Presenta una pregevole facciata monumentale in pietra arenaria di stile tardo rinascimentale adorna di cappellette in pietra e capitelli marmorei con alla base un’ampia scalinata.

La costruzione dei muri, la collocazione delle colonne e la messa in opera degli altari è del sec. XV. All’interno le colonne monolitiche con capitelli corinzi sono opera dell' antico artigianato locale. La parte decorativa è stata completata gradatamente fino al XIX sec. Ha subito poi modifiche nel 1948, in seguito ai danni dei bombardamenti. Il Campanile, costruito nel XVIII sec. a torre, è stato modificato a guglia nel 1948. Le navate laterali presentano dodici altari marmorei di buona fattura. Entrando, a destra, vi è il Battistero.

E' costituito da un 'enorme acquasantiera in marmo cipollino rosso, di estrazione locale, sormontata da una cupoletta in legno. Accanto si trova il gruppo in marmo pario decorato dell’Annunciazione scolpito da G.B. Mazzola nel 1531.

Nella Sagrestia si trovano un lavabo marmoreo alcuni mobili lignei del '700 ed una Tavola dell' Annunciazione, opera di F. Stetera, XVI sec. La cappella di S. Anna e quella di fronte del Crocifisso sono in marmo cipollino rosso (anno 1709). In quella di S. Anna sono presenti una statua di S. Biagio in marmo bianco ed una tela, rappresentante la Santa, opera del Cardillo (XVII sec). Accanto è la cappella della Madonna, opera marmorea dell' Ing. Michele Scandurra, risalente agli inizi del secolo. Domina in essa la Statua della Vergine Assunta, opera lignea dello scultore napoletano Colicci, dell' anno 1767. Il presbiterio, con gradini in marmo cipollino rosso, è sormontato da un Altare marmoreo recante pannelli con bassorilievi che raffigurano simbolici biblici. Nell'Abside è un Coro ligneo a intagli (XVIII sec.) ed alle pareti le tele di S. Venera, opera del Cardillo padre (XVII sec.), di S. Michele (XIX sec.), della Vergine del Rosario, opera del Cardillo figlio (inizi del XVIII sec.), e della Caduta di Cristo, opera del Catalano (sec. XVII), campeggia un grande tela dell'Assunta, opera di Giuseppe Russo (1805).

Davanti all' altare maggiore vi è l'altare da cui si officia, dove sono collocati mensolari lignei a intarsi del Seicento provenienti dalla demolita Chiesa di S. Sebastiano.

A fianco è la Cappella del Sacramento (sec. XVIII) in marmo intarsiato a smalto colorato con le statue di S. Pietro e S. Paolo.  Si ammirano pure piccoli bassorilievi di buona levatura artistica. Proseguendo, sono altri tre altari con gradini in cipollino e paliotti marmorei settecenteschi. Anche qui, quadri  e statue. Di fronte alla Sagrestia è la statua di S. Filippo d' Agira, opera lignea del 1721. Infine da ammirare è la famosa giara di Sant’Ugo (in realtà un vaso arabo di bella fattura utilizzato dal Santo).
Sottostante all'abside si trova una cripta che ospita le mummie di alcuni arcipreti e canonici.

La Chiesa di San Giorgio sorge ai piedi della rupe che ancora oggi conserva i ruderi del Castello dei Normanni. La Chiesa fu  fabbricata nel Seicento dall' antica Confraternita di San Giorgio e affidata assieme al Convento retrostante, all'ordine degli Agostiniani Scalzi, presenti in Novara fino all' incameramento dei beni ecclesiastici. La facciata presenta tre portali in pietra con colonne scolpite portanti l'architrave che è sormontata da timpano e finestra. Presenta tre navate con 12 colonne monolitiche in stile corinzio sormontate da archi a tutto sesto in pietra arenaria.
I soffitti sono in legno, in particolare quello centrale, rifatto sul modello originale dal maestro artigiano locale Carmelo Alula, presenta un bel cassettonato. Nei muri dell' abside vi sono delle nicchie con statue in stucco, che raffigurano i Santi Gelasio, Giovanni da Facondo e Tommaso da Villanova, tutti appartenenti all'Ordine Agostiniano. Nelle navate laterali si ammirano poi due sontuosi altari con colonne tortili in stucco lucido, di stile barocco, realizzati nel secolo scorso. Dopo un lungo periodo di abbandono, recenti lavori di restauro, durati dal 1978 al 1986, le hanno restituito l' antico splendore.
Oggi la chiesa è adibita ad auditorium quale centro della vita culturale novarese, dove hanno luogo mostre, conferenze e congressi.

La Chiesa dell’Annunziata  risale al ‘500, anche se sul frontone della porta maggiore è riportata la data del 1697. Sul frontespizio, oltre ai fregi in pietra arenaria scolpita, si può ammirare un bel bassorilievo raffigurante l' Annunciazione. Due ordini di colonne quadrate in pietra locale disegnano le tre navate con i sette altari.
Nella torre Campanaria si snoda una pregevole scala a chiocciola di 48 gradini, tutti in pietra. La scala, inerpicandosi, da l'accesso alla Cantoria, ove si conserva un artistico organo del '700 fino a  raggiungere la sommità dell'abitacolo ove trovano posto tre campane di bronzo.
L'altare Maggiore è dedicato alla Vergine Annunziata. A destra vi è quello del Santissimo Sacramento, ove oggi trovano posto anche un bel Crocefisso in legno e l'Addolorata, sempre in legno, migrati dalla Chiesa di S. Sebastiano, demolita; a sinistra l' altare è dedicato a S. Antonio da Padova, con una statua del Santo che risale al '700. A destra di chi entra vi è un altare dedicato a S. Ignazio Martire nell'atto di ammirare il Redentore che gli appare dall'alto. E' opera di Filippo Iannelli (1661). Più sopra vi è un altro altare, ove si venera un quadro della Madonna di Pompei.

La Chiesa di San Francesco è la più antica di Novara. L'attuale edificio è parte di un piccolo convento francescano del XIII° secolo. Il frontale presenta due portali di cui uno murato e due finestrelle. Nell' unica navata è da ammirare il tetto in legno con le sue molte cariatidi rappresentanti facce umane. Sulla destra tre cappellette ospitano rispettivamente un quadro di S. Pasquale e S. Felice, la statua di S. Lucia, opera di Salvatore Buemi del 1904,  e un antico Crocifisso.  Sulla sinistra è possibile ammirare altri tre piccoli quadri di vario soggetto, una statua il legno del Settecento, raffigurante la Madonna della Consolazione, e un grande dipinto raffigurante S. Lucia.
Sul Fondo della navata un grande arco arabo in pietra, forse più antico della chiesa stessa, immette nell'abside che ospita al centro la statua lignea di S. Francesco e sulla destra un dipinto raffigurante S. Luigi.
La Chiesa e l’annesso convento mostrano l’essenzialità della vita francescana.

La Chiesa di San Nicolò risale al 1600, come risulta dall’iscrizione esistente sul portale principale (diss. chs. Societ. 1600). Il Campanile venne edificato nel 1656. Una scala a chiocciola in pietra arenaria locale a 33 gradini, di ammirevole fattura, sale fin su la torre dove sono collocate tre campane. All'ingresso principale della chiesa si accede attraverso una monumentale gradinata in pietra che, insieme alle due colonne del portale e alle istoriazioni del prospetto, conferisce eleganza ed armonia all’edificio. A sinistra dell’unica navata la porta che dà accesso all’oratorio della Confraternita dell' Immacolata, fondata nel 1613. I confrati ancora attivi vengono comunemente chiamati "Babaluci" per il caratteristico copricapo. Subito dopo la porta dell'oratorio vi è l’altare di S. Rita da Cascia, scultura in legno del novarese L. Prestipino, qui trasportata dalla Chiesa di S.Giorgio. Più avanti sempre nella parete sinistra, vi sono altri due altari con le statue di S. Agnese e di S. Espedito.
Dallo stesso lato, prima dell'abside, si apre una cappella ove si venera un Crocifisso in legno che si porta in processione la sera del Venerdi Santo. Nella cappella vi erano due affreschi rievocanti il supplizio e l'ascesa di Cristo alla Croce. In posizione simmetrica alla cappella dell SS. Crocifisso, sul lato destro, si apre la cappella di S. Giuseppe che guida Gesù per la mano. La statua, opera del Colicci (1768) , particolarmente espressiva, è in legno e di elevato pregio artistico: le fattezze e il costume del Santo ne sottolineano i tratti orientali.
Subito dopo la cappella di S. Giuseppe, scendendo, si incontra l’altare del Cuore di Gesù e da ultimo quello dedicato a S. Nicolò, cui è intitolata la Chiesa: in esso è collocato un bel dipinto secentesco del santo nell'atto di benedire il popolo. Al di sopra dell'ingresso principale vi è la cantoria in legno con un antico ed artistico organo anch'esso in legno lavorato di epoca settecentesca molto simile a quello della Chiesa Annunziata. Nel piano sottostante l'Oratorio dei Confrati, si trova una Cripta le cui pareti sono caratterizzate dalla presenza di sepolcri in pietra ed un gocciolatoio dove trovavano posto le salme da mummificare.

La Chiesa di S. Antonio Abate fu iniziata nel 1538 e terminata nel 1766, così come scolpito sul cordolo in pietra sottostante la guglia del campanile.
Il cordolo stesso presenta una lavorazione particolare con archetti sormontati da mattoni di argilla smaltata.
Il portale, di bella fattura, richiama lo stile normanno dell’arco a sesto acuto e presenta delle figure scolpite su due capitelli che lo reggono raffiguranti due angeli con S. Antonio e San Paolo.
L’interno è a tre navate segnate da 10 colonne in pietra monolitiche con capitelli corinzi uguali a due a due.
Organo e coro risalgono al 1848 e sono opera del messinese Antonio Rizzo.

Il borgo antico con le sue antiche abitazioni affastellate, caratterizzate da piccole finestre e eleganti balconi sorretti dalle caratteristiche figure dei “cagnoli” in pietra arenaria locale, la trama dei vicoli e delle strade pavimentate con acciottolato di pietra talvolta sormontate da archi, l’eleganza dei palazzi nobiliari, i decori delle facciate e dei portali e la sontuosità delle chiese, assume il particolare fascino di un assetto urbanistico d’impronta tipicamente medievale.
Tra i tanti edifici civili di rilievo meritano attenzione il Palazzo Municipale (ex Oratorio di San Filippo Neri), il Palazzo Stancanelli che si affaccia sulla piazza principale, vero salotto del borgo, e il Palazzo Salvo Risicato sulla via Duomo, recentemente recuperato dal Comune ed il Palazzo Russo
La Villa Salvo, con stemma del casato, è una attrattiva privilegiata dei turisti.
A valle del Duomo si conserva la Casa Fontana, edificio risalente probabilmente al ‘700, con una cortina muraria secentesca che ingloba le caratteristiche bucature impreziosite da elementi sapientemente scolpiti nella pietra arenaria. Il Teatro Comunale, anch’esso recentemente recuperato e migliorato, intitolato al musicista novarese Riccardo Casalaina, presenta una superba facciata artisticamente decorata con scorniciati di pietra e all’interno  tre livelli di palchi  sistemati ad anfiteatro, ed è unico del genere in provincia.
Rilevante fra le strutture urbanistiche è la Fontana sita di fronte il Palazzo comunale e costruita nel 1668.
Nella parte alta del paese sorge, l’antico l'Istituto Antoniano Femminile fondato dal Beato Annibale Maria di Francia nel 1927, mesi prima della sua morte.

L'Orfanotrofio è stato edificato sulle rovine dell’Abbazia Cistercense dei Monaci Bianchi, distrutto dai vandali. La Chiesa annessa è ad una sola navata oggi cadente, è quanto resta con tutte le trasformazioni subite nel tempo della originaria Abbazia, seconda a quella di Vallebona, ovvero di "S. Maria La Noara"che sorge a 5 km da Novara verso il centro di San Basilio. Edificata nel sec. XII fu originariamente dedicata all' Annunziata. Faceva parte dell'antico Monastero Cistercense, iniziato a costruire nel 1137 per volontà di Ruggero II ed eretto canonicamente da S. Ugo, nel 1171, nel sito ove ora sorge il villaggio. Ancora oggi la chiesetta mostra in gran parte l’aspetto originario sobrio proprio dell'ordine, con finestre strette ad arco, quasi feritoie, ed archi gotici a sesto acuto sia alla porta minore e a quelle chiuse in muratura, grandi archi scarni e, accanto all'attuale altare, una porta in pietra, alta, con la base prominente a scivolo, segno della presenza di un antico torrione arabo. Ove oggi è l'ingresso principale vi era l'antica abside, trasformata in sagrato tondeggiante, in pietra arenaria.

 


 

Tradizioni

 

La Festa di S. Antonio Abate ha una grande partecipazione popolare, viene celebrata la domenica successiva al 17 Gennaio. In tale occasione avviene l’antica rituale benedizione degli animali, cui fa seguito la sfilata di uomini a cavallo e l’accensione del ceppo devozionale presso la torre campanaria.
Grande rilievo assume altresì il tradizionale ed entusiasmante  “Gioco del Maiorchino, che si effettua nel periodo di Carnevale, con inizio il 17 Gennaio. Esso consiste nel lanciare una forma (ruzzola) di cacio, “a maiurchèa”, (varietà di formaggio pecorino stagionato tipico del posto) lungo un percorso predeterminato da parte delle squadre contendenti.
Il gioco culmina il martedì grasso nella “Sagra del Maiorchino” con la preparazione  della ricotta che viene consumata nel corso della serata insieme ai maccheroni di casa conditi con sugo di maiale e cosparsi di grattugiato di maiorchino.
Forte è la partecipazione e la devozione religiosa durante i riti della settimana di Pasqua che si realizzano con le processioni penitenziali delle Confraternite durante tutto il periodo.  Suggestiva e toccante è la silenziosa processione del Venerdì Santo cui fa seguito l’entusiasmante Resurrezione del Cristo la notte del Sabato Santo;
Le tradizioni religiose includono poi il “festino di Mezzagosto” (14/16 Agosto) con la tradizionale, spettacolare processione dell’Assunta  che ha inizio alle ore 21,00 del 15 Agosto e termina alle ore 2,00 della notte,  nonchè le processioni dell’artistico settecentesco fercolo ligneo con il quale vengono portate le reliquie del secondo Patrono S. Ugo Abate il 14 – 16 – e 22 Agosto.
Suggestiva infine, la rappresentazione natalizia, del presepe vivente, ambientato nel quartiere Arangia e nelle limitrofe vie dell’antico Borgo.

 

 

 

 

 

 

 

Naso

Mar 05, 2024

di Michele Cappotto

 

 Altitudine: m. 490 s.l.m.

Etimologia: derivato dal greco “Nesos” che significa isola (perché a vederlo da lontano sembra proprio un’isola affiorante dal verde delle valli che la circondano) o anche dal latino “nasus” (con il senso di sporgenza, estremità).

Abitanti: nasitani o nasensi  (4232 unità nel 2008)

Densità: 116 Km/q

Patrono: San Cono  (festa il 1° settembre)

Ambiente e risorse: Naso è situato sul versante settentrionale dei monti Nebrodi in una posizione tale da essere chiamata “la terrazza sulle Eolie”. Le attività economiche principali sono l'agricoltura e l'allevamento. I prodotti agricoli prevalenti sono le nocciole, le castagne, le olive (pregiatissimo l’olio), le arance, i limoni e l'uva dalla quale si ottiene un’ampia gamma di varietà di rossi e bianchi sia dolci che secchi ma sempre rusticani e vigorosi. Sono presenti numerose piccole aziende di trasformazione della produzione agricola.
L'allevamento prevalente è quello di ovini con produzione di carni e prodotti caseari di ottima qualità. L'artigianato è particolarmente attivo nell’arte pasticcera con prodotti a base di mandorla e gelati come pure nella lavorazione tradizionale delle pelli e dei filati molto rinomata in tutta l'Italia.

Personaggi illustri: Fra i personaggi illustri cui Naso ha dato i natali ricordiamo Francesco Lo Sardo (1871 – 1931) che è stato una personalità di spicco della politica. Fu il primo comunista siciliano ad accedere alla Camera dei Deputati. Aderì al Partito Comunista nel 1920 e, nel 1924, fece ingresso alla Camera dei deputati quale primo siciliano comunista, votato da oltre diecimila elettori. Agli albori del ventennio fascista il deputato Lo Sardo, fu subito inviso al nuovo governo, che lo tenne in particolare attenzione, fino al suo arresto dell’8 novembre 1926, seguito alla sua adesione alle tesi direttive del congresso di Lione. Il suo peregrinare carcerario lo portò da Messina a Turi, dove spartì la vita coatta con Antonio Gramsci. Malato, si ostinò tuttavia sempre nel rifiutare di chiedere la grazia. Trasferito nel carcere di Poggioreale, trovò la morte il 30 maggio 1931.

Giuseppe Buttà (1826 –1886) è stato un presbitero, scrittore e memorialista italiano. Negli anni ’40 fu ordinato sacerdote e nel 1854 ottenne l’incarico di cappellano militare dell’esercito borbonico, venendo destinato al Bagno Penale di Santo Stefano. Nel 1859 fu assegnato al 9° Battaglione Cacciatori comandato dal maggiore Ferdinando Beneventano del Bosco, stanziato a Monreale in Sicilia. Nel 1860, dopo lo sbarco di Garibaldi, partecipò all’intera campagna militare, seguendo il suo battaglione nell’inesorabile ritirata dalla Sicilia fino a Gaeta e potendo assistere da testimone oculare a molti avvenimenti storici, fra cui la Battaglia di Milazzo, gli scontri sotto le mura di Capua e la Battaglia del Volturno. Fu tra i capitolati di Gaeta e in seguito alla proclamazione dell’unità d’Italia, dopo un breve periodo di detenzione fu costretto all’esilio in quanto sospetto cospiratore filoborbonico. La sua opera risulta di grande importanza dal punto di vista documentario, come attestano i numerosi saggisti che in tempi recenti vi hanno attinto a piene mani, soprattutto nell’ambito del “revisionismo” del Risorgimento.
Carlo Incudine  storico, critico, poeta dialettale ed insigne cittadino di Naso vissuto nell’Ottocento.

Giovanni Raffaele (1804-1882) Insigne medico ostetrico ed uomo politico. Nel 1848 fu autore di un coraggioso ed importante documento dal titolo “Protesta del popolo napoletano” che fu precursore della rivolta contro i Borboni.
Fu ministro del primo governo dittatoriale di Garibaldi, deputato, Sindaco di Palermo ed infine Senatore del Regno.

Antonino Giuffrè  è nato  a Naso il 20 gennaio del 1902. Fu fondatore nel 1931 della omonima casa editrice trasformatasi in Società per Azioni nel 1976.  Oggi la stessa è gestita dai figli Giuseppe e Gaetano e dai nipoti Antonio e Matteo. Antonino Giuffrè, per molti aspetti, e da considerarsi un pioniere del libro universitario; infatti, seguendo lo sviluppo delle facoltà giuridiche italiane egli diede un forte impulso al manuale di insegnamento e a lavori monografici di giovani e valenti studiosi. E’ morto Milano il 12 settembre 1984.

Vincenzo Famiani (1903-1982) medici fisiologo e professore universitario dal 1947 a Perugia; ricercatore ed  autore di importanti trattati di medicina.

 


 

Storia

 

Il centro probabilmente fu fondato dai cittadini di due città già greche e poi romane chiamate Agatirsi e Naxida, oggi collocabili una presso l’odierna Capo d’Orlando e l’altra nei pressi dell’attuale centro, allorquando queste furono distrutte dagli Arabi nel 901 d.C.  Documenti medievali citano il borgo nel 1094, quando il Gran Conte Ruggero cedette parte del territorio all'Abate del Monastero benedettino di S. Bartolomeo di Lipari e a quello di Patti. Primo feudatario proprietario dell'altra metà del feudo fu Goffredo di Naso, menzionato in un diploma del 1112.

Nel 1220 sotto Federico II divienne Signore di Naso Blasco Alagona, alla cui famiglia rimase il feudo fino al 1401. Seguirono altri feudatari come gli Artale, i Raimondo di Xamara e i Centelles. Ne entrarono in possesso gli Aragona seguiti dai  Conti Ventimiglia, con i quali nel 1575 la Terra di Naso acquisì il titolo di Contea.

Nel 1595 Giuseppe Ventimiglia trasferì la Signoria a Girolamo Ioppolo.
Il 25 agosto del 1613 un forte terremoto distrusse gran parte delle più importanti costruzioni del paese: il Castello, il Convento dei frati Minori Osservanti e la Chiesa di S. Pietro dei Latini. A questo terremoto seguirono quelli del 1693, con il crollo della Chiesa di S. Sebastiano, del 1739, del 1783, in occasione del quale il quale rovinò definitivamente il Castello e la cinta muraria di cui oggi resta solo una porta.

 


 

Beni Culturali

 

Naso ha un ricchissimo patrimonio artistico nonostante i frequenti e disastrosi terremoti che nel corso dei secoli hanno causato ingenti perdite.
Di notevole interesse è la barocca Chiesa Madre dedicata ai SS. Apostoli Filippo e Giacomo. Si presenta a tre navate terminanti con absidi e separate da colonne monolitiche con archi decorati a tutto sesto.

L’altare e il tabernacolo in marmo policromo, opera del Gagini,  è sormontato da una cantoria in legno finemente decorata ed ornata con statuette e colonnine tortili.  Al suo interno si ammira la bellissima Cappella di Maria SS. del Rosario (sec. XVI), proveniente dalla distrutta chiesa di San Pietro dei Latini e realizzata con finissimi marmi di Carrara e di San Marco, nella quale si custodisce una bella Madonna col Bambino di scuola gaginiana. Della stessa scuola è pure il simulacro marmoreo di S. Maria degli Angeli.
Di pregevole fattura è anche un Crocifisso ligneo, di scuola napoletana risalente al 1642, di proporzioni naturali, opera di Antonio Tambona che viene portato in processione solo in rarissime occasioni. Arredano infine le navate alcune tele di insigni artisti del ‘600.

Di notevole interesse artistico è poi la rinascimentale Chiesa del SS. Salvatore risalente al sec. XIV.
Presenta un sagrato realizzato in antico “cotto nasitano” sul quale si ergono due campanili gemelli dalla forma incompiuta. E’ divisa in tre navate con colonne monolitiche che sorreggono archi a tutto sesto in parte decorati con stucchi. Bellissimo è poi l’altare in marmo policromo con la cinquecentesca statua in legno dipinto raffigurante la Madonna col Bambino. Esso è circondato da un coro ligneo e sormontato da una cantoria dipinta e decorata ove al centro è posto un organo ottocentesco.

Da ammirare è anche il bellissimo trittico marmoreo, attribuito ad Antonello Gagini raffigurante la Vergine con il Bambino tra San Paolo della Croce e San Gregorio Magno.
Arredano la chiesa altresì l’elegante pulpito ligneo, il fonte battesimale in marmo e legno finemente lavorato ed alcune tele di insigni artisti del sec. XVII tra cui il dipinto di San Gerolamo leggente (1626) di Gaspare Camarda (opera che costituisce uno dei punti più alti del percorso artistico del pittore messinese), quello dell'Immacolata (riconducibile alla cerchia di Giacomo Salerno detto lo Zoppo di Gangi), la tela raffigurante S. Francesco di Paola attribuibile al palermitano Antonino Grano (1660 c. - 1718) e la Madonna dell’Itria attribuita a Filippo Tancredi (1655-1722).

Dedicata al Santo Patrono è la Chiesa di San Cono risalente alla fine del XVI  quale ampliamento di quella esistente di San Michele del XIII e del Palazzo Navacita che sorgeva accanto appartenente ai genitori del Santo. Fu consacrata nel 1511. Presenta tre navate divise da colonne monolitiche con archi in pietra a tutto sesto. Sul presbiterio e sul tetto sono presenti stucchi e decori che danno al complesso una sobria eleganza. Arredano le pareti delle navate sei grosse tele del XVII secolo di notevole pregio artistico tra cui quella di “Sant’ Antonio da Padova” di Giacomo Salerno soprannominato “lo Zoppo di Gangi” .
L’altare, molto bello, in marmo policromo, con al centro la statua del Santo Patrono,  è circondato da un coro ligneo  finemente intagliato. Pregevole l’altare del Crocifisso di gusto serpottiano. Ad allievo dello Zoppo di Gangi è riconducibile  il S. Antonio da Padova con otto storie, oggi quasi totalmente ridipinto, collocato sul secondo altare della navata destra della chiesa. In questa stessa chiesa si trova una tela raffigurante invece la “Circoncisione” riconducibile alla mano del Monocolo di Regalbuto (Pietro d'Asaro, 1579-1647).

Da ammirare è la Cripta delle Reliquie di San Cono, situata nelle catacombe della chiesa, che rappresenta il “pezzo” migliore dell’arte a Naso. Costruita nell’anno 1649 è un mirabile esempio di stile barocco. Si tratta di una chiesa sotterranea ancor più antica sotto la quale si trova è Grotta di San Michele dentro la quale il Santo visse per molto tempo. La Cripta è a forma di croce latina con quattro altari uno dei quali, preziosissimo, ove sono custodite le reliquie di San Cono, protette da tre cortine di ferro con sette chiavi di cui due d’argento. La cappella è opera di Bartolomeo Travaglio e della sua Bottega (1667) come pure l’altare. La parete invece è opera di Gioacchino Ingrana e Giuseppe Allegra (1720).

Altra notevole testimonianza storico-artistica è il Convento dei Frati Minori Osservanti con l’annessa Chiesa di S. Maria di Gesù.
Il complesso risale al XV secolo ma ha subito un rifacimento nel ‘600. Di esso restano l’androne d’ingresso, parte delle mura, un’ala del chiostro con eleganti colonne e capitelli ed il bel portale della chiesa in stile gotico del 1475.  All’interno si trova un prezioso altare ligneo scolpito ed intarsiato realizzato nel 1694; una tela dell’Immacolata (1565) attribuita a Deodato Guinaccia; una Madonna della scuola del Gagini (sec.XVI) e le Tombe del Conti, realizzate tra XVI e XVII  tra le quali spicca il monumento gotico rinascimentale al Conte  Artale Cardona, fondatore del convento, eseguito da Domenico Gagini nel 1477, ornato da quattro statue raffiguranti le Virtù Cardinali.

Nelle catacombe della Chiesa di San Cono è ospitato il Museo d’Arte Sacra che fa parte di una rete di realtà museali organicamente collegate col Museo Diocesano di Patti. Le preziose opere esposte provengono dalle antiche chiese di Naso e da altri ambiti ecclesiastici. Si tratta di arredi liturgici in argento (calici, reliquiari, ostensori, crocifissi) arredi vari in legno intagliato e decorato, paramenti, campane, tele ed altre opere lapidee. Di spicco è la tela della “Madonna col Bambino dormiente” (sec.XIV) e due ovali in olio attribuiti all’artista catanese Olivio Sozzi (1690-1765).
Sono altresì di grande interesse le maioliche che evocano l’intensa produzione dei mastri maiolicari locali molto attivi dal Quattrocento al Seicento.
Si tratta di un patrimonio artistico che costituisce un messaggio spirituale e religioso che si intende consegnare alle nuove generazioni capace di  rigenerare e stimolare rinnovati interessi ed emozioni di fronte al Sacro, al Bello ed al Divino.

La Chiesa di San Biagio è stata costruita nel quattrocento per volere di qualche devoto. Pur non essendo molto grande è suddivisa in tre navate con tozze colonne in pietra. La facciata è sobria e presenta un semplice portaletto sormontato da un timpano scolpito sovrastato da una finestra. In cima una cornice con archetto sorregge una piccola campana.
Al suo interno una tela raffigurante S. Biagio attribuita a G. Tomasi (sec. XVII). Ha subito seri danni nel terremoto del 1978. Da ammirare infine nel centro storico i palazzi appartenuti a nobili famiglie come Palazzo Piccolo (a tre livelli: piano terra con botteghe, piano nobile il primo, secondo piano servitù)  Palazzo Giuffrè,  Palazzo Milici, Palazzo Lo Presti, Palazzo Piccolo, Palazzo Collica, Palazzo Joppolo, la vecchia Sala Operatoria (ottocentesco ospedale della Confraternita dei Bianchi) e la pubblica Fontana del 1881.

 


 

Tradizioni

 

Le tradizioni più sentite dai nasitani sono quelle legate alla festa in onore di San Cono. I festeggiamenti e le processioni del Santo hanno luogo l’ultima domenica prima del 1° settembre (dalla Chiesa di S. Cono alla Chiesa Madre) e quella propria del primo settembre che è la principale istituita fin dalla fondazione della chiesa del Santo. Questa processione è la più lunga delle cinque in onore del Santo ed attraversa tutto il paese. Le altre tre processioni si svolgono l’8 settembre (ritorno a S.Cono); il 5 marzo in ricordo del terremoto del 1823 e del 28 dicembre in memoria del sisma del 1908. A svolgere un ruolo preponderante nella giornata della festa di San Cono è la processione di fedeli che trasportano il simulacro in modo veloce passando con brevi ma numerose soste dinanzi alle case dei devoti del Santo. Ma il primo di settembre è solo l'ultimo dei momenti di lavoro che gli abitanti del luogo svolgono, dato che i preparativi iniziano sin dal mese precedente con l'allestimento di archi rivestiti di fogliame.

San Cono nacque da una nobile famiglia a Naso intorno alla seconda metà del secolo XII.  Diventato monaco basiliano compì un pellegrinaggio a Gerusalemme. Al suo ritorno, avendo trovato i genitori morti, diede i suoi beni ai poveri e visse come  anacoreta in una  grotta nei pressi di Naso.
La sua morte avvenne il 28 marzo 1236, non senza essersi diffusa già prima la fama della sua santità.
Nella tradizione popolare il santo protettore detto “Conone” pare che fosse un gigante dalla pelle scura che apparendo sulle mura della città assediata dalle truppe del pirata saraceno Ariadeno Barbarossa spaventasse i suoi soldati a tal punto da metterli in fuga. Alla festa sono legati molti simboli che creano un'atmosfera di grande interesse e l'evento fa convergere nel paese una grande moltitudine di visitatori.

Alcuni fedeli si recano nella grotta dove la leggenda dice sia morto San Cono per prelevare simbolicamente un po' di terra allo scopo di ottenere protezione dalle malattie, mentre, per propiziare un buon raccolto, altri fedeli preparano rami di olivi o spighe da mescolare alle sementi. Un’altra importante ricorrenza è la processione delle “Varette” il Venerdì Santo con i Misteri della Passione di Cristo rappresentati da piccole statue ottocentesche opera di artisti palermitani.

 

 

 

 

 

Mirto

Mar 05, 2024

Altitudine : m. 428 s.l.m.

Etimologia: Il nome Myrtus o Myrti è probabilmente da collegare alla presenza delle tante piante di mirto, un arbusto dai bei fiori solitari che impreziosisce il sottobosco del piano di vegetazione mediterraneo, di cui un tempo era caratterizzato il territorio.

Abitanti:    mirtesi  (1060 unità nel 2008)

Densità:   112  per  Km/q

Patrono:     Santa Tecla     ( festa il 23 e 24 settembre)

Ambiente e risorse: Mirto fu in passato un centro fiorente per la coltivazione del baco da seta e per la produzione di vino. Le risorse attuali sono basate quasi esclusivamente dall'agricoltura (uliveti, vigneti, agrumeti e nocciole di cui si registra una intensa e qualificata coltivazione). Diffuso è l’allevamento del bestiame tanto che a maggio si organizza una apposita fiera.
Fino a tutto il secolo XVIII vi fu un attivo artigianato del legno come dimostrano alcune pregevoli opere ancora esistenti (cori scolpiti in legno, cornici in legno dorato del '600 e del '700). Molto attiva è una piccola industria per la lavorazione del marmo e una fabbrica di abbigliamento. Anche se di rado, è ancora possibile trovare qualche artigiano che realizza ceste e panieri lavorando artigianalmente la canna.

Personaggi: Mirto ha dato i natali al celebre botanico Francesco Cupani uno dei più illustri botanici siciliani del 17° secolo. Studiò medicina e divenne francescano, quindi si dedicò completamente alla botanica, in particolare allo studio della flora siciliana. Fu allievo del palermitano Silvio Boccone, pioniere della botanica in Sicilia. Molto noto tra i contemporanei, grazie ai contatti e scambi epistolari con naturalisti e botanici di tutta Europa, con il supporto morale ed economico di Giuseppe del Bosco, principe della Cattolica, creò nel 1692 a Misilmeri un vero e proprio Orto botanico nel quale introdusse e coltivò sia piante esotiche che specie spontanee della flora siciliana.
Tra le sue opere, l'Hortus Catholicus, pubblicato nel 1696, in cui descrive e illustra le piante dell'Orto di Misilmeri e il Pamphyton siculum, pubblicato postumo nel 1713. Morì a Palermo nel 1710.

 


 

Storia

 

Le origini del posto come latifondo appartenente ad un nobile romano di nome Laurico possono farsi risalire al V secolo d. C. Tuttavia molto del periodo che va dalla dominazione bizantina a quella dei Normanni è ancora avvolto nel mistero. In età normanna il centro inizia il suo sviluppo urbanistico che però viene bruscamente interrotto nel 1305 quando durante la guerra del vespro quello che era definito “casale di Mirto”, luogo comunque privo di alcuna fortificazione difensiva, viene distrutto.

Durante il regno di Federico II  che lo concesse in feudo a Vitale di Aloisio,  Mirto sembra assurgere ad un ruolo di supremazia rispetto ai casali vicini. Tuttavia nel 1392,  subisce un ulteriore decadimento a causa della ribellione contro Re Martino il quale in seguito decretò la sua sottoposizione come contea alla Famiglia Larcan che la dominerà fino al 1423. Nei secoli successivi Mirto passerà in feudo a varie famiglie nobiliari  finchè nel 1643 non venne acquistato dai Filangeri, conti di S. Marco, che ne divennero principi.

 

 


 

Beni Culturali

 

La Chiesa Madre è ubicata nel nucleo più antico del paese. Costruita nel ‘500 ha subiti modifiche nel secolo successivo. Presenta tre portali in pietra arenaria, uno per ogni navata, arricchiti da sculture e decorazioni varie risalenti al 1653. Molto bello è il portale laterale della navata sinistra anch’esso finemente scolpito con eleganti decori e con un arco a sesto acuto. Le navate laterali presentano tre altari ciascuna e due cappelle di fondo.

Il soffitto è in legno con intarsio ad elementi stellari con al centro la statua in legno raffigurante la Madonna.  Arredano la chiesa la bellissima statua della Madonna della Catena nel suo elegante altare barocco ed un ciborio pure in marmo entrambi della scuola del Gagini. Sull’altare maggiore si trova invece la maestosa custodia lignea della statua di Santa Tecla da Iconio, Patrona di Mirto. L'altare maggiore è opera d'ottima fattura, dovuta allo scalpello di Filadelfio Allò, valente, e abile, intagliatore mirtese; esso fu completato poco dopo il 1742, anno in cui la protettrice S. Tecla fu trasferita definitivamente dalla chiesetta a Lei dedicata, ormai inagibile, nella matrice. Di particolare interesse sono poi la tela del pittore Thomasio Pingebat (1659) raffigurante l’Ultima Cena (1654) e la statua del Santo Crocifisso che presenta elementi tipici che richiamano lo stile di Fra Umile da Petraia (sangue a rilievo, disegno del perizoma e la particolare espressione sofferente del Cristo). Da ammirare infine, un’ altro antico Crocifisso ligneo proveniente dalla Chiesa di San Nicola, altre due tele che raffigurano la “Deposizione”(1652) e “Le Anime Sante del Purgatorio” (1654) entrambe di G. Tomasi.

La Chiesa del Rosario, è una delle più antiche del paese, dedicata un tempo a S. Sebastiano Martire. Si presenta ad una sola navata con sei altari laterali e ricalca esternamente lo stile romanico. L’origine è anteriore al ‘500 legata appunto alla Congregazione di San Sebastiano che poi la cedette ai Padri Domenicani che abitarono l’annesso convento.Fu ristrutturata nel 1772 e nel 1774. Il campanile fu fatto costruire nel 1825 a spese di un privato devoto. All’interno è possibile ammirare una tela di Joseph dee Thomasio Pingebat ritraente il martirio di San Sebastiano.

La Chiesa di S. Maria di Gesù risale al sec. XVI e si presenta semplice nella struttura ad eccezione del portale in pietra arenaria elegantemente scolpita. In essa è custodita la statua marmorea della Madonna col Bambino di Giuseppe Gagini (1578) con alla base, in bassorilievo, scene del Vangelo (Natività, Fuga in Egitto, Annunciazione e Visitazione). Sono pure da ammirare, due vare lignee di inestimabile valore e rara bellezza, opera dello scultore locale Filadelfio Allò.  Una di esse reca la bella e nota statua lignea della "Madonna del Cardellino" (sec.XVII).

La Chiesa cinquecentesca di S.Alfio e Fratelli si presenta con un bel portale in pietra da intaglio su cui sono scolpite le figure dei tre Santi, Alfio, Filadelfio e Cirino. La chiesa è stata ristrutturata nel 1607. Ad unica navata presenta profonde cappelle laterali ed un presbiterio a pianta rettangolare. Il campanile, realizzato nel 1742,  è molto originale per la sua cupola rivestita di piccole maioliche colorate.
La devozione dei mirtesi per i Tre Santi Fratelli risale al 1387 quando a Mirto furono ritrovate le loro reliquie che erano state traslate da Lentini ove erano stati martirizzati. In seguito le stesse furono definitivamente trasferite a San Fratello. 

Il Convento dei Cappuccini, infine, sorse nel 1844 in risposta ad un fervore religioso che allora era particolarmente legato al desiderio di una vita monastica. Esso acquistò particolare importanza grazie all’elevato grado culturale posseduto dai frati i quali fondarono vi una biblioteca con testi rari e preziosi oggi purtroppo dispersi. All’interno della chiesetta sono custodite alcune tele di atisti locali come quella di San Vito, San Francesco di Paola e del Sacro Cuore di Gesù ed un antico ed espressivo Crocifisso. Affiancata alla chiesa vi è la cripta con i “colatoi” utilizzati per la mummificazione dei cadaveri dei frati e sul pavimento le botole degli ossari.

Della Chiesa dell’ Immacolata, risalente al ‘500 ma ristrutturata nel 1796, restano solo dei ruderi.
La coeva Chiesetta della Madonna di Loreto invece che sorge ancora, in posizione periferica panoramica, conserva  una statua della Madonna e un dipinto della Madonna Odigitria.

Due sono i palazzi storici di Mirto da ammirare in particolar modo il palazzo Costanzo di San Leone e Palazzo Cupane.
L’antico palazzo Costanzo di San Leone fu costruito nel Settecento presenta al piano interrato magazzini e depositi; al piano superiore al quale si accede attraverso un portale di marmo si trovano 23 stanze tra sale di rappresentanza, camere da letto e servizi. All’interno, privo di arredi, restano solo tele raffiguranti personaggi di famiglia.

Il Palazzo Cupane. E’il più interessante del paese. Costruito nel Seicento ha subito molte ristrutturazioni di cui la più recente nell’800. Dal prospetto neoclassico conserva ancora in gran parte all’interno i pavimenti originali in ceramica  e alcuni arredi. Esso è sede del Museo del Costume e della Moda Siciliana che raccoglie preziose e rare collezioni private di abiti ed accessori dal Settecento in avanti, donati da nobili famiglie e collezionisti, che rispecchiano gli stili più diffusi e caratterizzanti la moda siciliana dei secoli scorsi.

 

 


 

Tradizioni

 

Il 23 e 24 settembre si celebra la festa della Patrona di Mirto Santa Tecla da Iconio con una solenne processione. E’ la santa, fra le molte che portano questo nome, di cui si posseggono i documenti più antichi e il cui culto ha avuto una diffusione straordinaria sia in Oriente che in Occidente.

L’eccessiva leggendarietà del racconto della sua vita a causa del presbitero dell’Asia Minore che, secondo Tertulliano aveva composto per affetto verso s. Paolo, un romanzo fantastico sui suoi viaggi e sulla conversione della vergine non mette comunque in dubbio sua esistenza confermata dai martirologi antichi e dai monumenti esistenti in ogni epoca.

L’Apostolo, predicando a Iconio (Asia Minore), convertì Tecla, che era una nobile vergine, la quale per questo lasciò subito il fidanzato pagano e diventò un po’ la madonna, la Maria di S. Paolo, la sua discepola e collaboratrice fedelissima nell’annuncio della Parola di Dio. Ricevette vari titoli onorifici, come “ancella di Cristo”, “apostola e vergine di Dio”. Innumerevoli menzioni vi sono nei libri liturgici greci e latini come pure nelle opere dei Padri sia orientali che occidentali.

Santuari in suo onore sorsero in tutto il mondo antico perfino in Puglia e Milano, dipinti, statue, ipogei, lapidi, affreschi sono sparsi in tutto il mondo allora conosciuto specie in Spagna e Germania, tutti raffiguranti momenti e simboli del suo leggendario martirio. La si vede quasi sempre con un leone a fianco per la tortura subita con le belve e una colonna con il fuoco alla base, simbolo del suo martirio. Una statua di Santa Tecla si trova nel Duomo di Milano In Italia abbiamo una statua nel Duomo di Milano, e un grande quadro del Tiepolo (sec. XVIII) a Santa Tecla d'Este nella chiesa a lei intitolata quale patrona contro i virus, in ricordo dello scampato pericolo di una pestilenza. In Sicilia è venerata anche ad Acireale.

 

 

 

 

 

 

 

 

Altitudine: m. 420 s.l.m.

Etimologia: da “meleto” (campo di mele) o anche da “Miletum” o “Militellum” (località calabra che fu residenza del Gran Conte Ruggero di Sicilia. Non può escludersi tuttavia anche la derivazione da “Militum tellus” cioè agglomerato urbano costruito da soldati oppure, ancora, da “melis tellus” per la ricca e fiorente produzione di miele nel territorio.
Il termine “Rosmarino” derivante dal fiume a valle fu aggiunto nel 1862.

Abitanti:    1350 unità  (2008)  denominati Militellesi o Militellani

Densità:       46 per Km/q

Patrono:    San Biagio vescovo   (festa e processione il 3 febbraio ed il 24 e 25 agosto)

Ambiente e risorse: Posto su un colle che si affaccia sulla Valle del fiume Rosmarino, il paese è dotato di un invidiabile patrimonio naturale con ad est le mirabili sovrastanti rocce della Rocca di Traùra,  primo contrafforte delle Rocche del Crasto, e ad ovest fitti e variegati boschi a a nord la visione della costa con sullo sfondo le Isole Eolie. L’attività economica principale di Militello è l'agricoltura. Le colture prevalenti sono le olive (la produzione di olio d’oliva è tra le migliori della Sicilia) le granaglie, l'uva da mosto, le apprezzatissime ciliegie e i fichi che vengono esposti nell'annuale Fiera che si tiene nel mese di giugno. Diffuso è l’allevamento del bestiame bovino e ovino con ottima produzione di carni di vitello, capretto e castrato. La produzione casearia annovera un ottimo formaggio pecorino.

Curiosità: La Rocca Traùra (m. 1005) che domina il paese e la sottostante valle del Rosmarino è sito di nidificazione di numerosi uccelli rapaci tra i quali da alcuni anni è tornato a vivere, grazie all’Ente Parco dei Nebrodi, l’avvoltoio Grifone, affascinante nella sua imponenza ed eleganza di volo. Questo stupendo animale è maestro nello sfruttare ogni alito di vento e le correnti ascensionali della valle create dal vento di scirocco che si formano in prossimità delle pareti rocciose sotto il centro abirato. E’facile per questo poterlo vedere e fotografare.

 


 

Storia

 

Il centro di origini romano-bizantine e poi arabe si è sviluppato in epoca medievale e in particolar modo sotto la dominazione dei normanni (anno 1000) che vi edificarono un castello al tempo di Ruggero il Guiscardo (1081) .

Fece parte con San Marco d’Alunzio al Regio Demanio fino al sec. XIV. Gli Aragonesi lo resero feudo assegnandolo a Sancio De Esur  cui succedette Sancio d’Aragona. Nel 1400 Martino d’Aragona concesse Militello a Bernardo da Caprera a cui fece seguito Enrico Rosso (1505). La famiglia Rosso dominò per tutto il sec. XV col titolo di baroni.

Enrico Rosso, in particolare, fu un vero e proprio mecenate della cultura rinascimentale. Nel 1508, alla morte d’Enrico, fu investito della baronia di Militello il figlio Girolamo Rosso, e a questi successe, nel 1515, Vincenzo Girolamo, che morì senza discendenza. Si concludeva così dopo oltre un secolo la signoria di casa Rosso a Militello. Nel 1573 il possedimento passò alla Famiglia Gallego. Nel 1628  Luigi Gallego fece edificare un castello alla marina proclamandosi Marchese di S.Agata. Nel ‘700 i Gallego si stanziarono a Palermo. Nel 1821 essi cedettero i loro beni al Principe di Travia.

Durante l’ottocento molte famiglie abbandonarono Militello per S.Agata dando inizio ad un declino demograficocce si aggravò ulteriormente fino agli anni 50 con l’emigrazione verso il nord dell’Italia ed all’estero.

 

 


 

Beni Culturali

 

Dell’imponente castello normanno oggi restano solo dei ruderi. Dalla planimetria regolare era circondato da una cinta muraria che lo isolava sul colle ove sorgeva. Era in rapporto visivo con i castelli di San Marco, Capo d’Orlando e San Fratello. Aveva un portale marmoreo grandi magazzini e stanze, carceri ed una Chiesa interna. E’ andato in rovina dopo il 1860.

La Chiesa di San Domenico (già chiesa dell’Annunziata) risale al 1512 e fu voluta dal Barone Enrico Rosso che con essa sancì l’avvento del primo rinascimento a Militello. In essa è custodito il monumentale marmoreo sarcofago della moglie Laura. Il portale della Chiesa è in pietra calcarea riccamente decorata con figure e simboli esoterici. Il frontone arricchito con elementi barocchi reca una iscrizione del 1709 “Paradisi Porta” ed un rilievo, simbolo domenicano, col cane recante una fiaccola accesa. In essa sono presenti altre sepolture, statue (quella lignea del ‘700 di San Vincenzo Ferrer, attribuita a Filippo Quattrocchi), quella marmorea quattrocentesca della Madonna dell’Aiuto e tele barocche (raffiguranti la Madonna della Lettera, la Madonna della Neve e Santa Scolastica. Bellissimo l’altare ligneo di San Domenico (1638) ed il prezioso tabernacolo con la sovrastante cantoria in legno policromo dipinto con angeli musici.
Adiacente alla chiesa è il seicentesco Convento di San Domenico.

La Chiesa di San Sebastiano fu edificata nel XVI secolo. Presenta una sola navata con un arco trionfale in marmo rosso San Marco (inizi sec. XVIII). Al suo interno, ai lati delle pareti in posizione frontale, due statue lignee seicentesche di San Cosma e San Damiano, un pregevolissimo organo realizzato nel 1755 da Don Annibale Lo Bianco, artista di Galati Mamertino, un elegante coro ligneo, una tela di Pietro Novelli raffigurante la Madonna tra i santi Sebastiano e Rocco, una statua lignea di San Sebastiano del 1757 ed un’urna contenente il Cristo Morto in cartapesta, di autore ignoto, risalente al sec. XVII.

La Chiesa Madre, intitolata a San Biagio, risale al sec. XVI. Presenta un elegante portale in marmo di forme classiche con due colonne e capitelli. L’interno è ad un’unica navata con l’altare maggiore realizzato con  marmi intarsiati è dominato dalla maestosa tela dell’Immacolata di Giuseppe Tomasi datata 1672. Bellissimo l’antico coro ligneo. A destra è presente l’altare del Crocifisso ove sullo sfondo di un affresco del ‘700 si erge un Crocifisso in legno di fine sec.XVI  dei maestri Li Volsi di Tusa, alla base del quale è posta la commovente statua lignea ottocentesca realizzata da Bagnasco da Palermo.  Da ammirare poi sono anche il Cenotafio di Filippo Corazza del 1763, opera di Ignazio Marabutti, la stupenda Cappella del Santo Patrono San Biagio la cui statua lignea risale al XVII sec.

La Chiesa di S. Maria del Soccorso è del seicento. Si erge su di una collinetta in posizione dominante la valle del Rosmarino ove anticamente era situata quella di San Francesco d’Assisi con annesso convento del 1569. Il portale è in pietra sormontato da un ampio finestrone. Delimitato da un arco trionfale in marmo rosso San Marco vi è l’altare, pure in marmo, sul quale si trova la statua lignea della Madonna del Soccorso. Ai lati del presbiterio vi sono due cantorie lignee del ‘700. Da ammirare pure un dipinto del ‘600 raffigurante la Vergine Immacolata con i Santi Francesco e Carlo Borromeo. Accanto alla Chiesa nel ‘600 fu costruito il “Ritiro” destinato ad ospitare i sacerdoti anziani ed ammalati, che era pure dotato di una preziosa biblioteca andata perduta.

Da segnalare, ancora, l’antica chiesetta di San Nicola (Madonna delle Grazie) presso il Castello,  la chiesa di San Costantino che contiene la pregevole tela del ‘700 del Battesimo di San Costantino e, infine, l’antica Abbazia di S. Maria del Brignolito che nel Settecento ha subito rilevanti trasformazioni. Infatti la parte esistente coincide con la sola navata centrale dell’antico edificio. Le due navate laterali furono abbattute e gli spazi tra le colonne e tra gli archi murati. L’area interna dell’altare è delimitata da due eleganti archi in pietra uno dei quali contiene tre stemmi tra cui quello della famiglia Rosso.

 


 

Tradizioni

 

Il 25 agosto si festeggia il Santo Patrono San Biagio la cui statua viene portata in solenne processione per le vie del borgo su di una pesante ma preziosa ed elegante vara dagli uomini del paese. Il giorno precedente, in occasione della processione del quadro di San Biagio vengono lanciati ai fedeli presenti i tradizionali “panotti benedetti” in segno di ringraziamento per il raccolto dell’annata. Il momento più emozionante della festa è quando viene effettuata dai portatori della statua una frenetica corsa non appena si giunge in prossimità della piazza principale.

Altro grande momento di intensa emozione viene vissuto dalla comunità in occasione delle appresentazioni della Settimana Santa. In particolare quando otto “Giudei” vestiti con una tunica blu portano a spalla in segno di penitenza l’effigie del Crocifisso affiancati da quattro “Maddalene” in veste nera che seguono in doloroso silenzio. A seguire viene portata la statua della “Desolata”. Suggestiva pure la processione del Cristo Morto contenuto nell’antica urna.

Il 19 marzo si festeggiano con una processione congiunta San Giuseppe col Bambino e S. Maria del Soccorso.

 

 

 

 

 

 

 

Longi

Mar 05, 2024

Altitudine: m. 616  s.l.m.

Etimologia: dal latino “castru longum” per via della forma del suo territorio.

Abitanti:  longesi  (1.614 unità nel 2008)

Densità:   38  per Km/q

Patrono: S. Leone Vescovo  720-785   (festa il 22 e 23 agosto)

Ambiente e risorse: il territorio di Longi è caratterizzato da forti contrasti; dove tra i possenti ed accidentati rilievi delle Rocche del Crasto, rifugio di avvoltoi Grifoni ed Aquile Reali,  è molto ricca la presenza di acque e una fitta vegetazione boschiva (bosco di Mangalaviti) che rappresenta il cuore del Parco dei Nebrodi. Di notevole fascino è la cd. “Stretta” di Longi costituita da due pareti rocciose che sovrastano il Fiume Fitalia e che scendono a strapiombo a formare una spettacolare gola che rappresenta una meta per gli appassionati di alpinismo. Da ammirare sono anche i due affascinanti laghi di montagna: il Maulazzo ed il Biviere ricchi di specie vegetali ed animali di particolare valore naturalistico. L’economia di Longi è basata sull’agricoltura ove si evidenzia la qualificata ed intensa produzione di nocciole. Frutta, agrumi, ed uva sono le colture più diffuse. L’allevamento del bestiame bovino, ovino e suino (tra cui il noto ed apprezzatissimo suino nero dei Nebrodi) offre una ottima produzione di carni e di manufatti caseari.

Curiosità: Ogni anno, a gennaio, viene organizzata la “Sagra del Suino Nero dei Nebrodi”, manifestazione a livello nazionale in collaborazione con l’Università di Messina e di organizzazioni ed associazioni del settore alimentare che tra le iniziative specifiche prevede anche momenti di confronto fra tecnici, studiosi e politici finalizzati alla discussione di problemi inerenti la salvaguardia degli animali autoctoni come serbatoio di biodiversità.

 


 

Storia

 

L’insediamento originario è da ricollegare al popolo dei Sicani, cui fecero seguito i Greci che lo chiamarono “Crastos” per la sua posizione situata su di una roccaforte naturale che si affaccia sulle Valle del Fiume Fitalia. Questo insediamento nel sec. IX venne conquistato e distrutto dagli Arabi che lo fecero risorgere più a valle intorno ad un loro castello dando origine all’attuale città. Sotto la dominazione dei Normanni si ebbe uno sviluppo del perimetro urbano e anche il castello fu ampliato.

I primi Signori di Longi furono la Famiglia Lancia, di origine piemontese trasferitasi in Sicilia al tempo di Federico II di Svevia (Bianca Lancia era sua moglie). Nel XVII secolo la città visse un periodo di prosperità arricchendosi di chiese e di un monte frumentario. Dal 1692 si instaurò il dominio dei baroni Napoli-Papardo. Nel Settecento lo sviluppo architettonico del borgo vide anche la costruzione di una cinta muraria e lo stesso castello fu trasformato in palazzo fortificato. Altre famiglie che nel corso dei secoli dominarono Longi furono i Calcagno, i D’Ossada ed i Loffredo di Cassibile.

 


 

Beni Culturali

 

La Chiesa Madre dedicata a San Michele Arcangelo, sovrasta la piccola piazza antistante da cui si accede al portale attraverso due monumentali scale simmetriche in pietra marmorea locale. Essa risale al sec. XVIII e presenta una pianta latina a tre navate terminanti con absidi contenenti altari minori. Il presbiterio è delimitato da un grande arco trionfale decorato con stucchi. Bellissimo il coro ligneo finemente intagliato, realizzato dall’artista messinese Cristoforo Venaria nel 1654, e il soffitto a cassettoni dipinto dell’abside centrale. L’organo è del 1631 e presenta una paratia suddivisa in pannelli dipinti e decorati. Arredano le pareti due belle tele di G.Tomasi da Tortorici raffiguranti le “Anime del Purgatorio” e la “SS.Trinità” nonché una tela di P.Novelli raffigurante il “Martirio di San Sebastiano” e una commovente “Deposizione”. Da ammirare ancora una bellissima statua marmorea di scuola gaginiana (sec.XVI) della Madonna col Bambino ( chiamata del Perpetuo Soccorso), una lignea di San Michele Arcangelo ed un SS. Crocifisso, a grandezza naturale, attribuito allo scultore palermitano Vincenzo Genovese. Infine la statua di San Leone Vescovo che risale al sec.XVIII , chiusa in una teca, che raffigura il Santo benedicente seduto su di un trono con vestito di preziosi paramenti vescovili.

La chiesa dell’Annunziata risale al 1857 e presenta un impianto di tipo paleocristiano con un bel portale in marmo con timpano sormontato da una finestra in stile. La sola navata termina con un’abside sul cui altare si trova la fine statua in marmo della Madonna Annunziata di Antonello Gagini e completata dai figli Antonio e Giacomo nel 1534.

La Chiesa del SS.Salvatore era ancora in costruzione quando venne interessata da una frana nel 1851. I lavori non furono mai più completati. Era impostata su tre navate ed otto altari laterali. Il campanile era con tetto a cuspide piramidale.  Oggi viene utilizzata come spazio per eventi e manifestazioni varie.


Il castello risalente tra l’VIII ed il IX secolo è stato in seguito ingrandito e trasformato nel ‘700 in palazzo fortificato. I resti di una finestra ad arco a sesto acuti mette in evidenza le sue origini normanne. La parte artisticamente più importante è quella settecentesca all’interno della quale vi sono due grandi stanze con pregevoli affreschi ed una porta intercomunicante intagliata e decorata. Annessa ad esso è la coeva Chiesetta di S. Caterina.
Da segnalare infine il suggestivo Monumento ai Caduti in guerra realizzato nel 1920 . Consta di un basamento in marmo bianco su cui è collocata una statua di donna simboleggiante la “Vittoria”. Ai lato del monumento sono posti die pezzi di artiglieria da 47 mm quali residuati bellici.

 


 

Tradizioni

 

Le tradizioni più importanti di Longi sono legate alle ricorrenze della Settimana Santa. Si inizia la Domenica delle Palme quando ha luogo la processione di Gesù con gli Apostoli impersonati dai confrati del SS. Sacramento. Tra essi si distingue Giuda che viene ripetutamente colpito dai fedeli con rami d’ulivo per indurlo al pentimento. A fine processione, giunti sulla soglia della Chiesa Madre, gli apostoli si inginocchiano e baciano un fazzoletto sul quale sono sparse alcune foglie di ulivo. Anche Gesù lo bacia ma a quel punto Giuda gli getta in faccia le foglie a simboleggiare l’avvenuto tradimento. Il Giovedì Santo dopo il rito della “lavanda dei piedi” il Cristo con una croce sulle spalle inizia il suo cammino lungo le vie del paese seguito da tre incappucciati “afflizianti” e dai fedeli in processione che intonano canti dialettali e preghiere.

La mattina del Venerdì Santo i confrati del SS.Sacramento danno vita alla “cerca” un rituale che prevede una autofustigazione con catene mentre sono alla ricerca del Cristo Morto. La sera invece si svolge la commovente processione dell’Addolorata che accompagna l’Ecce Homo, la Croce e Gesù riposto nell’urna; il tutto alla luce di fiaccole e lumini che due ali di fedeli portano in mano.
Nel giorno di Pasqua un momento di particolare suggestione è quando avviene nella piazza centrale del paese l’incontro “u scontru” tra la Madonna Addolorata e Gesù Risorto, evento che genera un momento di intensa commozione generale tra i tantissimi devoti che vi assistono.

Ma la festa più importante dell’anno, anche perché contemporanea ad altre manifestazioni estive di spettacoli , sagre, serate danzanti ed altro, ricorre il 22 e il 23 agosto quando vengono portate in solenne processione congiuntamente le tre statue di San Francesco di Paolo, Il SS. Crocifisso ed il Patrono San Leone Vescono.
Quest’ultimo viene portato in processione anche il 20 febbraio e la prima domenica di maggio su un artistico Fercolo, per le vie principali del paese, seguito da numerosissima e devotissima folla.
Mazzi di spighe, intrecciati con perizia ed arte e offerti dai contadini in segno di ringraziamento per il buon raccolto, ornano la "vara", sulla quale stanno seduti i bambini che vengono affidati al Santo mentre gli uomini assolvono il voto portando a spalla nuda la pesante "vara", mentre le donne seguono scalze (un tempo andavano nude, avvolte in lunghi, ruvidi e pesanti mantelli di feltro).

I longesi tributarono onori divini a San Leone poiché il 15 marzo del 1851, dopo averlo invocato, il Santo bloccò una terribile frana che aveva compromesso gran parte dell’abitato. Da allora ne diventò Patrono.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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