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Una serie di carte veramente interessanti sono saltate fuori da polverosi archivi, che permettono di mettere mano, all’intrigata ed ingarbugliata vicenda, delle annessioni fraudolente di banche territoriali al nuovo istituto di credito nazionale, avvenute al tempo dell’Unità d’Italia; soprattutto quando a pagarne l’ammenda, sono state le realtà finanziarie del regno di Borbone. Situazioni che se non fossero vere, potrebbero apparire come una farsa. Una macchinazione del neo stato italiano portata ai correntisti duo siciliani in modo particolare.


Da un pò di tempo in Italia, si tende a giustificare la storia, solo e soltanto se questa, giustifichi il corso storico raccontato a tante generazioni di Italiani. Come se girare il mestolo nel pentolone colmo di marciume e di escrementi storici, sia un servizio prevaricatore al diritto di italianità. Toccare questi argomenti per molti opinionisti significa, toccare il diritto di stato. Come se, chi indaga su fatti costitutivi dell’Italia, stia compiendo un delitto contro la stessa nazione. Invece capita spesso che, questo marciume sia moralmente giustificato, per raccontare atteggiamenti nazionalmente e giuridicamente riconosciuti come legittimi. L’Italia ha il diritto di bloccare sul nascere qualunque opinione minacci il suo stato giuridico anche contro la verità sia essa storica?

Coltivare la menzogna per coltivare interessi di parte a svantaggio del popolo, vero custode del diritto di nazionalità, questo si, è un vero reato. Si che capita molto spesso che, l’Italia si contrapponga al legittimo proprietario del titolo di italianità, sperimentato dai suoi cittadini, i soli a poterlo legittimare in tutte le sue parti. La Costituzione ha da sempre legittimato il ruolo degli italiani nel paese a cui essi stessi appartengono, difendendone la rispettiva opinione anche quando questa, violi gli apparenti diritti nazionali, il primo dei quali, quello di bandiera. Lo storico se si attiene ai documenti non incorre a nessuna mancanza. Lo storico ha proprio il ruolo di garante della memoria nazionale anche qualora, riesca a dimostrare con gli strumenti legali e opportuni presenti nella ricerca metodica, segnalando documenti, comportamenti e reati veri e propri che violino la legge, essa stessa vincolata a criteri universalmente riconosciuti in uno stato di diritto.   L’affare della nascita di una Banca Nazionale in Italia, nasconde dei retroscena ancora non del tutto raccontati. Ecco perché la natura di questo articolo, sintesi del vaglio e della valutazione di carte qui riversate per capitoli, vuole mettere in luce quelle ombre scientificamente occultate, studiando un percorso, per programmare future pubblicazioni.

Interessante recuperare e mettere sotto la lente dello studioso e dell’annalista, lo specchietto fornito da queste note. Fondi ufficiali, dell’azione politica del legislatore italiano, nei primi anni della sua costituzione giuridica e politica. Un particolare accenno ai rendiconti della Commissione Parlamentare d'Inchiesta sul corso forzoso dei biglietti di banca, Relazione ... su' corso forzoso dei biglietti di banca . Cam. dei Dep. Sess. 1867-68. 1. della x. leg. n. 215. Firenze 1869 , documento che getta luce su una pozza d’acqua per niente cristallina. Osservare il contenuto di quegli atti che volevano individuare i soggetti giuridici compatibili alla gestione del credito in Italia, permette una valutazione precisa di situazioni affatto chiare. Il governo dell’epoca, stava cercando di uniformare gli istituti di credito presenti nel suo territorio di riferimento, sindacando sugli organi finanziari che potessero avere voci in capitolo nella gestione del credito.

Esso stesso, riconosceva a due sole entità questa facoltà, limitando il raggio di azione, delle banche borboniche; queste a suo tempo, motori di una delle più forti economie d’Europa, adesso limitate e costrette a un servizio di cassa subordinato alla sede centrare, la Banca Nazionale d’Italia. Per giungere a tanto, si doveva dimostrare che gli istituti bancari ex borbonici, fossero stati degli istituti mutualistici che gestivano il credito sotto forma di scambio pignorante di beni terzi, rilasciando polizze di accredito. Una statura giuridica non riconosciuta alle banche delle province meridionali, limitava lo sviluppo del credito territoriale delle stesse banche, costrette a recuperare il circolante di moneta napoletana nei rispettivi territori, nella prima fase della costituzione del territorio nazionale e successivamente,   sminuite a succursali della sede centrale.

Questo servizio svolto per esempio dalle banche siciliane, era strutturato sulla natura degli stessi istituti, i quali, originariamente   partecipavano in sinergia con quelle Napoletane, alle funzioni di concessori di credito fiduciarie. Il documento, voleva dimostrare che le banche siciliane non fossero delle banche a conduzione privata(con capitale sociale) o semi privata( con partecipazione della corona e di privati) affibbiandogli la natura di credito mutualistico (attraverso pignoramento di beni terzi), non avendo esse stesse, un capitolato legislativo per l’emissione di titoli propri. L’Italia dunque, nei primi anni della sua costituzione, si affidò alla Banca Nazionale di Torino e alla Banca Nazionale della Toscana, non riconoscendo eguale diritto, a nessun istituto proveniente dall’ex Regno Duo Siciliano, in mancanza di realtà finanziarie sviluppate con la costituzione di capitale sociale, necessario a garantire le rispettive operazioni di sportello.   Forti di queste premesse, diventa propedeutico osservare come il nuovo Regno d’Italia, costruiva il suo modello di sviluppo, quello del credito, che sta alla base di una società civile. Osserviamo dunque, cosa segnalano alcune voci finanziarie dell’epoca, in rapporto al contenuto espresso nelle note di quella Commissione d’Inchiesta Parlamentare riportate a p. 165:

“Banco di Sicilia

il Banco di Sicilia, nelle due casse in cui è distinto di Palermo e di Messina, emette fedi di credito e polizze notate sopra corrispondenti depositi. Questi titoli sono trasferibili per girata, ma sempre nominativi, e non hanno un valore determinato. Emette anche polizzini del cassiere, e questi pure nominativi nel senso che si cambiano al Banco colla firma di quietanza dello stesso cassiere intestatario. Questi piccoli biglietti furono creati dal Banco, in seguito al corso forzoso, a taglio fisso, dalle lire 2 alle lire 10, nelle proporzioni seguenti:

Da L. 2 ………………………………N 254,104                                                                                                          L.3…………………………………….  364,610           

L.5………………………………………193,882                                                                                       L.6.…………………………………...…149,779          

L.7………………………………………..84,169                                                                                                         L.8………………………………………. 83,192           

L.9…………………………………..........43,100                                                                                                             L.10………………………………….….. 85,939          

Totale dei biglietti emessi               N 1,258,775

Il seguente prospetto dà l'indicazione dei valori del Banco nei due periodi dal 1844, data della creazione del Banco, a tutto dicembre 1859, e dal gennaio 1860 a tutto marzo 1868, giusta i dati presentati dalla Direzione della cassa di Palermo:

Dal 1844, epoca in cui ebbe origine il Banco, sino a tutto dicembre 1859:

Fedi di credito ………N 1,713,986

Polizze notate fedi..... ...3,821,283

Polizzini del cassiere……. 14,318

Totale                          N 5,549,587

(Valore titoli…..………..5,549,587 pari a L. 2,581,461,104, cent. 80)

p. 166

Dal 1 gennaio 1860 a tutto marzo 1868:

Fedi di credito………...N     386,540

Polizze notate fedi......         235,442

Polizzini del cassiere        1,216,096

Totale ....……………….N  1,838,078                                                                                       

(Valori titoli........................1,838,078 pari a L. 1,674,180,231, cent. 87)

(Sommario tutto…….....N 7,387,665 pari a L 4,255,641,336, cent. 67) espressi nella doppia valuta, il calcolo è limitato visto che, non si conosceva l’importo singolo dei valori espressi in ducati per singolo deposito o polizza, quindi non si conosceva il valore dell’ammontante totale nel periodo 1844 – 1859.”

moneta1

 

(immagine da ilportaledelsud.org)

I depositi cui fanno riferimento queste note, si debbono osservare in modo netto e separato; sia in rapporto al corso della storia, sia nella natura giuridica e finanziaria delle stesse note esplicate. Detto ciò, le cifre mettono in evidenza, un immediato depauperamento del valore circolante nei due periodi storici messi a confronto,   a vantaggio della “dominazione” italiana. La quale aveva messo in cantiere diverse leggi e leggine, rivolte a massacrare il credito finanziario e l’economia delle realtà produttive nel ex regno duo siciliano. Già questo raffronto impietoso, difende in modo incontrovertibile, la qualità della vita che possedesse il regno delle Due Sicilie, il cui corso sicuramente più prospero, viene messo in evidenza dall’ammontante degli scambi degli istituti di credito maggiori. Il valore di queste note mette alla berlina tutta la retorica costruita ad arte dalla propaganda dell’epoca, e ripescata ed adoperata, dagli storici di nuovo corso made in Savoia. Storici che hanno l’obbligo morale di annichilire sul nascere la storiografia meridionale, in questi ultimi anni vivacissima. Storiografia di parte e faziosa, che con il solito metro discriminatorio, pone il bene da una parte e tutto il peggio possibile ed esecrabile dall’altra parte, nell’Italia che non è mai nata dal 1860 in poi.    

Un altro aspetto da curare, sono la natura dei depositi a garanzia delle polizze di credito circolanti nel Regno Borbonico. Depositi costituiti in oro, argento e bronzo. Depositi però che devono essere valutati, anche in rapporto di un corso legale, quello espresso in ducati, notoriamente più consistenti rispetto alle lire, espresse in banconote con il vecchio sistema valutativo è garantiti dalla corona in pectoris; dimenticando che quella economia meridionale, non era deficitaria ma estremamente dinamica e solida.

I titoli del Regno italiano, circolavano in una economia aggravata da costi di produzione, da imposte ad imposizione percentuale crescente, che riducevano il valore (potere di acquisto)di quella valuta. Il cambio costruito dal neo governo italiano espresso in lire, in rapporto alle banconote emesse e calcolate sulla consistenza finanziaria dei depositi espressi in metalli pregiati, ha dell’incredibile. L’economia duo siciliana più solida, permetteva la natura di titoli emessi e circolanti aventi un valore più alto, in rapporto al volume dei propri   traffici e degli scambi, con un taglio maggiore (Polizze notate fedi) rispetto ai cosiddetti (Polizzini del cassiere), emessi a vantaggio di un circolante più modesto, necessari per le contrattazioni al minuto. Così accadeva che, durante il regno napoletano girassero cifre rapportate al valore dei titoli bancari espressi, in funzione nominale del correntista sottoscrivente e in rapporto alla sua disponibilità finanziaria messa a disposizione del credito, tramite pegno di contro partita di preziosi ed emissioni di zecca; operazioni che sviluppavano un movimento finanziario ben più alto rispetto ai titoli circolanti dopo l’unità. Questa proporzione sul valore del titolo circolante diventerà negativa alla caduta del Regno delle Due Sicilie. Infatti, dopo il 1860 esistevano nella stessa banca siciliana, più titoli diremmo oggi, di taglio inferiore (Polizzini del cassiere), rispetto alle vecchie (Polizze notate fedi) di taglio maggiore.

Se il circolante dei Polizzini del cassiere era aumentato, di contro era diminuito drasticamente il valore dello stesso ammontante in rapporto alla consistenza dei depositi.   L’osservazione non può essere soppiantata dalla presenza della moneta cartacea in vero, presente sotto forma di emissioni di titoli al portatore in quanto, circolavano nell’ex territori dell’antico regno Duo Siciliano, ingenti quantità di moneta metallica che l’ex direttore del Banco di Napoli (1861 – 1864) il marchese Michele Avitabile, quantifica in oltre 400 milioni di lire. Ciò mette in evidenza, una maggiore quantità di depositi metallici al tempo dell’ex Regno duo-siciliano rispetto al periodo neo italiano. Il fattore principale sperequativo negativo, va da ricercarsi nello scambio delle merci in rapporto al volume degli affari, notoriamente ridimensionato nel meridione italiano per effetto della cervellotica applicazione di criteri economici recessivi (emissione forzosa di moneta cartacea, in grandi quantità), che hanno prima indebolito il sistema economico di queste terre meridionali, successivamente impoverito e dunque estromesso per alienazione dell’economia, interi settori dell’industria e del commercio.  

A questo problema se ne aggiungerà ben presto un altro. Alcuni anni dopo la formazione del nuovo regno d’Italia, si incomincia a trattare la difficoltà del circolante, banconote cartacee nel regno italiano e natura del credito. Questo criterio viene messo nitidamente a fuoco, alcuni anni dopo la nascita della Banca Nazionale d’Italia che agisce sotto volontà del governo, in modo fraudolento contro le banche dell’ex Regno Napoletano, ritenendo queste ultime, istituti di mutuo soccorso( menzione mendace) essendo comprovato che quelle banche meridionali, avessero un mercato azionario privato in regime bancario governativo, e una organizzazione bancaria studiata e in parte copiata dal governo Inglese in anni passati. Un governo, quello del Regno d’Italia che si è auto intestato, i valori e i depositi di quelle banche borboniche per atto autoritario, assorbendo ingenti quantità di valori degli istituti bancari presenti in Italia.

Il regno italiano attraverso le leggi del suo parlamento, si riconosceva legittimato a mantenere il controllo dei valori e dei depositi passati di mano, riconoscendo il diritto ad esercitare il credito solo a quegli istituti bancari costituitisi con ordinamenti legali: cioè ad organismi di concessione di credito, che emettessero banconote previa costituzione di un capitale sociale, confluite nelle relative Banche Nazionali. Con tale atteggiamento impoverisce le condizioni di sviluppo dell’economia regionale negli ex territori Borbonici a vantaggio del Piemonte e della Toscana. La disparità di trattamento in rapporto soprattutto alle banche di Napoli e di Sicilia, viene osservata dalla mancanza di un organismo bancario che adotti eguali sistemi legali, previste dall’impianto delle cosiddette Banche Nazionali. Rinfacciando alle banche del meridione d’Italia di allora, la natura nominale del credito in esse circolante, legato alla natura giuridica delle stesse, inquadrate come organismi di mutuo soccorso.  

La nota qui segnalata, viene inserita in un documento amministrativo del governo, che trovandosi in carenza di liquidità di moneta circolante, costituì, una voce economica apposita per favorire il corso forzoso di banconote.   Strumento che provocherà ingenti costi al Banca Nazionale che costretta a recuperare la moneta metallica circolante, concesse un aggio vantaggioso del 7% a tutti coloro che acquistassero banconote previa alienazione di moneta metallica. La Banca Nazionale d’Italia, veniva istituita con capitale sociale di 40 milioni di lire, e da quel momento era in grado, di acconsentire il suo sviluppo sul territorio italiano con l’apertura di relativi sportelli. Quello che salta all’occhio, mettendo da un lato le sovrapposizioni politiche e la retorica di parte, che il neo regno italiano, riconoscesse in Italia, in quell’istante storico ( 1860 – 1868), l’esistenza di 4 banche in tutto il regno a corso legale: due operative, aventi capitale proprio e due svuotate dai capitali e assorbite nella Banca Nazionale. [vedi nota * p. 8]

“   Ma, come abbiamo detto, in Italia non sussistono che due Banche con capitali privati, suscettive di una espansione; la Banca Nazionale di Torino e la Banca Nazionale di Toscana. I Banchi di Napoli e di Sicilia non sono suscettibili d'incremento delle operazioni, non avendo capitali propri.”        

Chissà che fine hanno fatto le sostanze del Banco di Napoli e quelle del Banco di Sicilia, le uniche ad essere assorbite ma operative, non per spirito nazionale, ma per la necessità di raccogliere il circolante presente nei territori di pertinenza, che un calcolo approssimativo, calcolava in 250 milioni di lire.

Interessante osservare il contenuto riportato da questo volume, proveniente da fondi parlamentari e registrati sotto l’appellativo di, Nuova Banca d'Italia progetto di legge presentato al Senato del Regno dal commendatore Giovanni Manna, ministro d'agricoltura, industria e commercio nella tornata del 3 agosto 1863.   Ministero di agricoltura, industria e commercio, Giovanni Manna.   tip. Cavour, 1863 p. 5,6 e nota* p. 8:

“Nel Regno d’Italia non ci ha che i soli antichi Stati Sardi, nei quali fosse stato stabilito che Banche di circolazione con emissione di biglietti non potessero istituirsi che per (Legge 9 luglio 1850). Nelle altre provincie i Governi si erano riservati il diritto di autorizzarle, come aveano il diritto di autorizzare ogni altra società anonima. Nell esame de gli Statuti di tali società giudicavasi se era, oppurtuno, il caso di autorizzare l'emissione dei biglietti.     Prima della riunione di tutte le provincie nel presente nostro Regno, avevamo le seguenti Banche: Quella così detta Nazionale, sorta dalla fusione delle due Banche di Torino e di Genova, con un capitale di 8 milioni di lire e senza verun privilegio di emissione di biglietti.

Nel Ducato di Parma era stata autorizzata, con decreto del 13 aprile 1858, una Banca col capitale di un milione di lire, con privilegio di emissione di biglietti e con obbligo alle Casse dello Stato di riceverli in pagamento. Nelle Romagne trovavasi la Banca delle quattro Legazioni, la quale era sorta nel 1855 della separazione da quella di Roma e con un capitale di scudi 200,000 senza verun privilegio. La Toscana aveva essa pure la sua Banca Nazionale,   sorta dalla riunione delle due Banche di Firenze e di Livorno. Il loro capitale riunito era di 10 milioni al lire italiane. I loro biglietti erano ricevuti nelle Casse pubbliche.

In Napoli e Sicilia mancavano di tali istituti, ma fino ad un certo punto ne adempivano l’uffizio i Banchi delle Due Sicilie.   Questi ricevevano danaro dei privati in conto corrente e faceano lo sconto delle cambiali: ma non davano biglietti di banco al latore, ma soli certificati di deposito o fedi di credito nominativi e circolabili per girata. Ne avevano essi un capitale sociale. I Banchi di Napoli avevano un patrimonio in rendite iscritte sul Debito Pubblico ed in beni-fondi, di proprietà della istituzione, e nascente da donazioni avute nei tempi passati e da acquisti fatti coi lucri del Banco, giacché i Banchi esercitavano principalmente l'opera pia della pignorazione di oggetti di oro, d'argento e di altri metalli e di tessuti diversi. Aveano poi un capitale, ora restituito, che era stato anticipato dal Tesoro per la fondazione di una Cassa di sconto.   I Banchi di Palermo e di Messina erano stati dotati dal Tesoro con L. 1,700,000 circa, e gl'impiegati erano a carico dello Stato. In questo stato erano gl'Istituti di credito in Italia nell'anno 1859.”        

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(immagine da studistoricicosenza.it)

 

Strepitoso questo documento di revisione della futura Banca d’Italia. Strepitosa la segnalazione della natura delle banche “Nazionali” la sola natura accettata nel nuovo sistema bancario nazionale, che si contrapponeva alla natura giuridica dell’ex Regno Duo Siciliano aventi Banche, che agivano su credito controllato, facendo girare un circolante (valori) con copertura garantita, quindi, valore reale dei contraenti che risultavano solvibili. Quindi, i banchi di Napoli e di Sicilia adottavano un criterio di valuta circolante garantita da depositi metalliferi, favorendo un rapporto reale e controllato. Uno strumento ultra moderno, che oggi, perfino l’istituto delle entrate nelle funzioni dell’ufficio di Equitalia ha recentemente segnalato, per combattere l’evasione, già in uso in diverse nazioni europee (moneta elettronica).

Un modello all’avanguardia per l’epoca, adottato sul credito circolante in mancanza di biglietti-moneta nazionali, l’ennesimo primato di una nazione, quella borbonica, prima anche in questo settore. Eppure, pur riconoscendo a quegli istituti duo siciliani, di avere un capitale privato, che è stato adoperato per l’acquisto della   concessione del ministero del Tesoro, delle somme necessarie ad aprire una Cassa di sconto per le ex province Napoletane e Siciliane del vecchio regno Borbonico, questo é indice, dello stato gravoso di insolvenza in cui versavano quelle antiche banche nel bilancio del 1859. Mendace affermazione del Manna sulle banche duo siciliane, in rapporto alla mancanza di capitale sociale.

Il Banco Nazionale delle due Sicilie è stato costituito nel lontano 1808 il primo nel futuro territorio italiano. In quella occorrenza la banca era strutturata con azioni 4000 del valore di 250 ducati cadauna. Il governo ne possedeva 800 di azioni e il Re possedeva 100 azioni. Il restante 77,5% del capitale azionario era in mano dei privati. Il capitale sociale di quella banca ammontava a 1 milione di ducati, ma con la volontà di indicizzazione dello stesso capitale che attraverso i guadagni ottenuti, distribuiva l’interesse cedolare agli azionisti, e una parte di questo guadagno veniva redistribuito per creare nuove azioni da fare sottoscrivere ai privati.

La parte del pacchetto azionario confacente al governo, ebbe a creare un gettito economico subito dopo tale costituzione, che fu convogliato nella Cassa di Ammortizzazione; dove confluivano i crediti ottenuti dalle operazioni diverse e che fungeva pressappoco, con tutte le differenze del caso, come l’attuale Cassa dei depositi e Prestiti. Il regolamento   amministrativo approntato per il controllo delle regole della Banca Nazionale duo siciliana, era soprinteso da un consiglio d’amministrazione in cui oltre al garante del re, al ministro delle finanze e dell’economia, venivano eletti altri soggetti, sei dei quali provenivano dal popolo attraverso il mondo delle professioni. Insomma, ci hanno raccontato un cumulo di menzogne colossali. Esisteva una Banca Nazionale nel Bel Paese prima dell’unità è quella, apparteneva al Regno dei Borbone che movimentava un capitale privato piuttosto cospicuo.

Si, non è un errore del capitolatore dei registri qui osservati, redatti per il ministero del Tesero. Quindi, secondo il Ministro Manna, le banche napoletane erano già passate sotto il regime italiano, un anno e mezzo prima che capitolasse il regno di sua Maestà Francesco II. Questa non è una svista del Ministero perché, i bilanci e i rendiconti dello stato, furono uniformati dopo la caduta dei regni italiani. Le note economiche e finanziarie espresse nel rendiconto del 1863, prevedevano una natura giuridica che giustificasse le omissioni recanti danno agli stessi istituti bancari assorbiti; danni che si ripercuotevano negli affari che le vecchie banche avevano sviluppato con i loro correntisti, i quali non vedevano più riconosciuto il credito originario, svuotato nella matura giuridica, garantita dalle banche napoletane sui titoli emessi al momento della sottoscrizione con i clienti, che avevano depositato beni(pegno) a garanzia dei loro affari.

Questa rapacità della Banca Nazionale italiana, costrinse gli istituti bancari nazionali presenti prima della costituzione unitaria, di svuotarsi della natura garantista che avevano nel loro corso, facendo ricadere la colpa sul vecchio governo ed invitando i correntisti, a chiedere il risarcimento dei loro beni alle vecchie case regnanti e nel merito meridionale, alla vecchia casa regnante borbonica, quando il danno si riconduceva ai correntisti meridionali. Questo mutamento della natura giuridica di banche che dall’oggi al domani diventavano da padri benigni, a sicari e omicidi dei correntisti stessi e degli affidati, creò ulteriore tensione nei territori conquistati.

Il trucco presto viene svelato. Il ministero dell’economia, doveva accaparrarsi dei crediti finanziari riconducibili alle banche Napoletane e Siciliane legate al giro di affari presenti in quel regno prima del 1860. Per fare ciò, vennero depredati i forzieri delle stesse banche dopo l’annessione, calcolando successivamente, le note economiche a partire dall’inizio del Bilancio del 1 gennaio 1859. La data in oggetto cioè, l’inizio del computo per calcolare l’ammontare dei volumi finanziari presenti in quegli istituti, doveva dimostrare che essi non avessero natura giuridica, essendo dei veri e propri Banchi di pegno.

Questo passaggio interpretativo e fraudolento, metteva al riparo la Banca Nazionale del Regno d’Italia da eventuali controversie con i creditori danneggiati. Questi ultimi, ignari delle rapine costituite dagli attendenti governativi alle banche meridionali, erano indotti a cercare la responsabilità dove non c’era. Infatti, si sapeva perfettamente che il Regno Borbonico possedesse una sua Banca Nazionale ovvero, un istituto di credito nato con corso legale, avente capitale proprio con lo scopo di raccogliere il credito interno, previo utilizzo di biglietti di credito( così come previsto dal decreto legge del 1859). Avendo questa banca il compito, di acquistare denaro straniero specialmente metallico, da fondere ed incrementare il circolante all’interno del proprio regno, soprattutto dopo il 1844. Anno in cui si verificò, l’increscioso fenomeno di portare ingenti somme di denaro all’estero. Già allora il governo napoletano non volle creare degli strumenti di corso forzoso, per rientrare delle somme evase, in quanto ritenesse di portare il suo stato in contro a un processo recessivo. Questo fenomeno venne limitato con l’emissione sul mercato interno, di nuova moneta metallica in grandi quantità (effetto svalutativo) cercando di migliorare il credito e attraverso gli effetti moltiplicatori presenti nel numero degli scambi finanziari, provenienti dal volume degli affari, recuperare risorse finanziarie. Progetto che già a partire dal 1854 aveva presentato uno stato di beneficio finanziario.

Questa grave crisi di perdita di potere finanziario venne ovviata, proprio dalla presenza di una Banca Nazionale Borbonica con lo scopo di controllo e soprattutto, di emissione di titoli attraverso l’azionariato privato. Lo statuto della Banca Nazionale delle Due Sicilie, prevedeva una strutturazione della stessa banca su un modello inglese. Durante il governo di Francesco II, furono creati ulteriori strumenti economici che avevano lo scopo di incrementare la circolazione del credito all’interno dei propri domini, permettendo la nascita di due nuova Casse di sconto: quella di Reggio e quella di Chieti. Il nuovo ordinamento fiduciario puntava ad accorpare grosse quantità finanziarie attraverso la cooperazione di più istituti bancari.

Due Banche che emettessero credito garantito ai potenziali sottoscrittori di azioni, avevano il compito di super visori degli affari: Banca di Napoli e Banca di Palermo. E due istituti finanziari di raccolta di risorse di capitale circolante cioè, il Banco di Messina e il Banco di Bari, costituivano l’asse portante per accentrare e raccogliere il credito, seguendo il volume degli affari e le disponibilità dei correntisti. Infatti è notorio che il Banco di Messina, come quello di Bari, erano due poli finanziari dai quali passavano, il grosso del volume di moneta circolante, scambiato con il mercato estero, quindi avevano il compito di raccogliere risorse da girare al mercato interno del regno napoletano. Un meccanismo ben riuscito e studiato dalla stessa Banca Nazionale Italiana. Ma per arrivare a tanto, doveva la futura Banca d’Italia, far finta che la Banca Nazionale del Regno delle Due Sicilie non fosse mai nata.

Così il nuovo istituto di credito, la Banca di Italia, metteva per future eccezioni, al sicuro   le scritture finanziarie   della stessa Banca. Un bellissimo accorpamento di statuti, di note economiche, di registri e regolamenti provenienti da stati diversi, adesso accorpati al regno degli Stati Sardi che servivano a coprire le ruberie, e le rapine a mano armata, effettuate dal rapace governo di sua maestà Vittorio Emanuele II.

Achille PLEBANO (and SANGUINETTI (Adolfo)), Adolfo SANGUINETTI, La Questione delle Banche ed il Servizio di Tesoreria Firenze 1869 p. 150, 151, 152:

“Quale sia l'origine, le vicende e l'attuale modo d'agire del Banco di Sicilia non possiamo meglio riassumere che riferendo testualmente quello che a tal riguardo ne scrisse la Commissione d'inchiesta parlamentare. Con decreto del 7 aprile 1848, essa dice, furono istituite le due casse di Corte di Palermo e di Messina sotto la dipendenza del Banco di Napoli, allora detto Banco delle due Sicilie. Durante la rivoluzione del 1848 costituivano esse il Banco Nazionale di Sicilia e si diede questo titolo ai loro valori fiduciari.

Nel 1849 poi, effettuatasi la divisione amministrativa della Sicilia dal continente, fu con decreto del 13 agosto 1850 separata l'amministrazione delle Casse di Corte di Palermo e di Messina da quella del Banco di Napoli e le si diede nome di Direzione del Banco regio dei reali domini al di là del faro. Con decreto del 27 dicembre 1858 furono istituite ed unito al Banco due casse di sconto, l'una in Palermo, l'altra in Messina. Nell'anno 1860 assunse il titolo di Banco di Sicilia; ma essendo creazione governativa, lo Stato vi mantenne sempre un ingerenza diretta, finché colla legge 11 agosto 1867 il Banco di Sicilia e le Casse di Palermo e di Messina vennero riconosciute come unico stabilimento pubblico, aventi qualità di ente morale autonomo.

Alle due Casse di Corte non furono assegnati capitali propri, e solo in base al decreto 13 agosto 1856 venne dal Governo concessa una dote per le spese portate dall’organico degli impiegati. Le due Casse di sconto ebbero invece una dote di un milione di ducati (L. 4,255,000), cioè quella di Palermo, ducati 550,000 e quella di Messina 450,000. Tale dotazione doveva accrescersi, pel rescritto 5 febbraio 1860, di altri ducati 700, ma non furono incassati se non in parte per la sopravvenuta rivoluzione del 1860. Dipiù il Governo borbonico nel 1860, mentre tuttavia occupava Messina, tolse parte, e la dittatura e poi il Governo nazionale tolsero il rimanente del capitale e degli utili raccolti da quella Cassa.

E quanto alla Cassa di Palermo, perdurando i bisogni della guerra nel Napoletano, fu essa pure privata dei suoi capitali e degli utili; se non che, a differenza di quella di Messina, le furono poi restituite, prima lire 2,174,818, 29 colle quali poté riattivare il servizio in Palermo, poi altre lire 200,000 cui vanno aggiunte lire 460,000 di utili ritratti e capitalizzati giusta l'articolo 5 del decreto 27 dicembre 1858. Colla legge, però, 11 agosto 1867 venne stabilita la restituzione al Banco di Sicilia di tutte le somme che dal 1860 fino al 10 agosto 1867, per causa di servizi pubblici, vennero prese dalle Casse di sconto di Palermo e di Messina, sia dal Governo borbonico, sia dal Governo dittatoriale e dal Governo nazionale. Seguita questa restituzione va cancellata dal bilancio dello Stato la spesa di               L. 162,425 ora inscritta pel suo personale e di L. 47,000 per le spese d'ufficio, salvo la liquidazione d'ogni altra ragione tra lo Stato ed il Banco di Sicilia.”

Quindi la situazione finanziaria in rapporto alla capacità di erogazione del credito in Sicilia e nelle province napoletane, incomincia ad essere osservata in modo più consono e meno ideologico. Da una nota, segnalata da un altro osservatore ministeriale, si segnalava il valore dei depositi nelle banche siciliane (Cassa di Palermo e di Messina) successivamente quelle diatribe appena segnalate, dopo che lo stesso governo le mise nelle condizioni di recuperare le vecchie attendenze creditizie, nell’anno 1866 si segnalavano giacenze per un importo molto particolare.

In modo particolare segnalava nel suo volume G. A. PAPA, Unità d'Emissione, libero credito. Cenni sulla questione delle banche. Genova : Fratelli Pellas 1866 p. 65:

“Il Banco di Sicilia dunque rimane adesso un istituto di deposito a stretto rigore di termini; gli sconti sempre limitati cessarono; si fanno anticipazioni su valori a Palermo. La somma che trovasi attualmente in deposito nei Banchi regi di Palermo e Messina ascende a circa 25 milioni.”

Da considerare che la Banca Nazionale, nel momento in cui estese le sue disponibilità ad aprire sportelli in Lombardia come in altre Province, un tempo non italiche, costituì il suo capitale sociale di 40 milioni di lire, è cosa assai strana, ridusse il ruolo delle Casse di Palermo e di Messina a semplici succursali della Banca Nazionale italiana; la dove nei fatti questo non sussiste. Ne fu realtà storica, e neppure finanziaria. Eppure è palese osservare il depauperamento dei crediti e del volume degli affari, delle ex banche borboniche in tutti i suoi territori.

A Primo acchitto, gli analisti e gli storici che trattarono questa materia, limitarono le rispettive osservazioni all’ammanco delle giacenze bancarie duo siciliane. Voci macroscopiche in campo finanziario, che permettono di individuare un ammontante finanziario relativamente cospicuo. E se taluni osservarono che dai depositi della Banca di Napoli furono attinti, valori metallici preziosi per un valore di 430 milioni di lire, meno visibili apparivano, i valori del circolante, che fu il vero obiettivo dei funzionari della corona Sabauda. Il circolante nei regni annessi alla futura Italia, aveva un valore, 5   volte superiore ai depositi depredati a Napoli. Ma un’attenta valutazione del valore correntizio espresso in depositi contro pegno, e in circolante metallifero nel solo Stato Borbonico, permetteva di valutare al cambio con la valuta del tempo, un volume pari a 400 milioni di lire. Però allo stesso tempo, quei funzionari si accorsero che, esisteva un ulteriore volume di valori circolanti, posseduto dai creditori dell’ex regno Borbonico spostati all’estero.

Ammontare di cui non si conosceva la consistenza reale, cercato in vero, nei comportamenti dei sovrani Borbonici e dei rispettivi governi, a partire dagli anni calcolati dal 1844 in avanti. Risorse che voci incontrollate portavano ad immaginare vicine a 1 miliardo di lire. Capitale da scindere in moneta metallica, fedi di credito depositate in banche straniere, azioni partecipative a capotale privato ed altri titoli finanziari. Ovvio osservare, la situazione delle Banche siciliane, motore di gran parte dei flussi mercantili presenti nel vecchio Regno Borbonico. Infatti, è risaputo che la flotta commerciale di Real Bandiera, era concentrata nel regno di Sicilia e che gran parte della natura finanziaria di questi valori, erano rappresentati da depositi metalliferi o fiduciari, presso istituti finanziari di mezzo mondo.

Quindi le varie commissioni di inchiesta parlamentari, di volta in volta, recuperando documenti riconducibili ai flussi finanziari passanti da quegli scambi, erano portate ad indagare l’entità e l’origine degli stessi valori, trovandosi nelle necessità di fare sopravvivere, sia il Banco di Palermo che il Banco di Messina. Avendo appurato che il volume dei crediti erano vincolati ai clienti quindi, ai creditori siciliani, adesso costretti a contrattare il valore dei propri crediti con la Banca d’Italia subentrata nella funzione di liquidatore delle spettanze. L’inganno era doppio e i siciliani non tardarono ad accorgersene.

La questione siciliana aperta dal governo di sua maestà il re d’Italia Vittorio Emanuele II e i suoi successori, in rapporto al recupero del valore finanziario siciliano, costrinse a vere campagne speculative arrecate dal potere centrale alle imprese siciliane. Condizione che si protrasse fino alla fine del XIX secolo, in cui è palese ritrovare lo spirito rapace di uno stato, l’italiano, pronto a modificare anche il diritto e i regolamenti, a suo vantaggio, pur di raggiungere i suoi scopi.

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Dopo la caduta del Regno delle Due Sicilie, la penisola italiana viene pervasa da lotte furibonde. Saltati gli equilibri territoriali fra i regni in essa insistenti, il famelico regno sabaudo, costruì a tavolino una politica di annessione, senza farsi alcuno scrupolo di abbattere qualunque ostacolo vi si parasse contro. I suoi gerarchi militari ben voluti e appoggiati dalla corona, furono spronati a utilizzare la carneficina come mezzo politico correttivo. L’onore militare venne inteso viltà da un esercito, quello del Regno di Sardegna più pronto alla razzia e alla rapina che alla fratellanza fra i popoli. I suoi strilloni di corte esasperando i toni per aumentare lo sdegno, cavalcarono ogni occasione per accrescere il potere politico, appoggiando qualunque iniziativa per aumentare il prestigio del casato e stimolarne le alleanze militari. La spinta espansionistica voluta dai Savoia stretti da nord dal blocco Austro – Ungarico e chiusi ad Occidente dalla Francia, indusse quel regno ad osservare il resto della penisola, come territorio necessario per alimentare la sete di conquista. Per raggiungere questi scopi, abbracciarono qualunque strategia convenisse loro in modo spregiudicato. La storia italiana con una certa dose d’ipocrisia, osserva quella politica “garantista” che diventerà, uno dei pilastri della futura nazione italica. Un garantismo in vero, stravolto nei piani di partenza, travolgendo il sentimento nazionale (almeno quello fomentato dai liberali e dai repubblicani) che immaginavano una unità italiana ben lontana dal divenire realtà. Consegnando le popolazioni italiche a un padre della patria (Vittorio Emanuele II), somigliante più a un carnefice che a un amorevole genitore.    

Storicamente parlando, si rappresenterà il periodo successivo alla caduta del Regno di casa Borbone, come la fase iniziale all’unità italiana. La retorica della politica espressa da numerosi intellettuali nel Risorgimento, venne immediatamente adottata dalle nuove generazioni di scrivani, inventatisi storici. I quali raccontavano un paese che non esisteva esaltando qualunque comportamento, anche quello più becero, per giustificare il progetto unitario, riscontrato solo nei giornali propagandistici politicamente schierati in quella fase storica. L’Italia invece, tutta unità contro i Savoia, languiva e s’incattiviva perché travolta nella civiltà e nella dignità, di essere comunque separata, una comunità e nazione al contempo. Infatti, pochissime sono le fonti che raccontano i fatti occorsi alla Toscana, al Gran Ducato di Parma e di Modena, allo Stato della Chiesa almeno in quella fase successiva al 1860. L’odio covato in petto dai popoli piemontesi, liguri, e sardi affamati e affranti da una dinastia feroce, fu trasferito al resto dei popoli italici. Un regno dunque, quello Sabaudo che amava pensare in grande, costretto in un territorio ostile alla sua bramosia di potere. Non è difficile osservare sopra le sue valli, agli apici di conche, di colline e di passi, imponenti strutture a difesa di quel territorio. Il Piemonte può raffigurarsi attraverso i suoi impianti militari difensivi, un nido di vipere costantemente in armi.

Non credo di offendere la storia paragonando quella società piemontese ai rettili, sinonimo assoluto di negatività. Sarà proprio la cronaca intrinseca al territorio e alla politica adottata dai suoi governanti, spregiudicata e raziale, a determinarne le opinioni nella storia degli uomini. Saranno i suoi sovrani a trasformare quei baluardi di difesa in simboli di offesa. Ben presto nell’immaginario collettivo, i luoghi del Cenisio diverranno simbolo di terrore per chi in quelle balze ci ha rimesso la vita. Le fortezze piemontesi di queste valli, che avrebbero dovuto garantire l’incolumità delle loro popolazioni, ben presto diventarono il maggiore dei problemi che attanagliavano le vite di quei popoli. Ben presto tutto quel territorio diventerà ingovernabile ed insicuro perché, trasformato in recinto sorvegliato da ingenti forze militari, poste in assetto da battaglia. Così come accade oggi con i campi di raccolta e di transito per gli extra comunitari africani, relegando i suoi ospiti a diventarne prigionieri, allo stesso modo, migliaia e migliaia di soldati napoletani deportati, di civili meridionali, di oppositori politici al “regime savoiardo” divennero, ospiti controllati con il ferro e con il fuoco delle fortezze piemontesi; da riconvertire e plasmare alle fila dell’esercito neo-italiano. Pressoché inutile giustificare il comportamento adottato dall’esercito di Vittorio Emanuele II; la strategia politica dei suoi ministri e dei suoi generali, che avrebbero dovuto costruire nuove forze di polizia, necessarie al controllo dell’Ordine Pubblico del nuovo Stato-Nazione divennero, forze militari di occupazione per lo sterminio della popolazione civile che abitava i territori annessi.

Un contributo certamente non di parte, ci viene in aiuto da un giornale francese, il Journal des Débats che poté raccogliere un’interessante opinione da un generale (in vero, criminale di guerra) il Cialdini, che cercando una sponda amica (in quel momento i garibaldini erano forze degne di cotanto gendarme) proponeva uno sport molto in voga in quel frattempo. Giuseppe Palella, raccoglie il sinistro consiglio, inserendo questa nota, nel suo volume Omaggio a Pio IX. Raccolta di libri religiosi ed ameni, edito a Napoli nel 1862, dove a p. 72 riportava:

“Come in Piemonte si corre a caccia delle pernici e delle quaglie, così nel reame di Napoli si va a caccia di uomini. Cialdini invitò i commilitoni di Garibaldi ad una gran partita di caccia contro i borbonici, - cui bisognerà sterminare - nelle montagne, nei boschi, e nelle sagristie.”

Modificando e giustificando le necessità di braccia alla causa con l’annullamento di quelle braccia all’opera di costruzione di un paese, che nei fatti non veniva costruito, si diedero alla rapina, alla carneficina e alla perfidia. Dopo la caduta del Regno Napoletano, le fortezze e le Piazze d’armi piemontese atte al controllo e alla difesa del Piemonte, divennero centri di raccolta delle truppe borboniche, delle truppe emiliane, di quelle toscane allo sbando. Malgrado tutto però, rimangono certe ed indelebili alla storia, le pagine scritte in quel di Fenestrelle, come esempio di strage e di rappresaglia politico-militare. Non esiste per nessuna roccaforte Sabauda, una raccolta di fondi documentata come quella in cui Fenestrelle, ne è il cardine principale. Essa ne diventa un simbolo nel bene e nel male di quel periodo storico. In essa si racconta, vennero compiute azioni atroci, miserevoli e nefaste. Tutto il peggio che di terrificante si poteva raccontare in guerra, era niente se rapportato alle stanze di Fenestrelle. Un carcere duro costruito dentro una caserma, ritagliata dentro una fortezza, incastonata fra le alte montagne alpine. Chiunque abbia un minimo di senno, non può che convenire con un giudizio negativo, osservando le “imprese” associate alla fase di detenzione, di gente che sulla carta non era carcerata. Il Ministero della Guerra della “Nouvelle Italia” emetteva comunicati da corte marziale più che dispacci correttivi per militi insubordinati. Chi sgarrava pagava con la vita. Il senso di questa asserzione si coglie nelle memorie di un ospite di Fenestrelle, anch’esso carcerato. Così come attore e saggiatore di un metodo per nulla, scevro da picchi di rabbia e di odio raziale. La nuova ci giunge dall’opera portata alle stampe da Sebastiano Nicastro, il quale nel suo volume intitolato Dal quarantotto al sessanta, stampato a Trapani nel 1961 a p. 314, ci descrive la condizione di un ex garibaldino carcerato a Fenestrelle:

“Giliberti trasportato a Fenestrelle, assunse il nome di un altro volontario mazarese, per evitare di essere fucilato come disertore; ed ebbe la fortuna di riuscire ad evadere.”

In guerra, un esercito deve contenere gli eccessi della truppa e punire gli insubordinati, con pene esemplari. Il problema di fondo però era, che ufficialmente, lo stato Sabaudo non era in guerra. Ufficialmente non aveva ne invaso un territorio, ne era stato invaso esso stesso. I disordini interni in uno stato, si controllano con forze di polizia per garantire l’ordine pubblico. Eppure, per garantire la quiete civile nel regno di S. M. il re d’Italia, le maggiori carte e i documenti più ricchi, si riscontrano presso gli archivi del Ministero della Guerra; in Italia un’anomalia, chissà perché questa stranezza! Tutte quelle vicende hanno dell’invero simile, del fantasmagorico. Si dimentica troppo spesso che accompagnare decine di migliaia di persone appartenenti allo stesso stato, in “camere di compensazione” ovvero, in riformatori, non è un metodo civile ma incivile e barbaro. Così incivile e barbaro perché inserito in dialettiche e giustificazioni lessicali, mascherando una posizione di partenza, quella dell’aggressione militare a uno stato sovrano, quello duo siciliano distrutto entro i suoi confini nazionali. Un pensiero questo, non praticato oggi, da novelli esuli di un regno depredato come quello napoletano ma considerazioni esacerbate in seno al Parlamento italiano. Segnalo allo scopo, una posizione estrapolata, dagli Atti ufficiali del Parlamento Italiano ai numeri 179 e 274, della sessione del 14 giugno e dell’11 luglio 1861:

“La coscrizione piemontese eseguita nel reame di Napoli è stata dichiarata crudele, oppressiva, e impopolare.”

Si che, se un popolo viene aggredito, non si può successivamente giustificare la sua deportazione in una terra diversa da quella di provenienza, come luogo rieducativo. Rieducare è stato un verbo molto caro ai nazisti. Lo hanno utilizzato tutti i governi totalitaristici. Ai tempi di Mao Tze Tung, i Cinesi della Manciuria vennero rieducati; e pure allora, i morti furono decine di migliaia. Quindi, quando si segnala la fortezza di Fenestrelle come luogo correttivo, nella logica appena segnalata, si deve osservare quel luogo come un Lager. Si deve incominciare a ricordare chi ci è entrato per comprendere il motivo della sua pena: se questi fosse stato un nemico verso lo stato di appartenenza oppure, un sovversivo rispetto al sistema di governo. Se questo comportamento da parte del governo sabaudo, ha avuto una validità nella fase in cui, forze eversive per il paese di origine, alimentavano nel disordine pubblico le giornate di quel territorio, non esiste giustificazione plausibile per equiparare gli uni ai nuovi ospiti, per lo più ragazzotti che fino al giorno prima, appartenevano alla seconda potenza industriale d’Europa. Flagellata, massacrata, in un gioco famelico, messo su da un branco di lupi. Un luogo primario nello scacchiere difensivo piemontese, quello di Fenestrelle, diventerà nelle prime decadi del XIX secolo, simbolo di prepotenza militare nelle memorie collettive italiane.

Ecco cosa accadeva nelle stanze di tortura, della fortezza del Cenisio in pieno Risorgimento, agli italiani che non si piegavano al futuro re d’Italia. Estrapolato dal volume di Angelo Brofferio, Storia del Piemonte 1849 p. 108:

“Dopo gli inutili strazii di Mondovi, pensarono gli Inquisitori di Stato a qualche nuovo genere di tortura che si potesse impiegare con miglior successo, e fatta matura considerazione deliberarono di ricorrere alla fame. Si esordì lasciando soli e deserti per una settimana i prigionieri a fantasticare sulle proprie calamità, poi venne loro partecipato d’ordine superiore che sarebbero privati di fuoco, di lume, di vino, di carne, di tabacco, di tutto insomma fuorché di qualche oncia di pan nero e di una brocca d’acqua. E l’ordine si metteva in esecuzione. Tormentati dalla fame i poveri carcerati chiedevano almeno un poco di brodo per confortarsi; inutile inchiesta il brodo fu negato persino al medico Vallino vecchio e infermo. Durava più che quindici giorni questo stato di cose. E quando parve che grazie alla solitudine, al freddo, e alla fame, la spossatezza, l’abbattimento, la prostrazione delle membra e la confusione dello spirito non lasciassero più nulla a desiderare, si affacciava d’improvviso ai prigionieri fra quelle tetre sbarre il commissario Tosi, la vista del quale era capace di petrificare come la testa di Medusa.”

Alla stessa traccia, basti ricordare cosa segnalava Cesare Cantù in una sua opera intitolata Della indipendenza italiana edita a Torino 1873 a p. 304 segnalando:

“De borghesi restò viva la fama di Andrea Vochieri d’Alessandria. Se crediamo al Brofferio un condannato che sopravvisse alle lunghe torture di Fenestrelle lasciò scritto; Innanzi alla mia prigione stava quella del povero Vochieri. Esistevano alcune sconnessure mal riparate in fondo alla mia porta e tenendosi dischiusa la prigione di Vochieri dalla poca luce che trapelava, ero invitato a dolorosa osservazione. Vochieri mi apparve sopra un misero scanno con pesante catena ai piedi e due guardie al fianco con la sciabola sguainata. Una terza guardia col fucile stava immobile dinanzi alla porta. Regnava un terribile silenzio. I soldati parevano più costernati dello stesso prigioniero. Di tratto in tratto, due cappuccini venivano a visitarlo. Cosi rimase quell’infelice un intera settimana dinanzi agli occhi miei fu lunga, fu spaventosa la sua agonia, finalmente lo trassero a morte.”

Ci voleva davvero poco a sperimentare gli effetti del freddo a Fenestrelle in condizioni normali e ancora peggio, se in condizioni di reclusione, si dovevano combattere i rigori di un inverno alpino. Si che, quando molti autori segnalarono i tormenti dei soldati piemontesi dati ai napoletani, si è gridato allo scandalo, appellandosi alla esagerazione tutta meridionale dei suoi accusatori. Osservate cosa segnalava un autore, sicuramente non affetto da “borbonismo” quando riportava le osservazioni fatte da parte piemontese, sulle condizioni di vita a Fenestrelle. In effetti Carlo Denina, nel suo lavoro intitolato Quadro istorico, statistico e morale dell'Alta Italia e dell'Alpi che la circondano, pubblicato a Milano l’anno1806 segnalava a p. 28:

“Essendosi smantellato Pinerolo nel 1696, come abbiam teste detto, si fortificò, o per meglio dire fabbricossi Fenestrelle. Cotesta piazza meravigliosa è composta di tre, ed anche cinque fortezze, insieme comunicanti con iscale coperte, di più centina a di scaglioni incisi nella rupe, e che vanno dall’alto della montagna fino al letto del fiume. Tale passaggio è benissimo custodito; ma costò immense somme al re Carlo Emmanuele III, e costava eziandio la vita a parecchi soldati pell’acuto freddo, che vi tolleravano nel cuor dell’inverno. Perciò nel fitto inverno la maggior parte del presidio scendeva a Pinerolo, e vi rimaneva tre o quattro mesi.”

Che dire in merito? La detenzione forzata a Fenestrelle in pieno inverno, equivaleva a una condanna a morte. Le scelte di concentrare grandi masse d’uomini in una zona sinistra come quella, era uno strumento che definire fatale per molti dei suoi ospiti è riduttivo. In verità le riserve di legna accatastate nella fortezza erano proporzionate ai soldati che ne dovevano curare gli accessi alpini, proteggendoli da una probabile invasione francese. E per quanti accorgimenti furono adottati, gli spazi a disposizione erano comunque limitati. Per riscaldare migliaia di uomini transitati nel solo anno 1861 e ivi concentrati ancora fino a febbraio dell’anno successivo, non sarebbero bastate le scorte di legname, messe a dura prova dall’eccessive presenze. Né tantomeno erano sufficienti le scorte di cibo. Abbondavano le artiglierie, i magazzini ne erano colmi, così come la polveriera zeppa fino al tetto.

Uno straordinario documento, costituisce una nota segnalataci da un autore francese, sfuggita alla famelica censura dei Savoia, nei primi anni dell’unità italiana, e ai novelli attendenti del fu Vittorio Emanuele II che oggi, hanno aperto i forzieri degli archivi regi. Gli stessi archivi manomessi da tempo immemore, che lanciano strali ad autori nostrani. Si che, questa fonte inoppugnabile, stabilisce i flussi dei soldati napoletani passati da Fenestrelle, Aqui e Cuneo. Lui, Oscar de Poli non avrebbe immaginato che in anni meno vorticosi, il suo contributo, è da ritenersi strategico per comprendere alcuni misteri ancora irrisolti. Si che nel suo volume, pubblicato a Parigi nel 1865, intitolato “De Naples à Palerme” a p. 125 così segnalava:

“Oggi giorno il servizio militare è portato in orrore. La coscrizione Borbonica prendeva appena 12,000 uomini per ogni anno; la coscrizione Piemontese prende 36,000 uomini ogni anno. Le imposte in denaro e le imposte di sangue sono tutte triplicate di più dopo l’invasione dal tempo dei rigenerati.”

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Di seguito con una nota numero 1,specificava: “la prima coscrizione è del 30 giugno 1861; la seconda è del 22 agosto del 1861; la terza è del 13 luglio 1862; la quarta è del 27 luglio 1863; la quinta è del 10 maggio 1864.”

Così predisposte, non possiamo non dimenticare la rivolta occorsa a Fenestrelle il 22 agosto del 1861, data qui messa in bella mostra dal nostro autore. Immaginare questi fatti come l’estrema conseguenza di un saccheggio, quello inflitto al regno che fu di S. M. Francesco II di casa Borbone è cosa innegabile. Se il popolo prese le armi, i suoi soldati, non si addomesticarono sotto il giogo di una nazione, il Piemonte, che si fingeva Italia; quando in verità questi regi, di quel progetto una volta compiuto, perseguitò tutti i suoi principali attori. Una presenza imponente quella dei napoletani in quelle località di concentramento. Una presenza che si fa contare in 180,000 uomini. Dimostrare quanti ne passarono da Fenestrelle non è cosa semplice, certamente non fu di qualche migliaio il suo vivaio, visto che l’autore quantificò in 36,000 il numero di coscritti, invitati annualmente alla leva dal Piemonte. Le rivolte a Fenestrelle non si limitano a un episodio. Se mancò poco il progetto di sommossa nella fortezza il 22 agosto del 61, appena un giorno dopo, si replicava al campo di San Maurizio. Questa ennesima notizia, ci giunge dalle trame emesse, certamente da un personaggio che non fu amico dei Napoletani. La nota vengo a reperirla, nei fondi dell’Archivio Storico Italiano - Volume 113,Parte 3 p. 386 nel quale si mettono in luce, due dispacci di Sir James Hudson e Russell: uno sui briganti da lui veduti a San Maurizio, l’altro su Roma. In essi si segnalava fra le valli piemontesi qui posti in oggetto:

“Scrivo a Nigra Albert White (Blanc). Scoperte macchinazioni retrograde nelle Marche. Cospirazione dei Napoletani a Fenestrelle Campo di S. Maurizio. 23 agosto.”

Dunque, anche nel Campo di San Maurizio c’è stata una rivolta dei napoletani. Un sommovimento di umori, che mettevano in grave pericolo i territori piemontesi, scatenando le ire dei residenti e quelle dei giornali che non tarderanno a farsi sentire. Sempre da un documento, rilanciato da Oscar de Poli, nel suo volume Voyage au royaume de Naples en 1862, a p. 62 alla nota 1 commentava una scrittura segnalata da un giornale napoletano dell’epoca, Le Moniteur de Naples 17 février:

“Il 17 febbraio, una rivolta scoppia tra i soldati nella fortezza di Fenestrelle. Sono pronti ad accorrere un gran numero di gendarmi e di agenti di polizia, mentre la Guardia Nazionale ha preso le armi. I soldati napoletani furono rigorosamente perquisiti, trovandogli i ritratti delle due Maestà del re e della regina delle Due Sicilie.”

In tal guisa si apprende, che un'altra rivolta scoppierà a Fenestrelle, questa volta più cruenta della prima, dovendo constatare l’intervento della Guardia Nazionale, giunta sul posto in assetto di battaglia. Le recenti rivelazioni in una pubblicazione su Fenestrelle, di qualche anno fa, volendo sfatare il mito del genocidio, esagerando nella interpretazione delle proprie fonti, minimizzano il comportamento dei soldati napoletani all’interno della fortezza; riconducendo quella presenza a un suono a stormo di campane, e di buone intenzioni. Il clima dunque non poteva essere in armonia col servizio richiesto. Le diserzioni erano all’ordine del giorno in tutte le carceri piemontesi, e nei rispettivi presidi militari. Un interessante contributo sul clima che si respirava in Piemonte, ci viene segnalato dal Marchese di Normanby, nel suo volume intitolato Difesa del Duca di Modena contro le accuse del Sig. Gladstone, pubblicato a Venezia l’anno 1862, nel quale a p. 43 segnalava:

“Tutti i napoletani, in qualunque sito si trovino, non hanno che un solo pensiero, quello di disertare ogni qual volta ne possono avere il destro, per qualunque parte. Il Mercurio di Svevia ed i giornali del Regno d’Italia ci fecero sapere che sul principio dell’ottobre decorso passarono per Stoccarda, diretti al corpo di truppa austriaca che tien presidio a Magonza, quaranta disertori dell’esercito italiano. Da un prospetto desunto da dati officiali, che abbiamo sott’occhio, in soli diecinove mesi, giunsero nelle provincie venete e nella provincia di Mantova 3785 di tali disertori o refrattarj alle leve. E quanto appunto alle leve, nel Regno delle Due Sicilie la leva fu fatta da per tutto esclusivamente a vantaggio del legittimo Re Francesco II; nel Ducato di Modena poi unicamente a favore di Francesco V. Nell’Italia meridionale i coscritti riservarono le loro braccia per la reazione; nel modenese preferirono di varcare il Po, e recarsi a Bassano.”

Altro che pacifica convivenza, il regno di Vittorio Emanuele II, era attraversato da disapprovazione e i coscritti alla leva, prendevano le armi ma, per chi in quelle contrade era il nemico, contro una patria che non voleva nessuno. Un altro contributo interessante, ci viene fornito da un altro autore. Francesco Durelli, nel suo lavoro edito a Milano nel 1863, intitolato Colpo d'occhio su le condizioni del reame dalle Due Sicilie nel corso dell'anno 1862 alla pagina 44 aggiungeva:

“a 10 ottobre disertano dal forte di Fenestrelle dodici soldati napoletani; Nello stesso tempo una mezza compagnia di truppa del Piemonte, composta di soldati quasi tutti napoletani, insieme con un uffiziale, ed anche un carabiniere, si disertano tutti e presentatisi al confine svizzero, vi depongono le armi, e sono scortati a Poschiavo dai gendarmi svizzeri. L'Eco dell'Alpe' Cozie, giornale de' 15 ottobre, ha in data di Pinerolo: - Nella sera degli 8 a 9 corrente sono disertati undici soldati de'cacciatori, da'varii ridotti del forte di Fenestrelle.”

 

Qui la conta dei fuggiaschi si fa complessa, articolata, e difficile da quantizzare nelle dimensioni. Sicuramente il calcolo dei disertori non si riduce a pochissimi elementi, sfuggiti alla guardia indefessa dei gendarmi in quel di Fenestrelle. Ma certamente, sfuggiti alla conta dei celerini della storia che, leggono ciò che conviene loro leggere, interpretando il risultato finale a svantaggio della verità storica.

(immagini tratte da "Picciola: The prisoner of Finestrella" - 1862)

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Da qualche tempo mi costringo a cercare notizie storiche in riferimento al periodo del Risorgimento italiano e al periodo post unitario dello stesso paese. La mia attenzione alle vicende storiche rivolte a raccontare un territorio (quello dell’Italia meridionale) e i risvolti accaduti in esso in particolari aneddoti, molte volte ha permesso di rievocare fatti e cose, passate sotto silenzio. Tante volte frutto di una propaganda politica anti borbonica e ogni tanto della propaganda revisionista dei meridionali che vogliono ricordare, ciò che gli è stato negato di rammentare in 150 anni. Recentemente mi sono imbattuto in alcuni documenti davvero particolari: le deportazioni di migliaia di sbandati, militi e semplici cittadini presso le fortezze di Fenestrelle e di Exilles.

La scoperta in realtà, ha portato alla luce aneddotiche sfuggite un po’ a tutti, ma in rapporto non alle stragi dei napoletani nel “lager dei Savoia” quanto invece, al lavoro a cui si è rivolto il Tribunale Militare nel periodo post unitario. In modo particolare sul ruolo di migliaia di meridionali che hanno abbracciato la vita militare del regio esercito, rinnegando la Real Bandiera e l’antico regno Duo Siciliano. La conta dei dispersi nelle carte che dovrebbero raccontare dei massacri di Fenestrelle e delle piazze d’armi piemontesi, stona se contrapposta alla conta degli ammutinati dell’esercito italiano, quasi tutti ex soldati borbonici, i quali, hanno scelto il certo per l’incerto. Le cifre che si ascoltano in questi anni sulla presenza di truppe napoletane nel Piemonte e in Liguria ammontano a diverse migliaia. Alcune fonti osservano che nel periodo compreso fra il 1860 e il 1865 a Fenestrelle, furono concentrati 10000 soldati: ora prigionieri di guerra, altre volte sbandati, altre ancora renitenti alla leva militare e se ciò non bastasse anche, ammutinati del vecchio esercito napoletano passati alla nuova realtà italiana. Tutti uniti allo stesso destino, tutti morti a Fenestrelle?

Un muro si innalza nella storiografia regolarista e fra quella revisionista. Un muro che diventa sempre più difficile da scalare e da abbattere nelle diverse compagnie di giro. Un muro dicevo, che si colora di tinte fosche qual’ora venisse in mente a qualcuno, di osservare quelle fonti in modo diverso; oggi diremmo con gli occhi della legge. Infatti, se ciò fosse possibile operare, ci si accorgerebbe che non tutti i napoletani condotti a Fenestrelle perirono di stenti e non tutti finirono sotto la calce viva disciolti. Troppi direi, ammutinarono dal barcone del Real Esercito. Tanti furono costretti e rivedere quella scelta subito dopo, ma nessuno di essi si pentì veramente. In atto era in scena la sopravvivenza. L’onore era afflizione di pochi soldati, tantissimi erano pronti allo spergiuro per aver salva la pelle. Fra di essi, tantissimi napoletani che dovrebbero essere sotto terra nelle fortezze come esuli, vissero, sopravvissero, soggiornarono nelle carceri suddette. L’unica accezione a questa osservazione, ovvero, essere rinchiusi nelle fortezze alpine del Piemonte, era legata alla natura del periodo di ferma militare e al relativo comportamento tenuto in camerata. Il famoso Corpo dei Cacciatori Franchi per molti il ripostiglio in cui furono accompagnati i prigionieri dell’ex Esercito Borbone, in realtà fungeva da vero e proprio reparto dell’esercito neo italiano. E per quanto si cerchi di indorare la pillola, le occorrenze e le conoscenze su quel reparto, sono ben note alla storiografia italiana. Dacché, da una piccola ricognizione che ho fatto recentemente è saltato fuori un blocco di carte veramente particolare. Talmente efficace che non lascia possibilità all’interpretazione.

Una notizia che sicuramente spariglierà il panorama storico. Molti mi osserveranno in un modo diverso rispetto a prima(questo è il costo di chi fa la storia con le carte originali) altrettanti potrebbero essere spiazzati, tant’è la sorpresa, che condivido con essi, avendo a leggere conseguenze che non conoscevo e argomenti ancora oggi “scabrosi da ricordare.”

Una interpretazione storica degli effetti degenerativi nella società moderna nel meridione è senza onta di offesa, la presenza della malavita organizzata. Si è detto e ridetto che la principale conseguenza degenerativa dell’annessione, è stata la deliberata azione anti repressiva del neo stato italiano contro il vecchio regno meridionale in Italia, favorendo l’azione di bande malavitose aiutate a spargere il terrore fra i paesi e le valli del Regno Napoletano. Condivido questo affaccio alla storia. Altri hanno storpiato questa segnalazione ingerendo nel significato accessorio del fenomeno, la conseguenza di politiche repressive della corona Duo Siciliana nel regno attraverso l’utilizzo della polizia nemica della gente. Osservazione che condivido ma in parte. Pochissimi hanno osservato eccetto il Lombroso e i suoi addendi, che il male è una conseguenza genetica. Anche se nel regno appena formato, imperversava la Legge Pica che addossava ai meridionali il bollo omicida. Legge estromessa in breve lasso temporale il 31 dicembre 1865. Un tempo bastevole per colmare all’invero simile i campi dei cimiteri e le fosse comuni nel meridione d’Italia. Detto ciò, esiste una realtà che non si capisce perché non si è trovato il modo di raccontare. Io posso soltanto ragionare sulla fastidiosa coincidenza. Le risultanze mi portano da una parte in cui non vorrei andare a ficcarmi. Devo però dare voce a queste carte per onore di giustizia, aggiungerebbe qualcuno.

Dal vaglio del materiale che ho potuto studiare, mi sono accorto di avere a che fare con notizie quasi inedite. Semmai, l’interpretazione potrebbe essere inedita in questo momento storico. Il momento è propizio oggi, quando da tutto l’ex regno del meridione italiano, il grido di verità si alza alto e potente in cielo. Soltanto in questo momento credo sia possibile mettere su carta e limitatamente in un articolo queste risultanze. Quello che sembra sfuggire a tanti, rimane nella interpretazione degli accadimenti, una volta compiuto l’atto politico di annientamento del Regno di Sua Maestà Francesco II di Borbone, re di Napoli e di Sicilia (ometto tutti gli altri titoli annessi). Dal giorno seguente, chi si trovava dall’altra parte dello steccato, la truppa, il popolo borbonico, si ritrova costretto alla nuova realtà. Accade un fatto veramente singolare. Migliaia e migliaia di forza lavoro, in divisa e sotto ferma militare al soldo del Re di Napoli, vengono deportati in campi di accoglienza e sorvegliati a vista, da reparti del neo esercito italiano armati di tutto punto.

Un tale spiegamento di forze e di mezzi era dovuto, perché gli italiani del nord, conoscevano molto bene il valore de Real Esercito. Conoscevano altrettanto lo spirito di corpo di buona parte dei suoi ufficiali e dei loro subalterni. Sapevano cosa seppero fare questi uomini qualche decennio prima, nella campagna di Russia e come si ricordavano di loro le popolazioni che l’ebbero alla loro difesa, come rispettivamente alla loro offesa i nemici degli stessi. Quindi, giustamente, ne temevano il valore. Al punto da sguarnire le loro valli, mettendo in corpo alla rispettiva popolazione il vero terrore.

Ecco cosa segnalavano i giornali piemontesi nell’agosto del 1861. In un articolo del foglio di Armonia numero 200 si estrapola una riflessione aggiornata dalla raccolta di pensieri espressi in altre testate del medesimo periodo: 

“In complesso, le condizioni del nostro esercito, è pur forza confessarlo, sono meno liete di quello ch’esser dovrebbero. La Gazzetta del Popolo del 26(agosto 1861) s’accorge che queste rivelazioni mettono lo spavento addosso alla popolazione, la quale teme che un bel mattino si svegli sotto la dominazione dei borbonici. Quindi   s’arrabbatta per attenuare le gravità del pericolo. <<Non abbiamo ragguagli, essa scrive, sul tentativo d’impadronirsi di Fenestrelle fatto dai refrattari napoletani, e di cui parla l’Eco delle Alpi Cozie.”

Un sussulto si incominciò ad avvertire nella popolazione che vedeva i propri territori invasi da truppe nemiche, provenienti da terre lontane adesso ammassate come mandria al pascolo. Il numero era elevato e questo faceva venire in animo strani presagi al popolo.

Sempre dalla stessa testata, estrapolo un altro passaggio veramente interessante, esemplificando uno dei trafiletti del numero 199:

“Quei soldati sono ora due mila, e quasi tutti delle provincie meridionali. Altri quattro mila se ne aspettano, che saranno pur diretti alla volta di S. Maurizio. Essi sono ammaestrati con molta solerzia. Per ora non hanno armi, le quali verranno loro distribuite soltanto quando abbiano progredito nell’istruzione, e mostrino di aver acquistate le qualità che si richiedono a formare de buoni soldati. Se riescono, saranno tosto incorporati nei reggimenti, se no, si manderanno a Fenestrelle per esservi tenuti sotto più rigida disciplina, finché si correggano e diventino idonei al servizio. A tutela della sicurezza pubblica, sia dei dintorni, sia dal campo, furono inviati a San Maurizio due battaglioni di fanteria.”

Da questo stralcio, prodotto da giornalisti, quindi da osservatori terzi, ben lontani dalle grinfie fameliche dell’esercito regio, si apprende l’osservazione in rapporto al Campo di San Maurizio: sono 2000 e ne porteranno altri 4000. Se non si abitueranno al regime comportamentale e organizzativo del nuovo esercito saranno condotti a Fenestrelle. Ciò detto, in questo recinto, ci andavano gli uomini che in qualche modo non avevano dato segni di insubordinazione.

Dalle pagine di un altro giornale, lo stesso giorno 25 agosto 1861, si segnalano le precauzioni prese dal comando subordinato alla sorveglianza del campo suddetto. Estrapoliamo una segnalazione fatta nell’Opinione in rapporto a quella emergenza:

“Sappiamo che furono dati ordini severi di mantenere la disciplina, e vietare ai soldati di uscire dal campo. Queste ultime parole accennano alle gravi apprensioni non solo dei possidenti nelle vicinanze di San Maurizio, ma in generale di tutti i Piemontesi, i quali vedono non senza tremare formarsi qui vicino alla capitale un campo di giovani che, per confessione istessa dei giornali del ministero, sono irritati, indisciplinati e ricalcitranti agli ordini del Governo.”

Una folla di arditi, in rapporto all’età non vi è dubbio, imprigionati e trattati come feccia, su questo non ci piove, venne a concentrarsi in un solo campo. Il recinto doveva essere sorvegliato e lo era, con molti uomini di diversi reparti, compreso l’utilizzazione di due compagnie di artiglieria. Il Campo per eccellenza dunque era proprio quello di San Maurizio. La fortezza, da quello che trapela, era un salto successivo, dove ufficialmente, i regolamenti erano molto diversi e le condizioni di dimora altrettanto gravi.

Recuperiamo come prima, la pista generata dalla raccolta delle impressioni dei giornali dell’epoca per segnalare ancora una considerazione:

“Sentiamo l’Opinione di ieri, la quale dopo le parole or ora riferite sulle prescrizioni per tutelare l’ordine pubblico contro i soldati di San Maurizio, prosiegue dicendo: <<Prescrizioni non meno rigorose furono stabilite per Fenestrelle, dove pure i proprietari avevano paura che i soldati sbandati   o renitenti, che vi furono raccolti, non fossero abbastanza sorvegliati, ciò che non è. Anzi si ebbe occasione, son pochi giorni, di riconoscere come la vigilanza fosse attenta ed instancabile colla scoperta di una cospirazione ordita da soldati borbonici. I promotori ed istigatori furono arrestati; venne sequestrata una bandiera bianca; gli altri mostrarono pentimento della loro colpa>>. Ora se i borbonici di Fenestrelle che sono un migliaio, sono già tanto arditi, che non faranno i sei mila di S. Maurizio?”

La segnalazione non è peregrina in rapporto alle incertezze, soprattutto   in rapporto a un tentativo di fuga dal forte raccontato, ma fino a che punto? Il mormorio delle piazze limitrofe ai campi di raccolta, era ingenerato alla scarsa sorveglianza del circondario rimpetto ai siti in oggetto, fortezze alpine comprese. La notizia dove sta? In realtà si è inoculato nell’immaginario collettivo, che i prigionieri napoletani finiti a Fenestrelle, fecero la fine dei carcerati. Soprattutto si è affermato in questi ultimi tempi che da quella fortezza era impossibile la fuga. Niente di più falso. Il tentativo di sommossa ad esempio, rivelato alla stampa qualche tempo dopo simile atto, ingenera curiosità e timore, dalle notizie che giungevano dal comprensorio, in rapporto a un vero e proprio piano di fuga, organizzato dall’esterno della fortezza e portato in porto con successo. La famosa sommossa sventata dai piemontesi in realtà, fu la più grande presa in giro perpetrata da alcuni ragazzi, alle guardie di Fenestrelle.

Da un altro libercolo, trovato per caso nello spulciare di carte e di libri in tema, salta fuori una interessante segnalazione. In una cronaca di fatti di guerra, stampata e pubblicata a Rieti nel 1863, alle pp. 142 e 143 si segnalava:

“Né questo in verità era un piccolo lavoro, effettuare nei corpi regolari la fusione di 20000 prigionieri borbonici riuniti a Fenestrelle o disseminati nelle diverse fortezze del regno. Sarebbe stato un grave errore, il supporre che questi uomini andrebbero facilmente a piegarsi sotto il giogo d’una severa disciplina. E di ciò fa testimonianza, il fatto che si produsse in uno dei depositi, vogliam dire il complotto dei prigionieri di Fenestrelle che fortunatamente fu sconcertato e mandato a vuoto.

Condotta con molt’arte e simulazione poteva riuscire se un caso non ne porgeva il primo indizio ad uno del presidio, o quindi al comandante del forte. Quei prigionieri facevano l’ammirazione di tutti per la docilità,     l’obbedienza ed il rispetto apparente che aveano dei superiori, sicchè nissuno era stato da parecchi giorni punito. A questo modo erano riusciti ad ispirare confidenza ed a render meno attiva la sorveglianza.

Dovevano ad un dato segno. armati di bastoni, avventarsi tutti ottocento contro le guardie dell’arsenale e là dentro provvedersi di armi e quindi impadronirsi del forte ed assicurarsi la diserzione. Pare che avessero qualche rara ma attiva relazione esterna e nessuna all’interno.”

La notizia qui riversata non avrebbe un gran peso, se non contenesse nella parte finale una constatazione, in parte giustificata dalla fonte. Il complotto fu sventato, ma se questo ebbe modo di nascere fu per la capacità di dissimulare un comportamento di docilità al giogo. Essi hanno certamente un aiuto esterno e nessuna possibilità (complicità) interna. Come si può giustificare questa asserzione? Dalla costruzione che ho qui riversato, metto in un certo subordine non tanto la dinamica delle fonti poste in essere, che confermano la deportazione dei soldati in Piemonte nei luoghi segnalati prima, quanto invece osservo, la condizione verso la quale, quei soldati sembrano osteggiare con ragione veduta, forti di situazioni che nulla hanno a che vedere con prigioni, da cui chi vi entra, ne esce solo se morto. I vari giornali di quei giorni, andarono a pubblicare delle considerazioni in rapporto a delle veline, venute fuori dal Ministero della Guerra, andate in pasto ad alcuni giornali piemontesi. Cioè, qualcuno fece in modo che la notizia della scommossa, si spargesse fra il popolo chiedendo una collaborazione. Ma, se i prigionieri furono scoperti, perché questo comportamento?

Un vecchio adagio dice: non dire gatto se non l’hai nel sacco. E di vero saccheggio delle informazioni venne perpetrato, spingendo a ricevere risposte. La guardiania di Fenestrelle fu fatta becca e la sommossa o dirla tale, fu consumata che che ne dicano alcuni storici. Una piccola chiosa ci viene fornita, dei fatti accaduti a Fenestrelle in quella occasione, dalle memorie di un giovanotto repubblicano che segnalava gli avvenimenti accaduti a Fenestrelle, consumati da un gruppo di gagliardi e arditi giovani in fuga dalla medesima fortezza. La notizia nota in taluni ambienti e sconosciuta pressoché a tanti altri, racconta dell’impresa di un gruppo di disertori (i cosiddetti renitenti alla leva) che alimentavano il nuovo esercito italiano. L’estrapolazione effettuata dalle memorie di Giuseppe Beghelli, edite a Torino nel 1871 ci fornisce uno spaccato di quell’accadimento, nascosto dal ministero della guerra:

“La parola spettava a Franzini. Egli era uno dei ventisette bassi ufficiali della brigata Modena rinchiusi nel forte di Fenestrelle per sospetti di congiura repubblicana, e tutti quanti disertati appena il sole della libertà sorse dopo il tramonto del sole imperiale ecclissato da punti neri. Essi si procurarono una carta topografica delle montagne che dovevano valicare. Si procurarono pure una fune e del vischio. Ricevettero ancora una lettera d’un amico che li aveva preceduti e che dava loro tutti i ragguagli necessari per superare gli ostacoli. Stabilita la sera della partenza, si portarono dal comandante del forte e lo invitarono alla rappresentazione di una commedia. Il comandante accettava di buon grado, ea sua volta invitava al trattenimento i notabili del paese. Giunge la notte: Sotto pretesto di prepararsi alla recita gli amici si eclissano. Alle sette di sera incomincia la rappresentazione. Nel primo atto prendevano parte soltanto dei soldati che non erano a parte del complotto. Appena cominciò ad annotare, due dei sergenti si avvicinarono a una sentinella che stava presso un cannone. Lo prendono di sorpresa pel collo, e prima ancora che avesse potuto emettere una voce, aveva già la bocca ripiena di vischio e le gambe avvinte all’affusto del cannone. Colla medesima destrezza fu assicurata la fune attorno al cannone presso la bocca che si avanzava oltre i bastioni, augurarono buon appetito alla sentinella che masticava e sbuffava come un toro, e uno dopo l’altro calarono fuori della fortezza, Camminarono, camminarono, e quando il comandante del forte coi notabili di Fenestrelle                  s’impazientavano pel ritardo all’alzata del sipario pel secondo atto della commedia, la farsa era già giuocata da quattro ore circa agli spettatori.

L’alba sorgeva, ei bassi ufficiali camminavano ancora. Spiegarono la lettera appena giunti a un punto indicato. Là diceva lo scritto, troverete un monte alto e due altri più bassi, passarete fra i due piccoli, e in due ore sarete sul territorio francese. I disertori si guardarono attorno. Da un lato v’era un erta scabrosa, ea fianco due piccole prominenze. Dall’altro lato idem. Potete immaginare l’imbarazzo di quei giovani. Se fossero stati sorpresi non v’era da scherzare. Spiegarono la carta topografica sopra un sasso, e siccome non era ancor giorno fatto, accesero un zolfanello. Doveva essere un quadro pittoresco quello che raffiguravano allora fra i monti, quei giovani ansiosi curvi sulla carta in traccia d’una strada che non trovavano. Finalmente un napolitano, il sergente Croce, propose lui un mezzo di trovar le strade; mezzo che raccomanderei caldamente allo stato maggiore lamarmoresco, qualora dovesse fare una seconda edizione delle sue gesta del 1866. Buttò in aria il suo berretto da soldato di corpo franco. Dal lato cui fosse stata rivolta l’ala visiera si sarebbero avviati. Una buona stella li protesse. La fronte del berretto si rivolse verso i monticelli che conducevano in Francia. Se si fossero diretti dal lato opposto, sarebbero capitati a Susa. L’avrebbero imbroccata bella. Giunsero a Briançon.”

Da questa strepitosa fonte, incassiamo gli estremi di quella evasione che le fonti piemontesi dissero sventata. I giovani arditi che fuoriuscirono, dovevano essere almeno 300. Sappiamo dai registri del Ministero della Guerra che a Fenestrelle fino all’estate del 1861, vi erano concentrati 1100 soldati di diversi reparti e provenienza. E sempre dai giornali piemontesi come sopra, abbiamo appreso che alla rivolta dissimulata, parteciparono in 800. La rivolta materialmente non avvenne, ma indirettamente i giornali segnalavano che, i proscritti alla congiura furono 800. E che parte di essi furono condannati, altri si ravvedranno. Sempre dalla medesima fonte apprendiamo che, avevano dei contatti esterni alla fortezza e che tanti di questi soldati evasi, si concentreranno in Francia. Contestualmente, leggendo il contenuto della fonte, si nota una azione precedente che aveva messo altri soldati nella condizione di tracciare una via di fuga, attraverso una carta topografica giunta dall’esterno all’interno della fortezza di Fenestrelle. Insomma, queste fortezze imprendibili ed ermetiche, erano più praticate di un albergo e più disponibili agli svaghi oltre confine di quanto dovevano essere immaginate.  

Questo dissacrante esercizio di cronaca, vuole gettare uno sguardo sopra un luogo di detenzione, ben diverso da come c’è stato raccontato. Soprattutto forti della cronaca su edotta, e di altro materiale che ci segnalerà la vita e le opere di altri soldati, domiciliati nell’albergo di Fenestrelle e in quello di Exilles. Un reticolo di documenti sopravvissuti ai revisionisti e ai dipartimentisti, raccontano di una realtà, fatta di soprusi fra prigionieri, di processi per direttissima, di linciaggi e di camorra. Infatti, furono conservate delle lettere che intercorrevano fra gli inquilini delle due fortezze, dove si scambiavano: informazioni, ordini, e comportamenti da tenersi nei confronti di chi si ribellava, alla realtà, che prendeva largo fra le maglie larghe della guardiania piemontese. Che ci raccontano situazioni molto lontane dai luoghi di pena tremendi. Reali furono le   morti di tisi fra i soldati concentrati in quei campi, come allo stesso tempo, reali sono state le azioni e le punizioni inflitte ai sepolti vivi. Ma, non ve dubbio su questa nuova posizione, in rapporto alla capacità dei renitenti asserviti al nuovo esercito italiano reclusi fra quelle mura, che la storia di detenzione, in questi plessi, non è stata ancora raccontata.

(immagina da elalm.org)

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Il Marchio di Qualità Certificata della Regia Dogana di Messina per le manifatture delle pelli e dei cuoi e dei prodotti filati, sono una novità da segnalare, nelle attività commerciali del Governo della Casa Reale del Regno delle Due Sicilie. Le frodi commerciali come la contraffazione non sono un problema contemporaneo, ma un danno affrontato anche nel passato dall’industria specializzata. La manipolazione dei marchi di fabbrica di merci specifiche oggi cosiddette griffate, arrecava anche nel remoto passato ingenti danni economici alle produzioni industriali delle manifatture più pregiate. Immaginare un paese ricco di inventiva come l’Italia, garante dei suoi prodotti nel mercato globale, è una caratteristica di normale tutela dei diritti del fabbricante nello stato di provenienza. Infatti, così è accaduto al tempo del governo Borbonico nella Sicilia preunitaria, ai lavori industriali realizzati dalle fabbriche della città di Messina. Già a partire dagli inizi del XIX secolo, si era incrementato oltre misura, il commercio della conceria delle pelli e delle manifatture dei cuoi. In tutta Europa come nel Nuovo Mondo, questi articoli erano molto di moda. Nelle produzioni europee continentali, eccellevano i prodotti inglesi e francesi, che presto dovettero confrontarsi con le produzioni fabbricate dalle fabbriche manifatturiere messinesi. La produzione di lusso addirittura, era un mercato limitato alle botteghe sorte in Messina; e gli artigiani più quotati inglesi, olandesi, portoghesi oppure fra gli italiani fiorentini e napoletani, si concentravano a Messina, dove esisteva incredibile a dirsi, un Marchio di Qualità Certificata sulla merce prodotta.

Nel 1822 attraverso i traffici mercantili e il porto franco, i fabbricatori di pelli di Messina, patirono un grave danno commerciale in quanto,   i timbri di garanzia della Regia Dogana messinese, venivano puntualmente contraffatti e copiati da faccendieri senza scrupoli; spacciando un prodotto scadente come ottimo, essendo marchiato, dalla rinomata sigla dei Fabbricatori Messinesi. Fu stabilito dal sovrano del Regno delle due Sicilie per Regio Decreto, che tale industria, venisse tutelata dalle speculazioni. Pertanto, fu inventato un sistema, ai tempi anticontraffazione: imprimendo sui prodotti di Messina, un contrassegno cifrato con la leggenda: Regia Dogana di Messina per la Manifattura dei cuoi, inserito in un particolare bollo. Ad ulteriore garanzia del prodotto, la bollazione doveva essere esercitata, alla presenza dell’Attendente della Dogana di Messina, precedentemente avvertito dal fabbricante; stipulando un codicillo riversato nelle registrazioni doganali, in un apposito registro numerato segreto, dove erano annotate le segnature cifrate, impresse nel prodotto finito. Per tale motivo, si doveva pagare una somma per il cuoio, una vera e propria tassa di registrazione.

Di conseguenza, le pelli e i cuoi sforniti del Marchio di Qualità Certificata e Cifrata, venivano considerati fuori legge, e i loro possessori denunciati per frode, secondo le disposizioni della legge previste nel Decreto Regio del 28 marzo 1823. Il particolare marchingegno inventato permise successivamente, di sviluppare una matrice speciale ed esclusiva per i prodotti fabbricati a Messina, unica in tutto il regno. Il conio dei bolli della Dogana di Messina sarà l’espediente necessario per individuare un procedimento anticontraffazione sui prodotti industriali prodotti nella Città dello Stretto. Ripescato quasi per caso nelle collezioni delle leggi e dei decreti del Regno delle due Sicilie, la scrittura e la relativa tavola che descriveva: la forma, la figura, l’etichetta e il fine della medesima bollatura doganale, ho potuto raccogliere un piccolo materiale d’archivio. Da queste carte è palese una precisazione non di poco conto, molto importante per comprendere il meccanismo dei valori espressi.

Malgrado la Regia Dogana avesse preso seri provvedimenti, in materia di falsificazioni e di frodi, il Pubblico Archivio della Dogana di Messina, era costantemente impegnato a scovare le ripetute truffe ai danni dei suoi prodotti, riconosciuti dagli speculatori come “Fabbricazioni di Alta Qualità”.

Un esempio lo troviamo nella cedola del 11 settembre 1835, segnata nel quaderno numero 123, nel numero di ordine 3028 a pagina 102 dove si leggeva: Decreto numero 3028 che accorda la facoltà per la collocazione per le pelli e per i cuoi della fabbrica di Giuseppe Morganti e compagni di Messina. Il bollo di cui si farà uso, avrà nel mezzo, l’emblema della Trinacria con la leggenda in giro – Regia Dogana di Messina – Fabbrica di pelli e cuoio di Giuseppe Morganti e compagni. La sua forma era ellittico ovoidale.                  

Un altro esemplare della Regia Dogana di Messina, questa volta segnalato nel registro numero 127, alla segnatura dell’ordine numero 3110, alla pagina 189, relegato allo stesso modo presso le collezioni delle leggi e dei Decreti Reali del Regno delle due Sicilie, dove si fa la medesima descrizione fatta per il bollo della fabbrica di Giuseppe Morganti e compagni, così come segue: Decreto numero 3110 del 6 novembre 1835, che concede la bollatura sui cuoi e le pelli manifatturate, della fabbrica di Giovanni Caminiti di Messina. Questo bollo avrà nel mezzo l’emblema della Trinacria con la leggenda in giro: Regia Dogana di Missina – fabbrica di cuoio di Giovanni Caminiti. La sua forma sarà ellittico ovoidale. Con lo sviluppo di nuove procedure daziali anticontraffazione, a Messina si pensò bene di adottare un criterio simile anche per le produzioni manifatturiere tessili.

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Così accadde che per Decreto Regio il 2 luglio 1838, di imporre un nuovo criterio di bollatura di garanzia, sulle manifatture tessili messinesi. Questa bollatura, serviva a tutelare la merce, quando veniva inserita nel mercato internazionale, visto che era stata fatta oggetto di imitazione fraudolenta come nel passato per altre tipologie di prodotti di fabbricazione messinese. L’alta qualità dei tessuti di Messina, favoriti rispetto a numerose produzioni, induceva anche in questo caso molti falsari a manipolare i registri di imbarco e le bolle di accompagnamento, per confondere con dolo, coloro che si accingevano a comprare tessuto scadente, scambiato per un filato messinese indice di alta qualità. Allo scopo, fu creato un particolare marchio cromatico di riconoscimento: una sorta di etichettatura speciale a garanzia dei prodotti.

Ecco cosa affermava si fatto decreto sulla questione, ordinando: “Alle manifatture di Messina, le quali possono confondersi con i lavori esteri, pria di ricevere la ultima mano d’opera, si apporrà un marchio a ruggine di ferro.”

La scelta cromatica non era casuale e allora neppure facilmente imitabile. Ancora in quel tempo, non si era riusciti a ricreare la tonalità color ruggine, utilizzando prodotti chimici fabbricati anche questi a Messina adatti allo scopo. L’industria chimica e calorifica era un’altra perla da esibire nel mercato industriale dell’epoca. Infatti, quella unità cromatica era costosa da realizzarsi, visto che i colori di base convenzionalmente prodotti nel mercato internazionale, non prevedevano quella tonalità color ruggine fra quelle prodotte e utilizzate in campo commerciale. La trovata del colore di ruggine per qualche tempo, sortì gli effetti sperati, ridando slancio allo smercio dei tessuti in questione.

L’utilizzo dello strumento della bollazione, soprattutto per le merci manifatturiere di Messina, era divenuta uno strumento indice di alta qualità e raffinatezza a garanzia degli acquirenti che acquistavano volentieri merce proveniente dagli stabilimenti siciliani. Ottennero per Decreto Regio questo ufficio, sulle produzioni industriali per i tessuti, gli stabilimenti industriali: dei fratelli Ruggiero, di Guglielmo Leaf and Hall, di Giuseppe Morgante e Flavia Vadalà tutti di Messina. L’Impegno del governo a trovare le strade giuste a tutela delle merci prodotte nel bacino industriale messinese ben presto provocò, una forte richiesta sul mercato interno e specialmente su quello estero. Per tale motivo gli approdi per accogliere i vapori e le imbarcazioni che si apprestavano a comprare grosse e significative quantità di prodotti finiti, ebbe indotto l’amministrazione locale a chiedere ed ottenere nuovi spazi costieri.

Dunque, il potenziamento del litorale doganale di Messina, fu la conseguenza di questa richiesta di prodotti tipicamente costruiti a Messina. In un arco di tempo ristretto, le esigenze doganali rapportate agli scambi, furono adeguate alle necessità del giro di affari prodotto dalla merce   fabbricata sulla piazza di Messina. Man mano che l’industria marittima a Messina (ovvero delle società di armatori che mettevano i loro mezzi e gli equipaggi, a disposizione di vere e proprie tratte marittime operativi sulle rotte dei cinque continenti) ampliava i suoi scambi commerciali, e più forte si faceva la domanda per usufruire di servizi di sbarco, resi limitati ed angusti dai doveri doganali fu necessario ampliare gli spazi adibiti per l’ormeggio dei vapori. Con il mutare dei traffici e il moltiplicarsi delle occasioni, si avvertì la necessita di ampliare il litorale doganale per meglio accogliere e in quantità maggiore, più navigli che prima.

Con il Decreto Regio del 13 marzo 1833, si modificarono le classi di alcune dogane in Sicilia, che avrebbero acconsentito di introitare, un maggiore scambio giornaliero di materiale, adesso regolamentato in modo ufficiale. In quanto a Messina, la maggiore delle città marittime siciliane nella intensità di scambio e di smercio di merci, il Senato della Città dello Stretto (una sorta di Comitato degli Industriali), aveva favorito l’ampliamento, del litorale di Dogana Regia. Adesso costituendovi, nuovi posti di guardia doganale dalla Porta del Real Basso, fino ai quartieri di Terranova; avendo ottenuto il riconoscimento di “Piazza di Soprannumero” poteva adesso, allocare nuovi e più ufficiali per migliorare il funzionamento di questo ente.

Le nuove realtà industriali di produzione di designer floreale e vegetale costituitesi a Messina, sulla falsa riga delle produzioni di accessori dei prodotti finiti delle pellami e dei filati, fu talmente redditizia, da entrare quasi immediatamente in competizione con gli stabilimenti di Parigi e di Londra che in questa tipologia industriale, avevano in Europa un vero monopolio. Antonino De Angelis da Messina dal nulla, sfruttando le condizioni industriali create dal mondo della chimica messinese, da quello del tessile e da quello dei pellami, si inventò in Sicilia, la fabbrica di decorazione floreale di arredamento per interni. Con la nascita dei floricoltori di merce artificiale, Messina potenziava il suo reticolo industriale. Infatti, così come la sorella, già dal 1842, Antonino De Angelis era divenuto un forte imprenditore nel settore, la cui impresa contava decine di operai.

Produceva non solo la materia prima sotto forma di frutta, fiori, piante di alto fogliame, ma anche gli inchiostri e i colori naturali in diverse tonalità. Gli empori, le vetrine delle botteghe, gli androni dei palazzi, gli edifici pubblici, privati e religiosi, tutti esponevano i suoi prodotti. Questa commercializzazione prese largo consumo a Palermo, Napoli, Bari e in altri grossi centri del regno. La frastagliata produzione di prodotti sempre più diversificati, permetteva un salto di qualità nelle rifiniture dei prodotti costruiti diremmo oggi, in catena di montaggio. Nacquero così, gli stabilimenti di prodotti specializzati. Le tecniche di produzione, pur rimanendo in comparti industriali primitivi incominciavano a mostrare i segni dell’evoluzione tipologica di singoli prodotti, ricercando sempre la migliore qualità possibile delle merci prodotte. Un particolare riguardo fra le molteplici categorie industriali, si deve associare a una tecnica di tramazione proveniente dal mondo delle filande di seta e impiantata nel tessile che produceva filati di cotone, lino e lana. La fabbrica di torcitura di Antonino Ziniti da Messina venne impiantata intorno al 1835. Nel 1837 lo stabilimento si era talmente specializzato, da svincolare intere procedure di confezionamento accessorio previste nelle filande seriche adesso reimpiantate in fabbrica. Il procedimento che avrebbe portato dal baco al prodotto serico finale, era molto complesso e laborioso. Per tanto, a differenza del passato, dovendo competere con il mondo che progrediva velocemente e con un mercato sempre in evoluzione, si doveva recuperare i costi di fabbricazione, sveltendo le dinamiche della stessa   fabbricazione: per arrivare a una veloce produzione, si suddivisero in comparti industriali separati, le modalità di lavorazione del baco e del filato della seta. Quindi per pubblici Decreti Regi, il governo della Casa Regnante di Napoli, aveva favorito lo scorporo di parti di lavorazione della seta, favorendo l’apertura di nuovi impianti, la dove l’economia ne garantiva i rendimenti e i costi di produzione. Il Senato di Messina (ovvero, una sorta di associazione di grandi industriali che fungevano da azionisti di maggioranza di quasi tutti gli impianti industriali, coprendo cariche riconducibili all’antico ente amministrativo), si adoperava in tal modo, creando una Cassa di Deposito a vantaggio del credito e di tutti coloro che volevano tentare la strada dell’industria.

Lo stabilimento di Antonino Ziniti a Messina, fin dal 1837 si era specializzato, nella torcitura dei filati di seta. Allo stesso tempo, vi erano altri stabilimenti che avrebbero ricevuto i filati intrecciati e già attorcigliati lavorandoli in trama ed in ordito da associare ad altri tessuti per la creazione di abbigliamento, coperte, tende, imbottiture e tipologie tessili per indirizzo simili. Questa organizzazione del lavoro, favoriva una più rapida produzione di prodotto serico, che ne abbassava fortemente i costi e apportava grandi rendite finanziarie; guadagno formato non solo sullo smercio dei prodotti finiti ma soprattutto, dallo sgravio dogale che incideva sui costi di produzione, sullo stoccaggio della materia prima immessa nel suo bacino portuale e sulle gabelle municipali   il transito delle stesse materie prime circolanti sul territorio isolano. In questa fabbrica di Antonino Ziniti, all’avanguardia per i tempi, ci lavoravano 50 operai e 30 operaie. Se l’industria manifatturiera si era diversificata per contrastare le grandi produzioni industriale in campo internazionale, ben presto anche gli stabilimenti industriali del pellame e del cuoio incominciarono a soffrire la concorrenza sleale degli imprenditori francesi e inglesi. Il credito per i messinesi non fu più un problema e con il moltiplicarsi delle tipologie industriali prodotte, nacquero di pari passo altre banche e istituti di credito addirittura giunte a 6 fino al 1859. I messinesi da molto tempo si erano specializzati nella lavorazione di grossi cuoi e le loro concerie, erano molto stimate.

Nel 1852 esistevano a Messina 8 stabilimenti industriali di conceria, dove si lavoravano questi grossi cuoi, delle grandi e piccole pelli di vitello. La più considerevole di queste fabbriche, realizzava annualmente la lavorazione di 25600 pelli di ogni specie ed occupava 143 operai. Gli stabilimenti tutti di Messina riuniti, producevano: 35660 grossi cuoi, 14400 piccoli cuoi, 4800 pelli di vitelli, 10700 pelli di vitellino.

In totale producevano 65500 pelli di ogni genere. Il guadagno si otteneva calcolando il peso e la manifattura che veniva stimata come segue: 5 grossi cuoi corrispondevano a 79,3 kg; 11 piccoli cuoi corrispondevano a 79,3 kg. La paga era di 12,75 once giornaliere per 302 operai impiegati in questo settore, che produceva ogni anno, circa 1.000.000 di kg di prodotto lavorato nella sola Messina. A fronte della produzione annua, di 1.112.000 kg di tutto il Piemonte e della produzione annua, di 2.200.000 kg di tutta la Lombardia. Una quantità presso che identica, veniva prodotta a quella della sola Messina, nel restante parte insulare del regno di Napoli, quando in tutta la Sicilia, Messina compresa, se ne producevano 2.000.000 kg all’anno.

                                                                                                                                            Alessandro Fumia

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Nacque a Messina l’anno 1813, fu un insigne intellettuale, latinista e grecista: fu eletto Professore ordinario di estetica e letteratura italiana,  nella Università di Messina, divenendo in seguito, Rettore della stessa Università e vice rettore nella classe di letteratura e belle arti dell’Accademia Peloritana.


Compose numerose opere, fra l’altro da ricordare, il poema intitolato: Lo scudo di Ercole, scritto in versi italiani. Con una versione di tre inni ad Omero e agli Ateniesi. Il ricco volume, fu inserito dal Cantù nei documenti della storia universale.


Da segnalare anche un’altra opera, intitolata: Le ore poetiche stampato in Messina nel 1842.
In questa fase storica, Il Mitchell fu molto prolifico. Da ricordare fra le altre opere: Gli idilli di Mosco e Dione, La teogonia di Esiodo trattata in versi italiani. Lo Scipione trionfante, Le profezie di Ezechiello, Canto e luce, Gli idilli di Teocrito, La mitologia sacra ed altre lettere e composizioni minori.

Alessandro Fumia

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Una moneta che diede adito a speculazione con il passare dei secoli fu lo Skifato, cercato e utilizzato dai Messinesi nel mercanteggiare sulle mercanzie introdotte dagli stranieri nel suo porto falcato. Fin dal tempo in cui Ruggero II - re Normanno di Sicilia - ebbe trasformato il porto di Messina come l’emporio principale  dei traffici commerciali del suo regno, gli operatori di cambio recuperarono l’uso di questa moneta, conosciuta al tempo degli Arabi.

Successivamente tutti i Re Normanni e gli Svevi, dopo di loro, concentrarono in questo porto le maggiori transizioni commerciali, oggi dette estero su estero, utilizzando lo Skifato come moneta internazionale per giungere a un buon fine negli affari.

Il talentum skifatum, secondo una memoria di Johan Goffrid Ulrich, era una moneta arabo-sicula che ebbe corso legale in Sicilia; in Puglia ed Amalfi ebbe corso legale dal secolo IX° al secolo XI°.  E’ stato tollerato a Venezia nei secoli X° e XI°:  nonchè a Pisa dal IX° al XII° secolo e pure a Siena e a Genova nel secolo X° con valore diverso.
Presso il Medio Oriente e gli stati dell’Africa mediterranea si valutava per 4 tarì.
L’Ulrich da una nota manoscritta Genovese,  segnalava che era possibile specificarne il relativo cambio in oro puro, pari a grammi 2,800: calcolati  con il computo del suo tempo 1850 e pari a fiorini 9,6444. Però lo Skifato in corso in Italia e in Francia dal XIII° al XIV° secolo  aveva valore diverso, giacchè oggi per lo scrivente ( XIX secolo) uno Skifato equivarrebbe a 8 tarì, pari a lire 16,24

Alessandro Fumia

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- di Alessandro Fumia -

 

 

 

Una memoria secolare che anima ancora i giorni ferragostani di Messina, quella della Grande Bara dell’Assunta, continua a raccontarci retroscena particolari.
La ricerca spasmodica di notizie, sulla festa più celebre ed importante di questa città, alimenta iniziative incredibili, visti i tempi e le contingenze dell’oggi. Con incredibile continuità fra le generazioni messinesi, saltano fuori resoconti della festa, in tutta la sua infinità “celebrità” fra le nazioni e i popoli cattolici.
Sempre ci accingiamo a ricordare le gesta dei messinesi in onore della loro Amata Protettrice. Sempre, raccogliamo gli spasmi di fede della sua gente, che ha voluto donargliele nei cinque secoli della festa.

Tanti autori si sono cimentati a recuperare la memoria per accattivarsi la fiducia dell’attento filologo e la curiosità degli indefessi fedeli.

Messina racconta di Maria l’invincibile Madre di Cristo, nella convinzione di essere fra i cristiani e le città fedeli al cattolicesimo, in prima fila fra queste schiere. Il suo ponderato amore verso questa Donna splendida e Santissima, ha forgiato l’animo e la mente dei messinesi, sempre pronti a ricordarsi del suo amore, e delle Benedette parole di protezione.
La fede di questi cristiani si fonda nel lontano passato ma, i trionfi che essi raccontano di Maria, fanno perno agli inizi del sedicesimo secolo, dove, ricercate immagini equestri, fanno da sintesi al giubilo innato che il popolo di Messina assegna a Maria, Madre divina del figlio di Dio.

Una memoria che si accresce sempre, è una delle frasi a cui sono legato di più: quella rivolta alla festa dell’Assunta e al suo particolare carro che i primi trovatori chiamavano La Bara mentre, altri osservatori dalla fine del settecento in poi, cominciano a ricordarla coma La Vara.

Un trionfo che esemplifica l’attaccamento di Messina alla sua particolare Protettrice che ha riscosso l’ammirazione di numerosi osservatori, viaggiatori e filologi del passato. Una scintillante sequenza di trovate artistiche, mosse da oscuri meccanismi, inseriti in una macchina che si lascia guardare, per l’eleganza delle sue figure e della originale macchinazione di simboli, sintesi di trascendentale realismo e di alchemiche trovate plastiche.
Un variopinto popolo di colori, di forme altere e mistiche, rivolte al mondo del cattolicesimo vecchio stampo, che aspira a ricordare una memoria invincibile. Quella del Grande Carro di Maria Assisa in cielo.

Una delle limitazioni attuali, è la gestione della festa: un tempo la celebrazione, l’allestimento delle macchine, il restauro delle stesse, veniva seguito dal Clero Canonico. Il Senato di Messina pagava allo stesso organismo una sorta di censo, di tributo alla fede. Questi fondi sono stati descritti e ponderati nella loro particolare eccezione storica, così come ci descrivono le carte, che un tempo, formavano il fondo documentale del Capitolo della Cattedrale di Messina.

Da questi fondi, emergono interessanti spigolature che animano la memoria sulla celebrazione della festa.

Gioacchino di Marzo, inseriva in uno studio sulla ricorrenza ferragostana di Messina, una nota proveniente dai libri dei conti e delle spese del Capitolo della Cattedrale di Messina. Nel quinterno del brogliaccio periodo 1560 – 1564, segnalava al fog. 122 per l’anno 1561, nelle more di spesa, l’utilizzo di somme necessarie per il restauro della “Cassetta della reliquia” verosimilmente, l’urna che conteneva la statua dormiente di Maria, composta nel Duomo di Messina, unitamente a spese inerenti il restauro del gigante e della gigantessa.

Dello stesso tenore sono le carte che compongono la spesa delle macchine nel quinterno del 1560, in cui si segnalava l’opera prestata dallo scultore Martino Montanini e dai suoi mastri scalpellini e carpentieri, liquidando l’opera messa in atto per il restauro del gigante e della gigantessa nonché, per aver realizzato ex novo i relativi cavalli, saldando la spesa con 6 onze.

La nota mette in risalto: “ …fatto lavorari di li nostri pitturi in lo riconzari di lo gilanti et gilantissa de novo, fatti

la testa et li braza di la gilantissa per avirici l’annu passato cascata e rottasi, et altri spisi et soj giornati di la

festa di N.sa S.ra di mezu augustu presente, come in dorso ditto comandamento apparari, unzi 19.”
Da queste fonti apprendiamo che i capi mastri della Cattedrale di Messina vennero indotti, numerose volte, a lavorare sulle macchine della festa di mezzagosto. Dagli stessi fondi del Capitolo della Cattedrale di Messina si segnalava, nel quinterno del 1581, una scrittura composta dal Reverendo Don Giuseppe Cirino, Procuratore e Credenziere dell’opera della Maggiore Chiesa, nella quale sottoscriveva:

“….addì 6 di maggio 1581, unze 2 contanti per sue polisa ad Andria Calamecca, et paga per mandato Don Andrea porco mastro di opera, pi pagari li mastri chi hannu laurato et lavorano la statua di lo novo gigante, et per altre spisi, di li quali ni haviria dari conto.”

E se Caio Domenico Gallo, nei sui Annali della Città di Messina, segnalava nel suo VII libro, il governo del vicerè Giovanni de Vega l’anno 1547, fra le note aggiungeva:

“….in onore della viceregina, il 15 settembre del 1547, fu fatta uscire la nobile Bara o piramide, solita condursi per la strada maestra il mezzo agosto giorno dell’Assunzione della Vergine.”

Stiamo parlando dello stesso palco, messo in opera durante la visita a Messina, dell’imperatore Carlo V, segnalata in una giuliana della Giuratia di detta citta, così assoggettata alla memoria dell’Assunta, dallo studio di alcune giuliane, pubblicate da Carmelo Elio Tavilla nel lontano 1983 per volontà dell’Istituto di Storia Patria.

Due fonti coeve alla venuta dell’imperatore asburgico nella Città dello Stretto, descrivono il Grande Carro detto della Bara, riadattato all’uopo, in onore dell’illustre sovrano. La singolare costruzione con la quale si voleva innalzare le vestigia, nelle imprese cristiane in terra d’Africa, viste nelle sue opere militari, eroiche manifestazioni del potere imperiale, riconducevano l’antica scena dell’assisiante Alma Benedetta, descrivendocela, tale e quale, alla macchina che noi oggi ammiriamo, pur se con qualche variante.

Quello che si è immaginato come il carro dell’Assunzione della Madonna, già operante l’anno del Signore 1535 allora, solo illusoriamente raffigurato, oggi viene svelato nella descrizione particolare, fatta dal Reverendo Andrea de Simone e dallo sconosciuto Sigismondo Paolucci. Il primo, un canonico della madre chiesa di Messina, racconta gli apparati e lo zelo dei messinesi, quando accolsero detto imperatore in seno alla propria città; il secondo, un nobilotto che infoltiva le schiere dei principi al seguito dell’armata, in rassegna nelle province del vasto impero.

Eccone descritta quella macchina, sunto della cronaca del primo e della lirica del secondo oratore.

Intrato L’omperator nella città, ecco di nanzi alla casa, del signor della scaletta dui carri triumphali, l’un grande e l’altro, picciolo, il maggior se qual’egli era io, potessi ridorlovi, veramente, potrei far di me quel che far non posso, era questo sopra quattro rote posto, e quelle amantate d’ogni torno, con certi piramidoni, e cornicioni de ligname tutti posti d’oro facciano questi quattro angoli alquanto sporgendosi fuori sopra delli quali v’erano posti quattro giovanetti, finti per li quattro virtù cardinali, vestiti ricchimente con strumenti in mano, di portar sogliono, sopra di questi, erano due rote, circolari, nelle quali erano quattro puttini per una vestiti et alati, li quali benchè volgesero a torno le rote non di meno egli fermi stavano, queste rote nella parte che veder si poteva erano dipinte, e freggiate d’oro, nell’una un carro con un campo azzurro di stelle ripieno resplendente in oro nell’altra un piano azzurro parimente di stelle ripieno con un dragone e l’orsa maggiore et minore, in cima di questi v’erano quattro fanciulli alati con palme nelle mani vestiti molto leggriandamente e belle, con catene d’oro e gioie di molto pregio, sopra di questi un tondo o vero un mondo azzurro tutto stellato, a cui d’intorno v’erano sei puttini vestiti d’un certo incarnato come si ignudi, fossero, questi tenendo rami d’oleva in mano rotavano attorno a torno col suo fondo sopra di questo veneva un bellissimo giovamento che mostrava esser L’omperator, armato, all’antica con un manto purpureo, freggiato d’oro, nella testa un mitro ne l’imperiale, e di sopra la palma della man destra la qual, sporgeva fuori teneva una vittoria, la qual era un puttino d’anni quattro circa haveva questa vittoria un ramo d’alloro in mano e guardando L’omperator, mostrava con quello scherzare, erano adunque sopra di questo carro XXIIII anime non pensate però che contraffatte fossero ma, tutte, veracissimamente vive qual noi siamo io lasso, adietro di molte cose che di questo carro dirvesi potriano dico sol questo che veramente fu cosa imperiale, era d’altezza questo carro palmi 50 circa.

La descrizione appena fatta, ci racconta come nel carro dell’Assunta i principali meccanismi, ancora oggi ritrovati nel cippo, delimitato da quattro pilastri “piramidoni” per segnalarne la forma tronco conica, osservata, dalla base al vertice; e più su, osservare nelle ruote, nei girali, nel globo e nel vertice della macchina, dove prende posto la scena ell’assunzione, qui vista come innalzamento regale, di un sovrano ammirato e quasi venerato. Lo schema dei putti quattro per ogni ruota, sei angioletti posti al globo e di un putto sul palmo della mano destra, aperta e protesa mostrando la gloria, vaneggia sinteticamente l’anima regale, vista nello Spirito Santo, artefice e formante volontà del Divino nell’una e nell’altra scena.

Così che, sia esso il tempio scenico in cui si immagina l’imperatore, oppure la sede e l’evoluzione dell’eliaca salita al cielo di Maria, la macchina accoglie in simile visione, una scenografia per nulla scontata, ma ancora testimone di una volontà invincibile, quella di Messina e del suo popolo devoto.

A ciò si aggiunga quello che Sigismondo vide con i propri occhi, fra la gente che ammirava quella messinscena appena descritta dal reverendo messinese.

In versi, lui ci racconta del prodigioso artifizio che tutti meravigliati ammiravano:

Due carri inanzi al gran Cesare venno
ricchi e superbi triumphanti e altieri
di l’un su li quattro angoli vi stanno
le virtù quattro cardinal’el veri
lor debiti triumphi ch’in braccia hanno
v’eran trophei superbamente fieri
con due bee rote che giravano belli
otto angelici vivi spiritelli

Ove dipinto vi era un carro d’oro
un drago e l’orse maggiore e minore
in campo azzurro ove infinite foro
stelle d’or fino lucido splendore
quattro angioletti alati e sotto loro
un mondo ch’altri sei spiriti fuore
rotavan sempre e sopra quell’armato
Cesar in bianco e bel vestir d’orato

Col suo ben degno imperial diadema
ch’il mondo adorna e sia nel mudo solo
che l’antiqui e modern’in pregio scema
e poggia ov’altri mai non giuns’a volo
al cui sol nome tutto l’mundo trema
e data legge e l’un e l’altro polo
e una sacra in man tenea vittoria
quel d’Ello degna e di sua eterna gloria.

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(immagine tratta da entasis.it)

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(Le immagini degli apparati sono tratte da "Theatrum machinarium, oder, Schau-platz der Heb-Zeuge..." Di Jacob Leupold)

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La vara

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- di Alessandro Fumia -

La grandezza di una città, sta nella dimensione della sua conoscenza fra i popoli.

Messina città nobile ed opulenta, osannata dai suoi figli nel passato come nel presente, non ha mantenuto l’importanza e la rinomanza delle sue vestigia. Per tanto non v’è meraviglia alcuna, ascoltare dalle pagine scritte dai forestieri, la nomea con cui viene ricordata. Mentre oggi nella Messina moderna, si è perduto l’appeal della sua grandezza.

Una ricognizione superficiale delle fonti, forziere del sapere, dimostra quante glorie seppe raccogliere quella municipalità. Sicchè, quando si ritrovano tracce del passato glorioso, in cui se cullato il nome di Messina, sembra quasi irreale ritrovare simile memoria, in fondi che appaiono come un ironico inganno. Parlare di quella Messina, quasi una retorica nenia non può dare l’immagine di che cosa rappresentò nel passato agli occhi dello straniero.

Gli onori che ha ricevuto però, dimostrano una grandezza memorabile. Purtroppo noi messinesi oggi, non comprendiamo le sue potenti vestigia, e ci abbarbichiamo in lucrose vicende, frutto di tradizioni non corrette storicamente parlando; tanto ci basta, quindi sembra che a tanto aneliamo. Ritrovare il nome di Messina in altri contesti non ci aiuta ad avvertire il fascino immediato della sua epoca d’oro. Rimanendo frutto di giuochi lessicali incompresi da tutti e dai suoi abitanti per primi. Quella Messina altresì, ha fatto parlare di se: le gelosie, le invidie sembrano il frutto di un manipolo di intellettuali messinesi o di partigiane rivendicazioni fra i popoli siciliani. Eppure, della sua splendida memoria rimangono ori ancora contestualizzabili. Essa, quella Messina, ritenuta una delle più importanti città d’Europa, viene ancora apprezzata nei suoi lussureggianti ricordi, di un passato molto lontano.

Quando Napoleone III incominciò a sognare ad occhi aperti, immaginandosi Parigi città d’Europa, la immaginò al centro di un reticolo sovranazionale, un modo di osservare le grandezze civiche come le grandezze nazionali, l’anticamera della futura “Grand D’Oures.” Così, fu studiato un grande progetto insediato, risanando vaste aree della capitale di Francia, costantemente devastata dalle esondazioni della Senna. E in una zona particolare, fu osservato uno sviluppo avveniristico del proprio territorio civico. Nei terreni di proprietà dell’imprenditore francese Sylvain Mignon e nei possedimenti terrieri del banchiere svedese Jonas Philip Hagerman con decreto regio del 2 febbraio 1826, si diede opera per la realizzazione di un grande ed eclettico quartiere nominato l’Europe.

Fu questo costruito a forma geometrica regolare con palazzi costruiti a scacchiera. Fondandosi in aree diramate ad impianto quadrangolare degradanti verso un perimetro esterno: mentre al cui centro, prendeva sede una piazza ottagonale, dai qui vertici ed angoli, si sviluppò un elegante reticolo viario molto singolare che dava origine e significato al medesimo quartiere.

Furono scelte nello stesso decreto regio del 2 febbraio 1826, 24 nomi delle più importanti capitali europee da assegnare alle 24 strade inserite nel quartiere. Ossia, non solo delle città capoluoghi di nazioni, ma bensì, delle maggiori città capitali finanziarie. Quasi un sintomo e una speranza di una Europa finanziaria unita, oggi, fattivo strumento e progetto politico-economico-monetario sistemico ed operativo, il nuovo strumento legislativo della moderna Europa chiamato appunto Euro zona.

Allora, nella prima metà del XIX secolo, le città preminenti dell’antico continente europeo, furono osservate nelle veci e nell’ordine dell’ordinanza come segue: Amsterdam, Berlino, Bruxelles, Costantinopoli, Europa, Firenze, Fontaine, Mosca, Atene, Ginevra, Amburgo, Lisbona, Londra, Madrid, Edimburgo, Messina, Monaco, Napoli, Pietroburgo, Roma, Torino, Vienna, Berna, Roches.
Tale decisione, venne confermata nella deliberazione per l’autorizzazione dei nomi delle rispettive strade parigine del nuovo quartiere.
“Ces denomination furent approuvées par une decision ministerialle du 3 aout 1826.”

Erano quelle strade, all’avanguardia per gli impianti e gli arredi pubblici per i tempi, adottando modelli architettonici e volumetrici di piena modernità. Strade ampie, arredate con le migliori e pregiate pietre di intaglio: arredate con giardini, infiorate, alberate arricchendo ogni particolare ricadente nelle stesse arterie. Costringendo per alcuni decenni successivi i costruttori dei palazzi in esse ricadenti, a mantenere inalterate le direttive prospettiche e di decoro fin dalla nascita del sopradetto quartiere.Questo quartiere oggi, si trova nel 32mo distretto amministrativo di Parigi.

Molti dei palazzi ricadenti nel reticolo viario del quartiere Europa, furono opere dell’architetto Etienne Hippolite Godda, realizzati in stile neoclassico londinese, sintomo di nobiltà e austera condizione, forse una scelta culturale ancora presente nei primi decenni dell’ottocento, orgoglio di un passato europeo di vecchia datazione.

Come detto poco prima, il quartiere si apriva su una raggera intersecata su 24 vie principali, diramandosi della piazza ottagonale cinta da verde pubblico, il cui diametro ammontava a 130 metri, avente al suo centro uno spazio quadrangolare. Anni dopo, la Municipalità di Parigi, ebbe a prevedere nuove solenni soluzioni d’arredo per dare una immagine di grandezza sempre più affine con l’indirizzo insediato cui aspirava tutto il complesso edilizio. Per tale motivo, furono presentati alcuni progetti di arredo urbano, dei più grandi artisti dell’epoca. Singolare fu il progetto ragionato dallo scultore francese Antoine Etex, prevedendovi costituire al centro della piazza, una fontana monumentale 1839.

In questo maestoso impianto, prendeva stanza la particolare rue de Messine; un' arteria che le cronache d’epoca segnalano, lunga 100 metri e larga 12 metri, alberata e adorna di splendide residenze aristocratiche. Come era stato previsto nell’ordinanza napoleonica del 2 febbraio 1826 ogni strada doveva iniziare e finire in un incrocio, formato con ampi slarghi che si mostravano quasi come piccole piazze a tema geometrico. Così accadeva che esistesse perfino una Piazza Messina:
“le nom assignè a cette voyez publique est celui d’une des principales villes de la Sicile.”

Oggi, questa piazza è posta all’altezza fra i numeri civici: n° 28 de rue Messine, intersecando la rue Monaco, e questa si completa nel suo impianto quadrangolare verso la rue Courcelles, tra i numeri civici 32 e 40 incastonata alle spalle dei giardini del Grand Hotel Principe Murat.

Nel 1934 l’antica toponomastica della plas de Messine muterà, in plas de Stephen Lancereaux. Ma la medesima via, rue de Messine, si era a sua volta ampliata in lunghezza nel contro viale realizzato sui terreni dell’ex Macello de Roule espropriato nell’anno 1862. Quando già allora, si costituì il tracciato dell’attuale Avenue de Messine.
Quindi, oggi possiamo trovare nel lussuoso quartiere d’Europa, non solo l’antica strada di Messina progettata e realizzata nel 1826, ma addirittura, l’ampliamento avvenuto nel 1869 del contro viale lungo 200 metri e largo 15 metri completamente alberato.

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- di Alessandro Fumia -

 

Gli esperimenti di trasmissione elettromagnetica in codice, ebbero le prime applicazioni fin dai primi anni del XIX secolo.

Le scoperte di Gugliemo Marconi e i segnali radio sperimentati ed applicati a Messina, hanno messo la nostra città, sotto l'attenzione della opinione pubblica internazionale. Nell'immaginario collettivo degli anni del primo novecento, Messina veniva ricordata come la patria della scienza in rapporto, ai segnali elettromagnetici e radio. Numerosi esperimenti del genere vennero effettuati in Sicilia e a Messina in modo particolare; questo stato di cose, favorì lo stereotipo, di immaginare Messina, come culla di una nuova frontiera.

A tale motivo, l'ingegnere tedesco Helmut Hoelzer all'inizio del 1942, ebbe costruito un computer analogico per calcolare e simulare le traiettorie possibili di un'arma il razzo V-2. Il team di Hoelzer riuscì a sviluppare un sistema modulato per l'emissione di segnali di nuova generazione. La portata dell'innovativa soluzione fu tale, che entusiasmò oltre misura i suoi ideatori. Ricordando questo nuovo apparecchio frutto di genere, delle applicazioni avviate a Messina vollero, allo stesso modo, rimanere nel solco tracciato decenni prima da Marconi, denominando l'incredibile apparecchiatura sistema di telemetria Messina.

Il brevetto ben presto, venne adoperato e applicato per la teleguida dei razzi V2 tanto famosi e tristemente noti agli inglesi, che subirono in quegli anni, moltissime distruzioni e perdite. L'idea dell'ingegnere tedesco di teleguidare razzi armati attraverso onde elettormagnetiche, sbalordì il mondo. Quel progetto fu possibile dalla costituzione di un gruppo di lavoro di prima scelta. Nel mese di ottobre del 1939, mentre lavorava per la Telefunken società di elettronica di Berlino, Hoelzer ha incontrato Ernst Steinhoff, Hermann Steuding e Wernher von Braun per quanto riguarda i progetti di guida del veivolo.

Alla fine del 1940 a Peenemünde Hoelzer era capo del progetto militare, sviluppando un sistema di guida-piano che alternava un segnale trasmesso da due antenne a breve distanza a parte (onde medie sperimentato la prima volta a Messina nel 1926), fabbricando pure un dispositivo di miscelazione tubo a vuoto tedesco: che corresse per la quantità di moto per non turbare un oggetto che era stato spostato di nuovo in pista di lancio.

Con la caduta del 1941, il miscelatore di Hoelzer è stato utilizzato per fornire al razzo V-2 la misurazione della frequenza invece di utilizzare i normali giroscopi. La telemetria wireless ebbe le prime apparizioni nelle radiosonde; la prima volta fu sviluppata nel 1930 da Robert Bureau in Francia e da Pavel Molchanov in Russia. Il sistema di temperatura modulata Mochanov e misurazioni della pressione effettuò uno schema metrico convertendo i wireless nel codice Morse. Il razzo tedesco V-2 ha utilizzato un sistema di segnali radio multiplex primitivi chiamati "Messina-1" capaci di segnalare quattro parametri del razzo armato. Di fatto la prima evoluzione dell'arma missile, come viene conosciuto oggi.


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- di Alessandro  Fumia -

 Le vicende della prima partita di calcio celebrata a Messina il 29 agosto 1702, hanno del prodigioso. Non solo la cronaca del Cuneo è puntuale nel descriverci di quella consuetudine sportiva: la gente in segno di rispetto, davanti a un rappresentante del sovrano stava a capo scoperto, nell’occasione gli spettatori rimasero col cappello in testa.

Ma, la partita, se così la possiamo chiamare, avvenne in un vero e proprio campo regolamentare. Infatti, studiando due carte topografiche del ‘600 e un’altra di un secolo più vecchia, è possibile, dalle coordinate riportate dall’autore, realizzare le dimensioni del campo di calcio.

In esso si ricordava, ricadevano i complessi religiosi (perduti dopo le devastazioni degli spagnoli per ricavare una piazza d’armi); di due chiese e relativi conventi. Le loro aree di pertinenza, così come esposte nelle cartine, davano uno spazio a forma rettangolare: per la lunghezza pari  a  440 palmi siciliani (110 metri circa).

Mentre per la larghezza, si notava una misura pari a 260 palmi siciliani ( circa 65 metri).

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