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MESSINA CAPITALE DELLA MEDIOCRAZIA ? di Giuseppe Rando

L’amore di Messina - per chi ci è nato - è tanto grande che fa cantare i sordi e poetare (a rimorchio) chi poeta non è mai stato: un amore forte come il vento dello Stretto quando soffia d’inverno sulle acque rabbiose del mare in tempesta, tenero come il grecale in primavera che stuzzica le gemme sotto le foglie nei giardini, incontenibile come la passione degli amanti nascosti dal canneto sulla spiaggia nella brezza estiva della sera.

L’amore di Messina coincide – è tutt’uno - con l’amore del mondo, della natura, delle stagioni, delle piante, degli animali, del viso di una donna, del pianto di un bimbo…

Chi è nato a Messina piuttosto che a Milano o a New York è, forse, più vicino alla terra, al mare, ai boschi, ai venti, alle acque, al cielo, agli uccelli, alle farfalle, ai porcospini, ai vermi, alle nuvole, a Sirio, a Venere, all’orsa minore e a quella maggiore: conosce la corrente scendente e la montante, nonché le centinaia di famiglie di pesci delle Stretto; distingue lo scirocco dal libeccio e dal maestrale; vede il polo Nord dirimpetto levando il braccio destro là dove sorge il sole ogni mattina; non confonde il ponente col levante; è aduso ai profumi della campagna, all’odore della terra bagnata dopo la pioggia; sa la fatica del contadino, l’ardimento dell’uomo di mare, la solidarietà degli uguali, l’amicizia, i giochi collettivi, le feste popolari, le adunanze pubbliche, le abitudini alimentari … .

Messina è l’ombelico del mondo e il messinese è cittadino mondo.

Ma poi la poesia finisce. E subentra la ragione: Messina era l’ombelico del mondo e il messinese era cittadino del mondo. Oggi - da una cinquantina di anni in qua - il messinese è (con poche, salutari eccezioni) un gretto provinciale, un piccolo borghese chiuso nella gabbia del suo appartamentino o appartamentone di città, un uomo pieno di paure, bloccato da nevrosi, incapace di distinguere una triglia da un buddaci, incapace di guardare le stelle, di conoscere i venti, di sentire gli odori della terra o del mare: un cittadino insicuro, pronto a servire il primo protettore politico o il primo padrino o il primo professionista altolocato che gli promette mari e monti per sé stesso e per i suoi figli, disposto, insomma, a vendere la sua libertà per un piatto di lenticchie, nonché omologato, per dirla col poeta, alla cultura materialistico-edonistica, massmediatica, del neocapitalismo dominante. Per giunta, dopo l’omologazione, gli è piombata addosso la peggiore globalizzazione: chiuse o traferite altrove le poche imprese che davano il pane ai giovani (Aliscafi Rodriguez, Cantieri Navali, Sanderson-Bosurgi, Birra Messina); scomparsi del tutto il piccolo commerciante, il contadino e il pescatore; cresciuto, per converso, a dismisura il numero di disoccupati stremati dal bisogno.

Resta là intatta tuttavia – ma oramai inosservata - la bellezza eterna della città: due mari, due laghi, la Riviera Nord, Ganzirri, le amene colline, i campi ubertosi, la Punta del Faro; la Fontana di Nettuno, il Duomo, la Chiesa dei Catalani, il Forte di S. Salvatore, la Madonnina del Porto, Cristo Re, il Santuario di Pompei, il seicentesco Monte di Pietà. Per non dire del museo, dei quadri di Antonello di Messina e di Caravaggio, dei palazzi di stile liberty del Corso Cavour, dello scacchiere sabaudo delle strade ai due lati del viale S. Martino, di qualche antica fontana.

E resta l’aria, l’atmosfera inconfondibile di Messina, di cui il vero messinese non sa privarsi per lungo tempo.

Quanto dire che esistono due città di Messina: una antica e una moderna, anzi postmoderna; una naturale e una snaturata; una libera e una asservita, una genuina, autentica, inimitabile e una omologata a tante altre della nostra modernità degradata. Noi, per certo, amiamo di più la prima e lottiamo, come sappiamo, come possiamo, per aiutare la seconda a liberarsi dal cappio dell’incultura, sperando che apra presto gli occhi, che veda lo stato miserevole in cui si è ridotta, che torni ad essere quella di prima. Ma la città continua, purtroppo, a farsi male a diventare altra da sé, a conformarsi al peggio in circolazione nel mondo. Tanto che l’antica, naturale, libera, autentica Messina è di fatto inesistente, perché i giovani non l’hanno mai conosciuta e i vecchi l’hanno dimenticata, mentre tutti vediamo la moderna, snaturata, asservita, omologata Messina: così degradata, invero, nonostante l’impegno instancabile di pochi resistenti, che potrebbe degnamente aspirare al titolo di capitale della mediocrazia (mediocratie). La mediocrazia è difatti il potere dei mediocri, dei mediocri che «hanno preso il potere» in tutti i gangli vitali della società postmoderna, per dirla con Alain Denault, professore di scienze politiche presso l’Università di Montreal, autore geniale, per l’appunto, del libro La Mediocratie, pubblicato in Canada, nel 2015, da Lux Editeur, che ne ha svelato, per primo nel mondo, il deprecabile avvento nel mondo occidentale.

La mediocrazia vi si configura, infatti, come l’esito estremo e deteriore della decadenza postmoderna, il trionfo definitivo del conformismo, la fine del libero pensiero e della libera iniziativa, l’impossibilità della satira, della critica costruttiva, dell’impegno sociale, dell’altruismo, nonché la crisi definitiva dell’individualità e l’omologazione di ognuno al piatto conformismo di tutti, ugualmente soggiogati dal peggiore dei poteri: il potere dei mediocri, esistenti in ogni comparto professionale della società.

E ognuno di noi, guardandosi attorno, nel suo ambiente di lavoro, a Messina, ha modo di verificare quanto sia, purtroppo, esatta la diagnosi di Denault: troppi mediocri al potere e troppi … caudatari.

 

Ultima modifica il Mercoledì, 28 Dicembre 2016 16:04
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